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La prima cosa che avrebbe potuto saltare agli occhi di chi avesse incontrato Paola per la prima o la seconda volta, era sicuramente la memoria. Paola ricordava perfettamente le date di nascita dei figli delle sue amiche e delle amiche di sua sorella, oltre ai compleanni delle amiche stesse, e quelle dei suoi parenti e familiari. In alcuni casi anche di alcune celebrità.    

Ricordava con un’esattezza impressionante anche le date in cui si erano verificati degli episodi apparentemente di minima importanza, del tipo quel giorno il tal dei tali mi ha detto questo o quella volta caio rispose quelle precise parole. 

Una memoria prodigiosa che sarebbe saltata agli occhi di chi fosse andato oltre il mero aspetto fisico. Spesso le persone vedevano solo il guscio, l’abbondanza delle carni su un corpo ripiegato su sé stesso, lo sguardo perso dietro alle lenti spesse, i capelli lasciati crescere senza cura, le unghie troppo lunghe, i baffi. Forse ancora prima vedevano l’abbigliamento, gli abiti dai colori sgargianti, pieni di lustrini, inserti brillanti, nastri e fiocchi, i fermacapelli luccicanti, gli orecchini, le collane, i bracciali, le spille.

La camminata incerta su un paio di piedi troppo piccoli per quel corpo. 

Però c’era la memoria. E chiunque ci venisse a contatto non poteva fare a meno di rimanere impressionato.

Paola amava molto gli animali, in particolare i gatti. In casa, a forza di adottare i pellegrini che si presentavano alla porta in cerca di cibo, ce n’erano sette. Esclusi quelli di passaggio, quelli che rubavano il cibo e poi si davano alla fuga.

Il gatto senza coda era di quest’ultimo tipo. Di indole selvatica e origini ignote, portava a spasso su delle zampe eccezionalmente lunghe un corpo muscoloso e scattante. Sotto un meraviglioso mantello tigrato nero e marrone, facevano capolino pancia e zampe bianche. 

Nel testone si affacciavano due occhi verdi che il gatto socchiudeva in segno di gratitudine dopo aver mangiato il pasto che gli veniva offerto.

Un giorno il gatto si presentò gravemente ferito. Aveva la coda completamente scuoiata, probabilmente era rimasto imprigionato in una tagliola e nello sforzo di liberarsi ci aveva lasciato un pezzo di pelle. Fu così che si trasformò nel gatto senza coda. Una perdita minima rispetto alla salvezza da una sicura infezione. Il veterinario poi, oltre alla coda, tagliò anche i suoi orgogliosi attributi. Così oltre ad essere senza coda il gatto perse anche la qualifica di guerriero. Si fermò in quella casa dove prima passava velocemente solo per fare rifornimento di acqua e di cibo e cominciò ad apprezzare gli agi di una vita sedentaria e di una ciotola sempre piena. In poco tempo la muscolatura si rilassò e il corpo si dilatò. Visto dall’alto, con quella schiena ampia che terminava all’improvviso in un accenno di coda, poteva assomigliare addirittura a una tartaruga.     

Nonostante le comodità della nuova vita, aveva però conservato il carattere diffidente e schivo del gatto randagio.

A lui era inoltre precluso l’ingresso nell’abitazione dopo che aveva più volte dimostrato di avere un’idea troppo variegata dei posti utilizzabili per depositare i propri bisogni corporali.

Non per questo era considerato di meno. Anzi, le sue sfortune, il suo aspetto goffo, le sue fughe ad ogni tentativo di carezza lo facevano apprezzare ancor più. Suscitava un misto di commozione e tenerezza.

Eccetto in Paola. Per lei il gatto senza coda era esattamente uguale agli altri.

Sarà stato questo, forse, il motivo per cui lui la scelse come compagna di passeggiate. Purtroppo non lo sapremo mai.

 

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