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Le colazioni nell’appartamento erano gli unici pasti che io personalmente consumavo lì, ed erano tristissime e fredde – il caffè in capsule era anonimo, il latte raffreddava il caffè perché non avevo voglia di riscaldarlo, i biscotti erano insapori e al gusto di cartone bagnato e il kiwi che mangiavo sempre alla fine sembrava più aspro del normale perché le mie papille gustative non sono abituate a mangiare frutta a colazione –; la prima mattina non sapevo come funzionava la macchina del caffè e dovetti aspettare che qualcuno me lo spiegasse, una mattina feci colazione in piedi perché erano finite le sedie, ogni mattina prima di mangiare lavavo la tazza perché non si sapeva mai quali fossero pulite e quali no – e in generale cosa fosse pulito e cosa no[1] –, una mattina chiesi scusa a uno sgabello perché facendo un passo indietro credetti di aver urtato una persona.

 

Il sesto giorno tutto il gruppo andò a Carcavelos, una spiaggia a venti minuti di treno dalla città, ma siccome io e il compagno d’avventure al mare non ci volevamo andare ripiegammo su un giretto nelle zone di Lisbona che avevamo visto poco o non visto per niente – in ordine: Feira de Ladra, Pantheon Nazionale, Cattedrale, Alfama, Convento do Carmo, il Mundo Fantastico de la Sardinha Portuguesa e l’ospedale delle bambole.

La Feira de Ladra era un tipico mercatino delle pulci che si estendeva nel Campo de Santa Clara, ai piedi del Pantheon – c’era qualcosa di piacevolmente disturbante in certi scorci che mostravano il bianco pallore del Pantheon sullo sfondo e le pile e i mucchi di tappeti, teli e bancherelle piene di carabattole colorate sul davanti. Il mercatino non era così grande come la sua fama, e in realtà oltre alle cose strane e interessanti tipiche dei mercatini – come vecchi telefoni con i vetri rotti o lo sportellino, smalti tutti dello stesso colore abbandonati sopra un foglio, la statuetta di una scimmia che reggeva una botte di liquore, tartarughine in pietra, elefanti in pietra, pietre[2], vecchie cartoline, libri o vecchi e scassati giocattoli dei cartoni animati – c’erano anche oggetti “turistici” come antologie musicali di Amalia Rodrigues o opere di artisti locali.

Credo, in ogni modo, che ci sia un certo fascino nei mercatini delle pulci, perché sono discariche o cimiteri di cose che non usiamo più e di cui vogliamo liberarci – c’è qualcosa di inquietante in effetti nel vendere a un mercatino una scimmia che trasporta una botte, perché significa che qualcuno l’aveva inizialmente comprata pensando potesse servirgli o che fosse bella –; e in generale i libri, i giochi o i vecchi telefoni raccontano certe storie che sono più o meno comuni a tante persone, e risalendo al contrario le bancherelle si può ricostruire un affresco di una società o di una certa porzione di individui – spesso domandandosi per quale motivo qualcuno vorrebbe fare a meno di una certa cosa, o intuendo che se molte bancherelle vendono gli stessi oggetti allora in un certo periodo tutti li possedevano, eccetera eccetera.

 

Il Pantheon non era così esaltante come poteva sembrare: era bello, sì, era maestoso, ovvio, ma era anche e semplicemente un pantheon – quindi pianta circolare, cupola e nicchie laterali –, un pantheon pieno di cenotafi – c’erano Vasco da Gama e Caboto, per dire – e tombe vere di altre personalità importanti – uno scrittore, un calciatore… eccetera. L’unica cosa che poteva valere i 4 euro spesi per il biglietto era la terrazza che girava tutt’attorno alla base della cupola e da cui si poteva vedere il fiume da una parte, il mercatino dall’altra e la città nel mezzo, solo che quel giorno tirava un vento talmente pazzesco che era sostanzialmente impossibile camminare verso il parapetto – o sostare a più di dieci centimetri dalla soglia del portone.

La Cattedrale, invece, che si trovava ai piedi della collina su cui sorgeva il Pantheon, era molto più interessante e vecchia, e infatti la sensazione che le pietre scure e la poca luce mi suscitarono fu di qualcosa correlata ai sacrifici umani, alle sette segrete nelle cripte e ai complotti religiosi ed esoterici – una cosa alla Nome della rosa, più o meno –; anche se dall’altro lato, aizzato dal compagno d’avventure che mi chiese cosa un fedele devoto dovesse provare ogni volta che entrava in una chiesa – e se anche lui (ateo) si sentiva sopraffare dalla bellezza… –, mi domandai la stessa cosa e anzi andai oltre, perché mi chiesi cosa dovesse provare un cattolico cileno, per dire – uno che ha sempre vissuto nel suo villaggio in Sud America senza magari aver visto mai una grande città a parte Santiago –, cosa dovesse provare se per caso un giorno entrasse a San Pietro – cosa proverebbe il suo cuore devoto e fedele nel trovarsi difronte a quello che sostanzialmente è il centro della sua religione, la sede, diciamo, e il fulcro di tutta la sua esistenza? Se i profani si stupiscono per campanili costruiti all’inizio dell’anno 1000, cosa deve sentire allora un vero fedele che entra in una chiesa dove sono passati altri milioni di fedeli come lui nel corso di numerosi secoli?; non c’è forse un certo lato nella religione e nella spiritualità che senza dubbio avvicina gli uomini fra di loro anche attraverso le epoche e le diversità più bieche?; non sono le chiese i veicoli e le macchine del tempo per questi collegamenti?[3]

 

Usciti dalla Cattedrale ci incamminammo verso l’Alfama perché sapevamo che il Miradouro de Santa Luzia non era il quartiere e che c’era – ci doveva essere – dell’altro – e in effetti non ci sbagliammo.

L’Alfama si sviluppava in altezza, era tutto fatto di scale che ricordavano quelle di Montmartre – o forse sono scale in serie, del tipo che per salire e scendere i colli cittadini sono le uniche scale ergonomiche (o una cosa del genere) – e le porte delle case erano tranquillamente aperte[4]; mentre salivamo e scendevano sotto i fili di panni stesi da un tetto all’altro e da un terrazzino minuscolo all’altro, poi – dopo essere rimasti in piedi ad una curva per aspettare il tram 28 e fotografarlo –, raggiungemmo un piccolo cortile pergolato con bandierine di carta multicolore e pieno di tavolini di ferro apparecchiati con tovaglie tutte diverse, e siccome era ora di pranzo ci fermammo – il ristorante aveva la piccola cucina a vista e sembrava quindi di essere a casa di un vecchio amico, l’insalata di polpo e quella di merluzzo erano molto buone e il formaggio fritto col miele era saporitissimo (per cui anche se in teoria era per entrambi in pratica lo mangiò solo il compagno d’avventure, tra l’altro estatico sempre di più ad ogni morso).

 

Finito il pranzo ci spostammo verso casa[5] perché io volevo assaggiare il Porto e perché il compagno d’avventure era stato qualche giorno prima sulla terrazza dell’Elevador de Santa Justa e lì l’aveva bevuto – in realtà lui aveva bevuto un cocktail a base di Porto e acqua tonica, ma fa lo stesso.

Premessa: io sono astemio, però ero a Lisbona, in Portogallo c’è il Porto e io volevo assaggiarlo anche se sapevo che avrei resistito sì e no due sorsini – come poi è stato –, e il mio compagno d’avventure era così contento e così fiducioso delle mie intenzioni che mi ci ha portato davvero.

La terrazza si poteva raggiungere in due modi: 1), con un’ora o più di fila, il biglietto, l’ascensore e il ponte di ferro; 2), con un ascensore pubblico normale di quelli da condominio che si trovava dentro un negozio privato. Noi salimmo col secondo metodo, ovviamente, e ci trovammo così ai piedi del ponte di ferro – che percorso al contrario portava comunque alla terrazza in cima all’Elevador, per cui mi chiesi se a quel punto la gente non godesse davvero nel fare la fila e pagare il biglietto o se la fila e pagare il biglietto non fossero esse stesse l’esperienza, più del panorama e tutto il resto. In ogni modo la terrazza ai piedi dell’Elevador era in realtà costituita da una serie di terrazze ricavate dai tetti degli edifici, e ad ogni terrazza c’era un locale diverso, alcuni addirittura con ombrelloni e sdraio per guardare gli altri tetti e il panorama – probabilmente era una delle zone più belle[6], più segrete e più elitarie di Lisbona che potessimo trovare, perché nella sua semi-inacessibilità mi diede l’impressione (esagerando) di essere nei giardini pensili di Babilonia o in un attico alla Grande Bellezza.

Il Porto fa schifo, comunque, o io non faccio testo, in effetti – il mio era più un esperimento –, ma da astemio posso ormai dire con certezza che il vino è troppo forte per me – e con questo allora qualunque altro tipo di alcolico, visto che il vino è abbastanza blando se confrontato a molti. Mentre bevevo, però, cercando di prendere tempo col compagno d’avventure che insisteva perché lo finissi[7], cominciai a sparlare sul bere e sulla gente che beve, filosofeggiando come se la mia esperienza fosse abbastanza per pontificare e cavillare. Gli dissi che ci dev’essere qualcosa di sbagliato in questa faccenda, perché tutti sanno che alla lunga l’alcool è anche capace di ammazzarti – ora esagero, è ovvio che un bicchiere a pasto o un drink ogni tanto non valgono come una vita intera da alcolista –, ma nonostante questo molta gente sembra ben disposta a bere per divertirsi – o questa è l’impressione che ho io, dall’esterno, mentre guardo la gente che beve –; e in generale la sensazione – forse distorta – è che molti pensino che bere sia parte del divertimento o il divertimento stesso, mentre ovviamente non è vero (più o meno credo che sia anche un fatto di moda o di gradino generazionale, perché penso che già dai trent’anni nessuno berrà più il sabato sera, o che nessuno penserà più che il divertimento consista in questo[8]). Se bere è il divertimento, però, c’è davvero qualcosa di sbagliato in questo, perché nessuno vorrebbe consapevolmente divertirsi con una cosa che potrebbe fargli del male – a meno che non siano proprio il rischio e il pericolo a far sì che bere diventi il divertimento, perché nessuno si diverte a trangugiare un bicchiere d’acqua o a fare una passeggiata, ma tutti (tranne me[9]) si divertono sulle montagne russe –; oppure bere non è il divertimento ma serve solo per dare brio alla serata, per essere più brillanti e spigliati o più ridanciani – ma anche qui, se qualcuno ha bisogno di bere per esserlo, allora non è una cosa normale (giusto?). In generale, su quella terrazza, la conclusione a cui (non) arrivai fu che sì, forse c’è proprio qualcosa di fondamentalmente sbagliato nel bere – anche se non so cosa sia (e qui teoricamente cade tutto il ragionamento) –, o forse io stesso sono sghembo, non capisco le generazioni e il divertimento e quindi ogni cosa che dico è sbagliata perché sbagliata è l’origine di tutti i miei pensieri – e se io fossi sbagliato non potrei rendermene conto, come un pazzo non può essere consapevole della propria pazzia (e anche in questo caso il ragionamento crolla nuovamente[10]).

 

Il Convento do Carmo era da tutte le guide e gli articoli considerato uno dei luoghi più suggestivi della città[11], perché distrutto in parte dal famoso terremoto del 1755 – in pratica il tetto era crollato sulle navate principali e solo gli archi rampanti erano rimasti a svettare nell’aria[12]. Il Convento mi affascinò molto di più della stupefazione spirituale del cileno a San Pietro, perché non capita di vedere tutti i giorni una chiesa che sembra costruita senza tetto apposta, come se dopo aver innalzato gli archi e i contrafforti gli ingegneri e gli architetti avessero detto okay, basta così, il tetto non serve – le rovine romane o molti templi greci magari hanno ancora il tetto oppure neanche le pareti, mentre invece al Convento do Carmo mancava solo il tetto. Nella mia poca pratica e conoscenza del mondo religioso, comunque – e con la mia deformazione professionale da scribacchino –, ho però pensato che se Dio dev’esserci, se un dio dev’esserci, allora che le chiese non abbiano il tetto, perché il cielo possa essere al suo posto per una perfetta comunione[13].

La parte rimasta in piedi del Convento era divisa in due parti: un museo del terremoto – con pezzi e macerie dell’edificio – e un museo preistorico – con due mummie del Perù e una dell’Egitto –, e siccome il giorno aveva riservato sopraffazioni spirituali e cosmiche a non finire, mi misi a guardare ciotole e punte di freccia vecchie di due millenni e a riflettere su come sia già difficile immaginare la vita cent’anni fa, figurarsi duemila, e su come quelle persone là erano persone[14] che si amavano, si odiavano, si ammazzavano e scopavano, su come era gente che cacciava, mangiava e cucinava, gente che camminava dove stavamo camminando noi quando lì era ancora tutta campagna, prato, distesa di nulla, quando la tribù o la congregazione umana più vicina era a centinaia e centinaia di chilometri di niente (per noi uomini del 2000 è impossibile immaginarci consapevoli nel 10.000 a.c., ma è ovvio che per quelle persone il loro colle lisbonese era tutto il mondo, come lo è per noi oggi il mondo intero[15]).

 

Per concludere in bellezza la giornata, poi, le ultime tappe del programma furono il Mundo Fantastico de la Sardinha Portuguesa e l’ospedale delle bambole – un negozio dell’800 che divenne “ospedale” quando la padrona cominciò a riparare le bambole rotte.

Il Mundo Fantastico de la Sardinha Portuguesa praticamente era un negozio solo di sardine sotto-aceto, con una vetrina con una ruota panoramica le cui cabine erano scatole di sardine, con tre pareti piene di scatole una sotto l’altra e con una giostra di sardine, un trono di sardine, un cappello di sardine da mettere in testa per fare la foto sul trono e dei commessi vestiti come dei Willy Wonka delle sardine; un negozio sulle tonalità del rosso e del rosa che poteva anche mandare in coma glicemico con le sue luci, i suoi colori e la sua felicità[16]. L’ospedale delle bambole, invece, era il contraltare, il controcanto e il lato oscuro perfetto del Mundo Fantastico eccetera, perché era buio, piccolo, di legno, ‘800esco e inquietantissimo.

Premessa: io non guardo molti film dell’orrore, ma in generale so che la maggior parte sono stupidi perché esagerati e pieni di cose esagerate – e stupide – anche per un film dell’orrore. Ebbene, mi sbagliavo, mi sbagliavo e mi sbagliavo ancora, perché l’ospedale delle bambole è un film dell’orrore di quelli in cui succedono cose esagerate, ma è anche un film dell’orrore non-stupido e in realtà non è neanche un film, perché è un posto vero dove mi sono trovato immerso[17].

Innanzitutto il biglietto a forma di bambola di ceramica che ti guardava con sguardo feroce e sul cui retro era scritta la storia dell’ospedale – e già una storia che comincia più o meno come “C’era una volta una vecchia signora, quand’ancora non c’erano le auto per le strade…” non può che finire male[18] –, poi la ragazza minutina coi capelli neri che ci portava in giro per le varie stanze – e ogni volta io pensavo “ecco ora la strega chiude la porta e ci ammazza, ecco ora chiude la porta e ci uccide e nasconde le nostre teste fra le bambole e ci fa vedere ai prossimi visitatori dicendo che siamo bambole e loro ci credono” –, e infine proprio l’ospedale in sé per sé. Sembro esagerato? Non lo sono: l’ospedale è stata la cosa più “sicura” che ho fatto – nel senso che non ero su un gommone in mezzo all’Oceano, su diecimila metri di vuoto o in un qualche luogo in cui qualcosa poteva statisticamente andare storta – in cui ho temuto di più per la mia vita; per capire il terrore dell’ospedale bisogna andare all’ospedale, bisogna vivere il film dell’orrore che quel luogo rappresenta.

Diciamo che in generale proprio le bambole in quanto bambole – soprattutto quelle di una volta, in porcellana, vestite come delle dame eccetera – hanno qualcosa di disturbante – sembra che ti guardino di continuo e sono immobili ma assomigliano incredibilmente a delle persone vere –, ma cento, duecento o mille bambole tutte insieme, in una serie di stanze contigue e dentro valigie, passeggini o teche di vetro – in una stanza buia dove stavano sul letto, per terra, dentro gli armadi (doveva essere la replica della cameretta di una bambina di inizio ‘900), tutte che ti guardavano, ti osservavano, ti vedevano –, dentro stanze debolmente illuminate e aperte di volta in volta da una ragazza carinissima, per carità, ma coi capelli neri, lunghi, sorridente e per questo inquietantissima… non lo so, è stato davvero, davvero disturbante. Senza contare i due ambulatori, dove alle pareti erano appesi i nomi dei dottori!, dove c’erano bambole sventrate sui tavoli, dove c’era un’enorme cassettiera coi cassetti in vetro trasparente ognuno dei quali contente una parte del corpo diversa, dalle braccia alle gambe – decine di cassetti con decine di braccia, gambe e teste smontate! –, senza contare le scatole che la ragazza ci ha aperto davanti con dentro gli occhi delle bambole – quelli che si aprono e chiudono da soli e che anche dentro alle scatole e al minimo movimento non potevano restare fermi ma si aprivano e chiudevano in continuazione, convulsamente! –, senza contare la bambola sventrata per mostrare il meccanismo del gattonamento – una bambola-robot con solo la testa! –, senza contare la collezione moderna in un corridoio stretto e buio che conduceva alla morte pieno di Bratz, Barbie e terrore!

Quando uscimmo all’aria aperta io e il compagno d’avventure ci guardammo negli occhi tremando e all’unisono concordammo su quanto fosse stata la cosa più inquietante che avessimo mai fatto; poi ci allontanammo dall’ospedale camminando velocemente ma non troppo per non destare sospetti.

[1] In realtà niente di quello che trovammo in credenza era stato lavato (o così sospettavamo), per cui prima di ogni pasto lavavamo ciò che serviva e poi lo rilavavamo e lo mettevamo nello scolapiatti in plastica (lavato anche quello). Diciamo che io non posso lamentarmi di questa situazione perché non ho mai lavato neanche un piatto (mi limitavo giusto alle posate che usavo per i kiwi e alle tazze in cui bevevo), ma ammettiamo anche che ho fatto tacitamente valere la legge “ognuno per sé”, nel senso che ognuno lavasse pure ciò che usava e tanti saluti (anche se poi c’era sempre chi come me non mangiava mai a casa ma lavava ugualmente ciò che usavano gli altri, per cui se fossero stupidi loro o egoista io non saprei dirlo).

[2] Qualunque mercatino delle pulci ha una bancherelle di pietre e minerali.

[3] Può sembrare un discorso insipido e banale, lo so, ma è vero.

[4] Mentre passeggiavamo, infatti, abbiamo buttato l’occhio dentro questa porta aperta e abbiamo visto un padre e due figli a torso nudo che giocavano a Fifa nel loro salotto, spaparanzati sul divano.

[5] Mentre tornavamo indietro siamo saliti in cima a una scala che ci ha portato in una specie di “pianerottolo” fra due rampe, e su questo era posizionata una piscina di quelle blu che si smontano finita l’estate, piena d’acqua e coperta con un telo.

[6] Se dovessi fare una lista molto turistica del tipo “le dieci cose da vedere a Lisbona” allora metterei sicuramente queste terrazze (nonostante non abbia mai guardato l’ascensore perché la sua altezza mi dava fastidio e nonostante il vento e nonostante la mia cronica paura o paura di aver paura). Magari sono conosciutissime e io sto facendo la figura dello scemo, però onestamente in nessuna lista letta prima della partenza ho trovato questo posto (e dire che ho trovato posti assurdi come l’ospedale delle bambole).

[7] Era un calice molto piccolo riempito con poco vino, ma a me sembrava un gallone.

[8] Anche negli anni ’80 o negli anni ’90 si beveva in questo modo, quindi dev’essere davvero una cosa d’età, come la nail-art, il periodo da spaccone o ascoltare la musica commerciale.

[9] E forse proprio perché è “tranne me” che questo ragionamento è totalmente sbagliato (oppure è giusto ma è solo il punto di vista di uno che non beve, che non lo trova piacevole e che anzi odia la gente brilla che ride per niente e dice un sacco di cazzate e si comporta da scema*).

*Mi rendo conto sempre di più e ogni volta sono sempre più consapevole di che razza di persone noiosa io sia (ecco perché non riesco a trovare una morosa o nessuno mi invita alle serate alcoliche dove potrei solo guardare, per dire).

[10] Ma il fatto che il ragionamento crolli in ogni caso e il fatto che le premesse (bere fa male, bere è pericoloso…) siano fondamentalmente sbagliate non implicano automaticamente che qualcosa davvero non va?

[11] Tra l’altro esattamente dietro casa nostra, ma figurarsi se avevamo avuto il tempo di visitarlo prima.

[12] Il problema del convento è che praticamente funge da Arena di Verona, nel senso che essendo così suggestivo viene usato come teatro (le sedie sono addirittura fisse vicino all’entrata), togliendo un po’ del suo fascino per darlo alle rappresentazioni (la sera del giorno in cui lo visitammo avrebbero inscenato il Macbeth).

[13] O forse l’ha già detto qualcun altro, io non ricordo chi ma ricordo il concetto e l’ho usato impunemente come mio.

[14] Il compagno d’avventure mi fece notare che le due mummie peruviane una volta erano persone che camminavano in Sud America e che dopo duemila anni si erano ritrovate morte, mummificate e chiuse in due teche di vetro dentro un convento mezzo diroccato nel centro di Lisbona, in Europa. È un pensiero, un concetto, un’idea che ti scava dentro, che ti svuota; chissà dove saremo noi fra duemila anni.

[15] Se penso che i paleontologi parlano di vita, specie, esistenze eccetera in ordine di milioni di anni (se penso che considerando la Storia della vita sulla Terra come l’apertura alare di un uomo la Storia dell’umanità è solo la punta delle unghie*), vorrei ammazzarmi.

*Bryan Bryson, Storia completa di (quasi) tutto.

[16] Molto commerciale ma bellissimo (ogni scatola poi ha un anno diverso, dal ’40 ad oggi, e per ogni anno c’è un avvenimento importante e una nascita famosa).

[17] E poi molti film dell’orrore sono ambientati in un ospedale, per cui essere in un luogo inquietante già di per sé che per di più si chiama “ospedale”… insomma, è un jackpot neurale.

[18] Ad un certo punto, verso la fine della storia, pensavo ci sarebbe stato un colpo di scena del tipo che la signora era la regina delle bambole e tutti i bambini citati erano le bambole con cui giocava nella sua casa, oppure che anche lei era una bambola e tutto il mondo solo un’enorme casa…

Qualche informazione su Alessandro Mambelli

Sono nato a Cesena nel 1997. Dopo aver frequentato il liceo scientifico ho capito che la mia vera vocazione era un’altra, così ho cominciato a scrivere e a frequentare Lettere Moderne a Bologna. I miei “maestri spirituali” sono David Foster Wallace, Roberto Bolaño e Neil Gaiman.

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