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L’ultimo giorno avrebbe dovuto essere teoricamente il più rilassante, ma nella pratica si rivelò ugualmente faticoso e ugualmente lungo; il programma in sintesi fu: treno per Cascais, visita di Cascais, biciclettata lungo l’Oceano fino al Guincho, bagno, ritorno in bici e treno – e il tutto nel corso di una mezza giornata perché uscimmo di casa tardissimo.

Il treno per Cascais fu la prima di tante odissee – nel senso di viaggi-lunghissimi-di-cui-non-si-vede-la-fine – perché dovevamo fare i biglietti ma la coda sembrava più un esodo programmato che non accennava a diminuire che un’ordinata fila di persone , per cui perdemmo il primo treno e dovemmo aspettare il successivo prima di riuscire a salire – almeno i treni portoghesi erano puntualissimi, cosa che mi stupì non poco (come mi stupì non poco scoprire che “arrivo” si dice “destino”, il che sinceramente suona un po’ fatalista ma anche molto poetico, se vogliamo, dopotutto il destino inteso in senso cosmico altro non è che un arrivo finale e fatale, perciò fa sorridere dire che, per esempio, “oggi il mio destino è Cascais”).
Cose che notai durante il viaggio in treno: una coppietta che si amava molto e non perdeva occasione per mostrarlo a tutti quanti baciandosi umidamente; famigliole e lavoratori che non vedevano l’ora di andare al mare per divertirsi; una coda pressoché infinita per la Torre di Belém – davanti a cui passammo col treno – che partiva dalla Torre stessa e che arrivava quasi alla strada ; un paesaggio marino ligure; un sacco di piedi scalzi infilati in ciabatte e sandali – e la conferma, così sopraffatto, che i piedi sono appendici davvero orrende.
Cascais era una città ridente e colorata che ricordava molte località marittime nostrane come Cervia o Cesenatico, aveva un centro storico caratteristico ma non esageratamente antico o grande e un lungomare pedonale piuttosto carino; la spiaggia, invece, era molto lunga e larga ma con pochi ombrelloni a pagamento e tante zone libere – tra l’altro i bar degli stabilimenti balneari erano lungo la passeggiata sopraelevata rispetto alla spiaggia, per cui ogni volta che si voleva andare in bagno o a prendere una cosa da bere bisognava fare le scale, quindi non era proprio riposante, diciamo (come non era riposante stare su una spiaggia spalla a spalla con i vicini sudaticci e sotto un sole a 40° che però ne bruciava 25° per il vento, a bruciarsi e a gremire i posti migliori come a Rimini a Ferragosto ).
Dopo pranzo noleggiammo le biciclette e partimmo alla volta del Guincho, la “famosa” spiaggia dei surfisti – dico “famosa” perché non l’avevo mai sentita nominare e perché di surfisti non ne vidi neanche uno, ma è molto probabile che non essendo io un surfista sia giustificato o che i surfisti fossero tutti dietro la scogliera che divideva sostanzialmente la spiaggia in due parti (o che quel giorno non ci fossero, chissà). La biciclettata, in ogni modo, fu meravigliosa, anche se arrivati alla Boca do Inferno avrei potuto sostanzialmente morire in silenzio e in pace e sarebbe stato lo stesso, perché – è opportuno precisarlo – la mia resistenza fisica è sempre stata limitatissima e già dopo mezza salita ero praticamente spolmonato (sai che novità).
La Boca non capii bene cosa fosse – nonostante tutti i miei compagni sembrassero prodighi di informazioni –, ma da quello che intuii era una specie di scogliera che più volte aveva lasciato cadere pezzi – e persone – in mare, e che per questo era diventata famosa e conosciuta con quel nome sinistro. Ovviamente il ciglio a strapiombo sull’acqua era pieno di gente che si arrampicava o scattava foto avventurose e audaci, ma la cosa che più mi fece imbestialire era che tutti i bar o le attività intorno si chiamavano “qualcosa”-do-Inferno: praticamente attorno ad un luogo – bellissimo, per carità, ma – pieno di morte e tragedie, lo spirito imprenditoriale dell’uomo aveva come sempre costruito un business florido e fiorente – capisco che un bar o un ristorante attorno ad un posto turistico siano furbi e necessari, ma forse con la Boca è sbagliato il luogo turistico in sé per sé se davvero (come una targa apposta su un lato della scogliera faceva presumere) sono morte delle persone (soprattutto se il luogo è diventato turistico dopo che la gente è annegata, ma onestamente questo non lo so e non voglio nemmeno saperlo ). Però sulla “terrazza” che la scogliera creava sull’Oceano c’era un tizio con un costumino rosso a metà coscia e una maglietta bianca che suonava un ukulele e cantava in un microfono amplificato – il suo repertorio variava da Somewhere Over The Rainbow di Israel Kamakawiwo’ole (che innestandosi alla fine su What A Wonderful World e cantata su quella scogliera aveva un certo effetto) a Bella Ciao (che così anomala su quella scogliera aveva un cert’altro effetto). La gente si fermava sorridente a filmarlo, qualche coppia o qualche gruppo di amici accennò anche uno o due passi di danza e io – dopo aver visto lo strapiombo ed essere tornato indietro –, lasciati gli altri del gruppo alle loro foto artistiche e alle loro esplorazioni, mi misi ad ascoltarlo con attenzione; e mentre lo ascoltavo sbattuto di qua e di là dal vento in cima a quella scogliera pensai che mi trovavo a strapiombo sul vuoto, lontano chilometri e chilometri da casa, in un luogo pieno di morte, davanti all’Oceano – che è la cosa più grande che esista –, ad ascoltare un ukulele – che è la cosa più piccola che esista – che suonava Bella Ciao – cantata in italiano da un portoghese, ovviamente –; e anche se il tizio era praticamente abbandonato in mezzo a tutta quella vastità pensai comunque che la vastità dell’Oceano o del mondo o del vuoto cosmico o della guerra della violenza dell’odio della gente morta in mare o quello che si vuole – che la vastità del dolore, della sofferenza o del tutto negativo – era bilanciata e vinta dalla vastità della musica, da una canzonetta partigiana e da altre canzonette che facevano ballare la gente – mi sentii, in mezzo a quel nulla, alla fatica e alle maledizioni, quasi felice.

La passeggiata dalla Boca do Inferno fino al Guincho fu tranquilla e leggermente in discesa, lungo una pista ciclabile piana e larghissima – in realtà alcuni volevano tornare indietro per una salita ripidissima e farsela attraverso il bosco, ma forse fu meglio così (anche se l’allungammo un po’) –, e l’unica nota dolente fu il vento – in riva all’Oceano soffiava ovviamente un vento bestiale e noi ce l’avevamo a sfavore perché pedalavamo paralleli all’acqua, quindi le bicilette venivano sempre spostate di lato e poi riportate in carreggiata. Ma anche qui ci furono un lato positivo e una riflessione esistenziale – a quanto pare è utile per queste cose, l’Oceano –, perché mentre pedalavo buttavo spesso l’occhio verso l’acqua e il panorama era mozzafiato e mi dicevo cazzo quanto è grande, cazzo quanto è enorme, si vede proprio che è più grande dell’Adriatico o del Tirreno – forse il sapere che si trattava dell’Oceano mi faceva inconsciamente dire quanto fosse più vasto, o forse davvero, solo guardandolo, si intuiva quant’era enorme –; mentre pedalavo con l’odore della salsedine nelle narici guardavo dall’altra parte della strada e vedevo solo una radura sterminata di cespugli e arbusti e immaginavo che avessero deciso di non costruire più niente perché tanto non ne valeva la pena, come se non fosse necessario usare anche quel terreno visto che avevano già usato tutta l’Europa – chiaramente erano solo pensieri per tenere la mente occupata mentre pedalavo (forse anche per sentir meno la fatica ), erano solo storielle che raccontavo a me stesso per ingannare il tempo, ma in un certo senso quella brughiera, l’Oceano dall’altra parte… mi resi conto d’improvviso che eravamo davvero ai confini del mondo .
La spiaggia del Guincho era, se possibile, ancora più ventosa della ciclabile – i pochi ombrelloni erano coperti da paravento enormi –, ma la sabbia era morbidissima e densa e l’Oceano meraviglioso nel suo spezzarsi in schegge luminose; alcuni pazzi facevano parapendio a filo degli scogli e tre uomini tristissimi che mi sembrarono molto soli erano seduti al bar a bere birra. Io mi sedetti sulla sabbia, toccai l’acqua dell’Oceano coi piedi – perché l’idea era quella di fare il bagno ma l’acqua era troppo fredda e la spiaggia troppo ventosa e così la toccai solo perché non capita tutta i giorni di essere in riva all’Oceano – e mangiai le gavotte comprate eoni prima mentre ascoltavo il rumore delle onde.
Dopo un’ora di vento eravamo tutti rintronati e infreddoliti, così tornammo indietro più riposati ma – almeno io (l’Oceano fa riflettere) – con un vuoto esistenziale incolmabile, invincibile e irremovibile; il ritorno, comunque, sembrò più corto e meno faticoso nonostante la leggerissima salita .
Quella sera, come le precedenti, andammo a letto presto .

Qualche informazione su Alessandro Mambelli

Sono nato a Cesena nel 1997. Dopo aver frequentato il liceo scientifico ho capito che la mia vera vocazione era un’altra, così ho cominciato a scrivere e a frequentare Lettere Moderne a Bologna. I miei “maestri spirituali” sono David Foster Wallace, Roberto Bolaño e Neil Gaiman.

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