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Come tutte le mattine Sofia volteggiava da sola in mezzo al bianco della pista di pattinaggio quando, all’atterraggio di un triplo toe loop non sentì il ghiaccio sotto i piedi: aveva perso l’equilibrio atterrando rovinosamente sulla spalla destra e sbattendo la testa.

Le ultime cose che ricordava erano la voce dell’allenatrice che urlava ripetutamente il suo nome e delle braccia che la sollevavano dal pavimento ghiacciato.

Si risvegliò in una stanza d’ospedale, vide i suoi genitori seduti accanto al letto e la sua allenatrice appoggiata al muro di fronte.

Sentiva un forte dolore alla spalla e il fastidio della fasciatura, chiese subito quali fossero le sue condizioni e quando sarebbe potuta tornare ad allenarsi.

<Sofia, tesoro, gli allenamenti dovranno aspettare. Il colpo preso alla testa non ti ha procurato danni gravi ma la spalla …>

Quando arrivò, il medico confermò la diagnosi: niente pattini, niente ghiaccio e allenamenti, solo riposo e riabilitazione per almeno un paio di mesi.

In quel momento Sofia sentì il mondo crollarle addosso.

Sofia decise di non ribellarsi e fare la brava, seguire la riabilitazione e vedere persino uno psicologo.

Sentiva quasi ogni giorno la sua allenatrice, per tutti quegli anni lei era sempre stata il suo punto di riferimento però ciò che quel giorno le disse al telefono l’aveva lasciata totalmente spiazzata

<[…] sai, ho sentito di recente una collega che sta cercando una brava pattinatrice per fare delle gare di coppia con- >

<Non se ne parla.>

Da allora Sofia non aveva più risposto alle sue chiamate o ai messaggi, aveva solo visualizzato l’ultimo in cui le chiedeva di incontrarla alla pista il giorno dopo l’ultima seduta di riabilitazione.

Era davvero indecisa se andare o no ma alla fine cedette, mise in spalla il borsone dopo un tempo che le sembrò infinito.
La prima cosa che fece fu indossare i pattini e muovere leggeri passi in pista ma, poco dopo, una fitta al braccio le fece perdere l’equilibrio.

“Non di nuovo” pensò preparandosi a un impatto che però non fu quello contro il ghiaccio ma contro una persona, un ragazzo apparso dal nulla che l’aveva presa al volo evitando la caduta.

Dopo quell’episodio parlò a lungo con l’allenatrice, su alcune cose aveva ragione lei: non poteva permettersi di perdere tempo, come molti sport anche questo è molto legato all’età e il giusto tempismo è ciò che separa un’atleta dalla possibilità di avere successo e vincere gare e medaglie.

Accettò quindi quella assurda proposta e iniziò ad allenarsi con Daniel, lo stesso ragazzo che qualche giorno prima l’aveva salvata in pista.

Sofia non era fatta per stare in coppia ma con il passare del tempo cambiò – in parte – idea e iniziò ad abituarsi a quello strano risvolto nella sua vita, nonostante le difficoltà tra prese in giro di vecchi compagni e nuovi avversari, scherzi di pessimo gusto e la crescente consapevolezza che, se non si fosse impegnata abbastanza, avrebbe perso l’opportunità di diventare una vera professionista.

Arrivò il giorno della gara, sapeva che sarebbe stata nervosa ma non immaginava così tanto. Per fortuna Daniel, la sua allenatrice e anche i suoi genitori erano lì a sostenerla.

Alla fine Sofia e Daniel si aggiudicarono il secondo posto, sufficiente per accedere alle competizioni successive.

Dopo il successo della gara Sofia prese la sua decisione.
Diede appuntamento a Daniel e all’allenatrice alla pista e disse loro che avrebbe continuato nel pattinaggio artistico di coppia ma solo a patto che, quando fosse stata pronta, la avrebbero sostenuta nel suo rientro al singolo.

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