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Allora sincronizzo la musica e metto in loop la versione di Giorgia di “Una storia importante”. Devo scrivere un capitolo del libro. E come sempre mi serve della musica. Pronto. Ecco l’idea. I miei due scrittori, Andrea e Gioia, devono far incontrare i lori personaggi Pier e Roberta. Un grigio cielo è un campo di battaglia per nuvole rivali, mentre l’indaco infinito è un orizzonte da scrutare per scoprire l’altra riva dell’universo. Pier. A Napoli. Zona Industriale. Cominciamo.

Il silenzio che avvolge la zona industriale aumenta il mio stato d’ansia. Ho preso coraggio. Ci troveremo nella stessa biblioteca di vent’anni fa. Io ti riconoscerò, non so se farai lo stesso. Allora come fossimo sconosciuti, “indosserò un fiore rosso nell’occhiello della giacca”. Ma che cazzo sto dicendo. Cancello tutto il messaggio. “Ci vediamo lì, la biblioteca non esiste più ma c’è ancora l’insegna”. Così va molto meglio. Ci sono passato stamattina. È di quelle vecchie insegne degli anni settanta, anche sessanta. Di colore blu tendente al viola, con i caratteri riconoscibili e il simbolo del comune di Napoli. Antonio Labriola. Non so nemmeno chi è e non mi prendo nemmeno la briga di andare a cercarlo su Google.

Per me disegnare personaggi usando le parole è la cosa più semplice del mondo. Creare esseri, che qualche secondo fa erano rinchiusi in un mio pensiero, è naturale come sorridere a un bambino. Cogliere un singolo neo, renderlo una storia, o un capello bianco e trasformarlo in un’avventura, è come dosare lo zucchero in una tazza di caffè.

Il silenzio che avvolge la zona industriale m’indispettisce. Lo odio con tutto me stesso. Si sente solo il rollio delle auto a quest’ora. E con il vento, l’odore del mare. Da quando i Cinesi hanno invaso la città, il polo industriale si è svuotato e a parte qualche commerciante e le raffinerie, le fabbriche non ci sono più. Allora per non morire di noia, ti penso. Cosa dovrò dirti. Non lo so, non so più nemmeno se ho voglia di vederti. Ma non presentarmi sarebbe da malviventi. E poi che scusa dovrei inventare? Sono uno specialista nel campo ma adesso non riesco a trovare nulla di veramente valido. E poi vieni apposta per me. Eppure tutto ciò ispirerebbe autori e cantautori, ci scriverebbero una canzone e milioni di poesie, mente a me da solo un effetto di bruciore nello stomaco. Ma che razza di uomo sono diventato. Malox, subito, lo mando giù con un litro di Ferrarelle. Questa vita mi disturba ma non posso scioglierla in un bicchiere.

Il silenzio che avvolge la zona industriale mi fa impazzire. Allora esco da questa bettola che hanno il coraggio di chiamare bad and breackfast, lurido come il marciapiede tempestato di ricordi. Quelli dei cani come quelli della mia gioventù che riaffiora. Cresciuti come ginestre tra l’asfalto e sradicati dalla voglia di non reagire e piuttosto di scappare via prima di essere presi dalla smania di arrangiarsi che porta solo alla perdizione. Ho fatto a modo mio, come sempre, scappare.

Roberta, Roberta, Roberta, ripeto il tuo nome mentre affronto le scale. L’ascensore è guasto e sono al settimo piano. Il custode mi ha detto che non lavorano durante i festivi, anche se il 24 dicembre è feriale, almeno per il resto del mondo. Ti prego, ti supplico, liquidami rapidamente. Basta un “è stato bello rivederti ma…” ora voglio di più. Devo liberarmi.

E ora gli scrittori.

Che ne pensi? È troppo triste?

Possiamo fare meglio. Infondo è da un po’ di tempo che Pier la cerca e adesso che stanno per incontrarsi, gli mettiamo in testa tutta questa confusione. È la loro storia importante. Coraggio. Facciamoli incontrare.

Ok provo a rimettere le cose apposto.

 

Ok provo anch’io a rimettere le cose apposto.

“Ci vediamo lì, la biblioteca non esiste più ma c’è ancora l’insegna”. Adesso che mi ha scritto non vedo l’ora che il tempo si sciolga. Ho già preso tre caffe, lavato i denti ogni volta e fumato anche una sigaretta, pensare che avevo smesso. Allora metto in bocca una gomma da masticare. Mi vedo riflessa in questo specchio e mi sento distorta. Sono contenta di aver accettato, ma non sarò troppo ingessata? Saprò essere me stessa? Continuo a mordermi il labro. Sanguina. Maledetta che non sono altro.

Se vedo uno sguardo stanco, sorretto e portato da due borse, riesco ad accostarlo a notti di studio. Così, un passo deciso è sinonimo di fretta per risolvere un dilemma o voglia intrinseca che il tempo acceleri per non dover attendere più del dovuto.

Infondo non ho nulla da perdere. Partendo da questo punto di vista dovrei essere rilassata. Ma non vado a un appuntamento da anni. Mi sento inopportuna. A quasi trentasei anni come quelle ragazzine che non sanno cosa indossare, che devono rientrare presto. Eppure vivo da sola e non devo dar conto a nessuno. Si è anche sporcata la camicetta bianca. Ma come mi sono vestita sembro una quarantenne disperata. Allora mi cambio e metto un jeans ed una felpa. O sembro voler essere giovane per forza? Che cosa indossano le trentaseienni in procinto di andare ad un appuntamento?

Pier. Quanti dubbi. Forse dovrei dirti che non me la sento. Quanta gente ho incontrato questi anni, quante storie? Nessuna così complicata. Io, la chiave della tua memoria. Pier. Perché?

Fermati un istante. Roberta. Roberta. Chi sei? Rifletti. Chi sei?

Ancora la ragazzina insicura che ha fatto crollare il suo universo fatto di false certezze o sei finalmente diventa una donna pronta per fare il suo passo decisivo? Ho paura delle conseguenze. Coraggio, devo farmi coraggio. Al massimo mi rovinerò il Natale e dopo innaffierò la delusione in un prosecco, in un mare di prosecco.

Un riff di chitarre e un po’ di blues per portare a tempo le dita sulla tastiera; la testa si disconnette dal reale per entrare in un parallelo fatto di singoli grafi neri. Le combinazioni di questi non sono segrete, anzi note ai più, ma la meraviglia è la possibilità di confondere tramite loro e perdersi. Una sorta di mondo parallelo perfetto, il mio. Un mondo dove accade tutto ciò che voglio io, dove le persone fanno tutto e solo ciò che desidero facciano. Dittatore del mio spazio bianco, lascio confinato ad esso però la mia brama di potere. Non sono democratico sul foglio. Batti e ribatti e la spada è bella e forgiata: una lama tagliente con cui affrontare i demoni del tempo soprattutto, cercare di ammazzare i secondi, schernire i minuti, frantumare le ore.

Che ne dici adesso. La parte di Roberta sembra un po’ troppo commerciale non trovi? Troppo banale. La ragazza che ha paura di diventare donna e non sa gestire la situazione. Però non guardarmi così ti prego.

Il retrogusto della storia è quello giusto, abbiamo colto nel segno. E poi non siamo ancora al culmine. Dobbiamo solo togliere qualche luogo comune. Credo si percepisca lo stato d’animo. Se io fossi il lettore riuscirei a mettermi nei panni di entrambi.

Allora lascio tutto così com’è, lo evidenzio in giallo magari lo rivediamo più avanti. Che ne dici li facciamo incontrare quindi? Non ti avvicinare troppo che poi non mi controllo!

E cosa pensi di fare?

Non sono ancora convinto di questo incontro.

Non mi riferivo a quello.

Mi fai paura, anzi me ne faccio. Fermati ti prego. Scriviamo.

Controllati e scrivi allora, o lasciati andare e paga le conseguenze. Fai il tuo gioco. Abbi il coraggio di fare la tua mossa.

Siamo ancora in tempo. Abbassa gli occhi e toglili dai miei. Dobbiamo far incontrare Pier e Roberta. Abbassa gli occhi dai, smettila di guardarmi.

E dove dovrei guardare? Devo parlare con te e fissare il vuoto? E se invece volessi proprio questo effetto?

Dai che Roberta aspetta e non è bello lasciare una donna sola ad aspettare.

Ricordati che sono solo parole. O forse no?

Lo sai che non sono solo parole. Sono le nostre parole.

Adesso ci siamo noi. Non temere. Lasciati andare.

Mi metti i brividi. Io ti voglio…

Tu mi vuoi…?

“Roberta, scusami ma non ho avuto il coraggio. Questa vita mi disturba e non vorrei distruggere anche la tua”. Continuo a guardare il monitor del cellulare e a sfiorare il tasto per inviare il messaggio alternativamente a quello per cancellarlo. Poi una virazione. Roberta.

“Pier. Pier. Pier. Perdonami.”

Ti osservo mentre leggi il messaggio. Averti rivisto senza il coraggio di parlarti. Non sono pronta. Perdonami.

Rallentata, frena. Dimentichi la democrazia; la scrittura è una repubblica fondata sulla libertà. La libertà di esprimersi, la libertà di essere diversi, la libertà di non piacere ai molti, ma di emozionare i pochi. La liberta di rispecchiarsi senza pagar dazio. E così ritrovi nelle parole i tuoi amori quelli segreti e quelli spudorati e dichiarati; nelle sofferenze di un personaggio i tuoi dolori che cerchi inutilmente di celare: le sue parole li hanno messi in luce. Corro, come sempre anche con le parole, con i verbi e ancora niente. Questo per me è la scrittura dire il vero celandolo, o dire falsità rendendole così reali che è impossibile vederne il confine. Rivelare al mondo che esiste un posto dove concentrandosi, si materializzano oggetti, dove le sensazioni provocano catastrofi, dove ai lati d’Italia non vi sono solo due mari ma frasi palindrome, dove dopo 9031 caratteri spazi inclusi ancora non ho svelato neppure lo scopo di tutto.

La musica continua, mente lo spazio qui sotto si esaurisce dopo quest’inutile ennesima frase. È imbarazzante: sta risuonando la stessa canzone con cui ho cominciato: vuol dire che ho impiegato più del dovuto a scrivere di niente, a riempire del tempo di vuoto. Muratore di parole? Edifici senza fondamenta però! Come il grattacielo in cui Pier sceglie se andare da Roberta. Come le paranoie della bellissima ragazza sull’orlo dei quaranta. Forse tutto questo è solo calce a cui aggiungere del ferro per renderla armata. Ancora armi. Eppure sono al pari di un agnello, pacifico: bruco erba fatta di pagine ingiallite e mi abbevero di tomi liquefatti. Condotto al macello però no. Lotterò fino alla morte per difendere le mie parole con le mie stesse parole. Anche quando saranno rudi, quando saranno sassi scagliati contro bersagli mancati. Se sarà il caso mi scuserò ma il silenzio non calerà mai sulla carta.

Quanta confusione.

Rileggere, tagliare, ricucire, una delle bellezze della scrittura.

Amo, la amo, vi amo parole, perché non mi tradirete mai.

Ma presto lo spazio non c’è più e devo ancora farli separare prima che sia troppo tardi.

                Fermati un istante. Resta qui. Non andare.

                Lasciami. Scusami. Addio.

Qualche informazione su inverosimilmente

Mi chiamo Salvatore Improta, (on line con il nickname Inverosimilmente). Sono nato a Napoli nel 1979, vivo a Bologna dal 2001 e lavoro a Rimini dal 2015 come responsabile di Sistemi di Gestione. Sono un accanito lettore, figlio di un litografo - casa dei miei genitori è invasa da carta stampata. Tra i miei autori preferiti... Saviano, Auster, Fante, Ammaniti, Brizzi...mi fermo solo per questioni di spazio.
Mi sono avvicinato giovanissimo alla scrittura, in primo luogo di racconti brevi.
BRUCIA è il mio secondo romanzo (il primo ad essere pubblicato) è disponibile dal 15 novembre tra gli e-book della grande famiglia Geeko!

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