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Vendetta tremenda vendetta!

La Metro A nell’ora di punta è terribile come al solito. Mi pare di soffocare, stritolata da quel campionario della razza umana costretto a usufruire dei mezzi pubblici capitolini, che con un piccolo sforzo potrebbero raggiungere il livello di quelli di Calcutta. Più che “campionario” sarebbe maggiormente appropriato dire “bestiario”, soprattutto per gli afrori emanati da alcuni individui, se così si possono chiamare.

Per sfuggire al tedio mi rifugio nei miei sogni, immaginando mondi fantastici e futuri sfavillanti, un flusso di immagini interrotto dalla voce metallica che pronuncia il nome della prossima fermata.

Termini, ovvero l’Inferno.

Decine di passeggeri di ogni etnia entrano ed escono con valigie, borsoni, strumenti musicali anche di notevoli dimensioni – ma che si è portato quello appresso? Una viola?! – biciclette e cani di ogni foggia, e io cerco di non farmi travolgere dal flusso, abbarbicata a un sostegno metallico e arrancando nel tentativo di respirare.

Ma quel tipo mi sembra di conoscerlo.

Parla al cellulare con voce squillante, è vestito in modo elegante, sembra a suo agio anche nella ressa.

Lo esamino, cercando di capire da quale punto del mio passato venga fuori.

Si pazza vicino a me, continuando a strepitare nel suo smartphone ultimo modello.

«Sono Giorgio Fanelli, vorrei parlare col dottor…»

Vengo travolta da una serie di ricordi, immagini flash che affastellano la mia mente.

Giorgio Fanelli.

Classe III elementare, sezione B, scuola delle Piccole Serve addolorate e crocifisse del Sacro cuore di Gesù e Maria. Ero una scolara studiosa e allegra. Mi piaceva la scuola, amavo i libri e il loro profumo, gli astucci coi pennarelli che quando si seccavano li aprivi e aggiungevi l’alcool, le matite colorate disposte nella loro scatola di cartone secondo lunghezza, dalla più corta, in genere quella rosa, a quella più lunga, la meno usata, color ocra. Mai capito a cosa servisse quel colore.

Da quando era arrivato quel ripetente  nella nostra classe, non mi piaceva più tanto andare a scuola. Giorgio Fanelli mi tirava le trecce, mi rubava la Girella, mi tirava palline di carta con una cerbottana ricavata dalla parte esterna di una Bic e le mie mattine erano diventate un incubo.

Cosa sarà diventato il Fanelli oggi? Un avvocato – squalo da tribunale? Un venditore di Folletto? Un agente del recupero crediti? Di certo se la passa meglio di me, misera impiegata precaria a un call-center, visti gli abiti di marca che indossa e il telefonino che può permettersi.

Dopo un paio di fermate, il Fanelli inizia ad agitarsi, sbraita e sbraccia per uscire dal carro bestiame, strattona chiunque si trovi sul suo cammino verso l’agognata uscita.

Spiaccicata proprio come una merendina finita sotto un vocabolario, inizio a pensare, visualizzandomi come Beatrix Kiddo con la sua katana che si fa giustizia da sé, volteggiando sulla testa dei passeggeri…

Nell’accavallamento di corpi, riesco a sgusciare e a piazzarmi proprio davanti a lui. Lo strattono, riuscendo a far cadere il suo prezioso telefonino. Col piede riesco a spostarlo, facendolo finire nei pressi di una corpulenta signora con tacco quindici. E poi succede proprio quello che avevo progettato. La buzzicona ci mette un piede sopra, frantumandolo.

Con sommo piacere, guardo la faccia di Giorgio Fanelli sbiancare, i suoi occhi sbarrati e la bocca aperta da cui non esce un suono.

Io sghignazzo sommessamente mentre lui assiste impotente alla distruzione del suo costosissimo smartphone, al cui interno di sicuro erano custoditi documenti, foto e filmati unici e importantissimi.

Cerca di chinarsi per recuperare i resti del cellulare, ma viene preso inavvertitamente a ginocchiate da un paio di massicci tipi col borsone da palestra appena entrati.

Il telefono viene calciato da un bengalese in uscita, e finisce nello spazio tra il treno e la banchina.

Bye bye, smartphone!

Le porte del vagone intanto si richiudono e Fanelli perde anche la fermata.

Continuo a ridacchiare. Finalmente dopo tutti questi anni ottengo la mia piccola rivincita. Che soddisfazione!

Chi ha detto che vendicarsi non serve a niente?

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