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“Il mio nome è Miran Rovadin, e ho quarantuno anni.

Sono fuggito a Bari in Italia nel 2093, appena terminata la guerra, fuggendo alla carestia. Mi sono finalmente sposato con un’araba, Amida, e l’ottobre successivo è nato nostro figlio, Amir.

La vita a Bari non è facile per un povero ciabattino, sapete?

Non è semplice perché tutto costa troppo, e perché io credo che non riescano a gestire tutte queste persone qui, dentro questa città che esplode. Siamo troppi ormai: se vai in giro vedi le fogne a cielo aperto e senti la puzza dei cadaveri dei barboni nelle piazze e nelle vie e nei viottoli!

La mia storia è questa. È cominciata quando Amir ha cominciato la prima media.

Vita semplice, vita da umile ciabattino. Era bella la mia vita, sapete? Perché la vivevo con umiltà. Una moglie devota, un bambino bellissimo.

L’amore. La sensualità di una donna nel fiore degli anni che riesce a smuoverti qualcosa, in fondo, in mezzo alle gambe, anche solo muovendosi sinuosa nella sua vestaglia, o persino negli abiti da casa.

Quell’autunno però Amida ha cominciato a sentire le Voci nella cucina. La nostra casa era molto antica, e si diceva che lì dentro molti e molti anni prima si fosse compiuto un omicidio. Non sapevamo chi avesse ucciso chi, ma così era stato.

Io non credevo alle storie sulle Voci, perché non volevo. Erano troppo spaventose, capito cosa intendo? Devi sempre stare attento con queste storie. Mai crederci troppo. Mai avvicinarsi troppo al baratro della superstizione.

Amida, però, continuava a dire che le sentiva. Un giorno, un altro, e quello dopo ancora. Settimane intere passate a raccontarmi di aver udito la voce di una donna che urlava lì, nella cucina. Urlava a qualcuno di risparmiarla, diceva. Ma non era possibile, le dicevo io, controllati, la verità è che ti convinci di sentire questa roba. Alla fine, però, era andata in crisi. Piangeva tutto il tempo. Così nulla: chiamai un imam, e l’imam ci disse di chiamate dei Cacciatori. E li chiamai; la compagnia dello Spagnolo, la migliore della città, dicono. Li stavamo per accogliere, quando… beh, quando anche io ho sentito le voci. E, sapete, beh… erano forti, quelle voci. E mi convinsero a fare quello che dovevo fare.

Così presi quel che dovevo prendere, e andai da mia moglie, che piangeva in sala, e la abbracciai senza far vedere quello che avevo in mano. E allora, quando fu abbastanza indifesa (credo di poter dire così, sì…), feci quello che la voce aveva detto.

Sentii il sangue colare dal suo stomaco alla mia mano, e lei sputarne altro sulla mia spalla e i suoi piedi sollevati da terra sbattere perdendo le pantofole, e la sua voce dolce 

come-hai-potuto…

e poi non la sentii più parlare.

Avrei voluto dirle che avevo sentito anche io parlare delle voci, ma non ne avevo le forze.

Avevo altro da fare.

Amir aveva visto tutto. E le Voci mi dissero di uccidere anche lui.

E sì, lo feci.

Col martello.

 Ora sono qui, in prigione.

Ora sono qui, pronto per il rogo, perché dicono che sono maledetto.

E hanno ragione”

Due cose su Fabio Antinucci

SMM e copywriter @Geeko Editor di giorno, scrittore e supereroe di notte. Scrivo roba horror, fantasy e di fantascienza, leggo e guardo un po' di tutto.

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