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L’ultima mezza giornata – perché il volo era alle quattro del pomeriggio – fu dedicata ai souvenir; in particolare alla ricerca – nella via che da Praça do Comércio arrivava al Rossio (sostanzialmente la via dello shopping) – del meglio del meglio che il compagno d’avventure agognava – e solo dopo aver praticamente girato tutti i negozi trovammo negli ultimi cinque minuti a disposizione ciò che pensava di cercare.

 

La cosa buffa dei negozi di souvenir è che tutti, ma dico tutti, in qualunque luogo del mondo, vendono le stesse cose; in Portogallo, in particolare, hanno sempre le stesse calamite con gli stessi disegni e le stesse forme, gli stessi astucci in sughero – il Portogallo ha il 50% del sughero mondiale –, le stesse tazze, gli stessi galletti in ceramica e gli stessi azulejos – tutto chiaramente fabbricato in serie in Cina e poi portato a Lisbona .
Mi chiesi, mentre entravamo e uscivamo dall’ennesimo negozio, per quale motivo la gente si riempie le valigie di souvenir rischiando di sforare il peso imposto – dopotutto, non ho bisogno di un galletto in ceramica su uno degli scaffali della mia libreria per ricordarmi di essere stato a Lisbona, eppure ce l’ho (e anzi prima di partire avevo già deciso che ne avrei comprato uno ). Voglio dire, fra trent’anni cosa ce ne faremo dei nostri galletti e dei nostri Colossei in miniatura? Con tutta probabilità il galletto cadrà per sbaglio e si frantumerà e il Colosseo lo perderemo durante qualche trasloco, ma nonostante questo sentiamo come il bisogno di comprarli ugualmente, di entrare nel negozio e farli nostri – ma perché?; perché ci serve un oggetto in cui veicolare la nostra vacanza? Io ammetto che mentre guardo i souvenir sugli scaffali della mia libreria provo un piacere quasi estatico nel dire “questi li ho comprati a Lisbona” – come per dimostrare a me stesso di esserci stato davvero, come se senza il galletto, dicendo a qualcuno che sono stato a Lisbona, questi non mi credesse.
Forse compriamo i souvenir solo per paura di dimenticare o non essere creduti e non essendo creduti quindi dimenticati, o forse un oggetto seppur piccolo e relativamente insignificante può aiutarci a restare attaccati a qualcosa di concreto quando i ricordi sono spesso effimeri; forse compriamo maree di souvenir solo perché siamo materialisti senza filosofie e adoriamo riempirci la casa di cazzate, o forse il souvenir è dopotutto solo un ricordino che vogliamo portare via dal posto in cui siamo stati bene per non lasciarlo mai davvero .

 

Il volo di ritorno partì con un’ora di ritardo e io non presi le mie gocce perché mi sentivo più tranquillo, ma fu un grave errore: turbolenze, tempeste, fulmini, lampi, Thor che atterra sul tetto dell’aereo per cercare suo fratello… praticamente le montagne russe ; e poi – potenza della mente umana – non avendo preso le gocce sapevo che sarei potuto stare male o accusare qualcosa, per cui stetti male per tutto il viaggio e sentii il petto stringersi, la gola serrarsi, il cuore sparire e la mente vacillare per tre ore buone – un’ultima esperienza di premorte che finì solo quando l’aereo toccò terra e rallentò (tra le altre cose volammo mezz’ora sopra Bologna perché c’era maltempo e bisognava aspettare, quindi l’idea di girare in tondo e il giro effettivo in tondo mi fecero stare ancora peggio eccetera; sostanzialmente fu tutto un mal-di-vita-in-aereo-inception ). Per farla breve, invece di atterrare a Bologna sulle 20-e-qualcosa ed essere a casa per le 21-e-qualcosa arrivai a casa, dentro la mia doccia – finalmente una doccia decente in un bagno familiare –, a mezzanotte-e-qualcosa.


Epilogo:
I lisbonesi portavano i pantaloni lunghi – i jeans! – anche se la temperatura oscillava intorno ai 40° – probabilmente erano abituati e per loro era come se ne facesse 30°, ma io rimasi sconvolto lo stesso. La Ginjinha era un liquore a base di amarene che assaggiai per non precludermi l’esperienza ma che faceva schifo come qualunque altro liquore . Premessa: una delle camicie che avevo portato per uscire la sera era tappezzata di ritratti di Modigliani; Fatto: una sera, mentre mangiavo il gelato fermo sulla strada, mi si fece vicino questa trentenne francese – credo – che in inglese mi chiese se poteva farmi una domanda; io dissi di sì, lei mi domandò da dove venivo, mi disse che adorava Modigliani e niente, se fossi stato più vecchio e se avessi saputo più inglese forse sarebbe potuta nascere un’avventura. L’Armazéns do Chiado era un centro commerciale vicino all’appartamento in cui per comodità cenai tre sere di fila con il compagno d’avventure – una sera hamburger e due sere “pizza” . Da Amorino – vuoi perché avevo capito che in Italia non c’era (non è vero) e vuoi perché il gelato (molto buono) lo mettevano sul cono come se fosse un fiore – spesi qualcosa come 15 euro in tre gelati. Alla Feira de Ladra mi imbattei in un negozio di Funko e così ne comprai due, ma il negozio non accettava la carta e io non avevo contanti, quindi il compagno d’avventure anticipò per me e poi lo rifece col biglietto del Pantheon e poi lo rifece ancora e poi io gli pagai il pranzo per bilanciare e insomma, andammo avanti per tre giorni a pagarci cose l’un l’altro finché con uno dei souvenir comprati da lui ma pagati da me non estinsi finalmente questa mini-lista dei debiti di Paperino. Tornati a casa cenai con latte e biscotti come quand’ero piccolo.

Qualche informazione su Alessandro Mambelli

Sono nato a Cesena nel 1997. Dopo aver frequentato il liceo scientifico ho capito che la mia vera vocazione era un’altra, così ho cominciato a scrivere e a frequentare Lettere Moderne a Bologna. I miei “maestri spirituali” sono David Foster Wallace, Roberto Bolaño e Neil Gaiman.

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