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L’arcipelago di Berlengas si trova a 15 chilometri dalla costa del Portogallo, al largo di Peniche e in mezzo all’Atlantico, è composto da tre isolotti vecchi di quasi 300 milioni di anni – due minuscoli e un po’ più grande – ed è riserva naturale poiché ecosistema unico in tutto il mondo per flora e fauna, sia terrestre che marina.

 

L’autobus per Peniche partiva da sotto il cavalcavia delle rotaie di una stazione periferica della metropolitana; sembrava di essere in uno di quei film in cui la protagonista aspetta sotto la pensilina il Greyhound che la porterà via dalla città, via dalla sua vita e via da tutto lo schifo – e in effetti la stazione, il cavalcavia, il benzinaio poco lontano, la periferia e la gente con la faccia triste da lunedì mattina ricordavano molto i Greyhound americani che macinano chilometri e chilometri di nulla, e il paesaggio che scorse fuori dal finestrino (pale eoliche, campi, distese di verde, paesini sperduti), sommato all’orario, alla stanchezza di tre giorni faticosi e alla levataccia, acuì ulteriormente l’impressione di star fuggendo da qualcosa.

Una volta arrivati a Peniche – e scesi in una stazione di servizio squallidissima e piena di altri autobus (cosa che definitivamente trasformò l’impressione nella sensazione di essere in un libro beat) – ci spostammo verso il porto, dove trovammo una specie di festa del paese con giostre e chioschi – ma anche se era quasi mezzogiorno il luna-park era deserto, i chioschetti erano chiusi (tranne uno, tristissimo, che grigliava della carne), la casa degli orrori era serrata e isolata dal resto, le auto dell’autoscontro erano allineate e abbandonate a bordo pista, la giostra dei bambini era spenta e ovunque aleggiava un’atmosfera silenziosa e greve di imminente disastro o disastro appena compiuto, una sensazione di quiete prima o dopo la tempesta che il cielo nuvolo aumentava terribilmente. “Visitato” il luna-park, poi, ci spostammo agli imbarcaderi per mangiare i panini preparati il giorno prima – quelli con la mortadella olivata –, anche se io ne mangiai solo uno siccome non volevo rischiare di star male sul gommone che avevamo scelto al posto del traghetto – perché ci avrebbe messo la metà del tempo (e anche se chiaramente non dovevamo fare una traversata vera e propria, l’idea di raggiungere un’isola in mezzo all’Oceano su un gommone mi spaventava parecchio, e allo stesso modo spaventava anche il mio stomaco).

Il viaggio d’andata sul gommone Odissea – il cui nome era tutto un programma – fu effettivamente spaventoso, perché io sapevo che lo sarebbe stato – ora, non è che io avessi paura del gommone, più che altro avevo paura di aver paura e paura di star male di stomaco perché sapevo che avevo mangiato un panino (e si sa che se si mangia e poi si sale su una specie di montagna russa galleggiante si può accusare qualcosa[1]), per cui male ci stetti davvero, perché anche se l’Atlantico quel giorno era una tavola le onde dell’Oceano sono onde dell’Oceano, e quindi il gommone faceva dei salti di due o tre metri prima di ricadere sull’acqua con un tonfo secco (perciò sfido chiunque a non immaginare di poter star male e quindi poi star male sul serio[2]). Quello che voglio dire è che non è che avessi paura di prendere il gommone – o meglio, i pensieri catastrofici in situazioni del genere non possono che presentarsi puntuali e apocalittici, del tipo “e se si ribalta?”, “e se affonda?”, “e se una balena ci sperona e ci fa volare via?”, eccetera –, ma più che altro avevo paura di aver paura o sapevo che avrei dovuto aver paura perché questo diceva il mio tarato sistema limbico, per cui ecco che ebbi una fifa bestiale – la paura è fondamentale perché è un ottimo inibitore dell’estinzione (se non avessimo paura del vuoto ci avvicineremmo al precipizio per guardare di sotto e alla fine cadremmo, oppure verremmo attratti dalle zanne brillanti ma sguainate della tigre e finiremmo sbranati), però è chiaro che troppa paura porta ugualmente all’ecatombe o comunque alla morte per inedia, perché a quel punto nessuno farebbe più niente per la preoccupazione più infima; e in ogni caso quella che ho davvero io (credo di aver capito definitivamente sul gommone[3] e mentre cercavo di riprendermi una volta arrivato a riva) è più una paura di aver paura, la convinzione che debba aver paura perché la situazione è “fuori dalla norma” (ma ovviamente la paura di questo tipo rende impassibili, e l’impassibilità porta all’immobilità che porta alla noia, per cui suppongo di essere una persona noiosa, in queste situazioni, noiosa e insopportabile perché la noia lo è, per cui forse mentre i miei compagni alzavano le braccia al cielo e si facevano selfie e video tutti felici e il gommone saltava sull’Oceano[4] e io restavo impassibile, con lo sguardo fisso davanti a me e le mani serrate attorno alle maniglie di ferro, ero noioso, noioso e guasta-feste e per questo insopportabile). In ogni caso, siamo sopravvissuti tutti.

 

Appena sceso a terra il mio stomaco impiegò circa una mezzoretta per liberarsi e tranquillizzarsi, ma subito dopo aver fatto uno dei rutti più piacevoli della mia vita ecco che mi trascinarono su una barchetta scassatissima con il buco nel mezzo per andare a vedere le grotte e i fondali[5]. La nostra guida era un ragazzo simpaticissimo che faceva un sacco di battute in inglese che noi non capivamo, ma non per via delle battute in sé per sé – che erano anche piuttosto divertenti, alla fine –, quanto perché proprio non capivamo l’inglese[6] – infatti il compagno d’avventure traduceva per noi le varie “Siete già stati sull’isola? No? Allora posso anche dirvi delle bugie che tanto non potete saperlo”[7], e via dicendo (quando scendemmo insistetti col nostro interprete perché chiedesse scusa alla guida per la nostra ignoranza). Il giro dell’isola in barca, in ogni modo, si dimostrò deludente e insipido, perché consistette praticamente solo nella visita di una piccola grotta, nel passaggio sotto un piccolo tunnel e nella scorsa veloce di una grande scogliera – salvo poi scoprire che nelle grotte non si poteva entrate per l’alta marea (?), e che a quanto pare era una cosa risaputa e infatti tutti mi guardarono come se fossi scemo, ma a me nessuno l’aveva detto (anche se avrei potuto immaginarlo[8]) e in ogni caso mi sembrarono momenti confusi.

Ecco il problema che attanagliò gli altri durante il giro in barca ma di cui a me poteva fregare relativamente poco perché stavo morendo – anche quel giorno, sì – fra atroci sofferenze e agonie indicibili:

1), quando la barca ci riportò al molo la guida ci disse di raggiungere il suo collega Luìs davanti all’unico bar dell’isola per il tour a piedi;

2), mentre giravamo l’isola in barca scoprimmo che il famoso forte scoperto precedentemente su Internet – e che tutti volevamo visitare – era dall’altra parte della scogliera, per cui chiedemmo alla guida se ci poteva lasciare lì anziché al molo, così l’avremmo visto subito senza fare il giro;

3), la guida ci rispose che il tour a piedi finiva col forte, e che non aveva senso essere lasciati lì adesso perché poi bisognava tornare comunque al molo a piedi, e in ogni caso la durata del tour che avevamo già pagato era un’ora tutto compreso – per cui che senso aveva tutto questo?;

3bis), per quanto mi riguardava potevamo anche risalire sul gommone e tornare a casa – ero proprio distrutto[9] –, ma i miei compagni volevano vedere questo benedetto forte;

4), e volevano vederlo da soli in modo da toglierselo velocemente per tornare così ancora più velocemente alla spiaggia per fare il bagno, visto che potevamo stare sull’isola – grazie al pacchetto acquistato[10] – solo un’altra oretta e mezza;

4bis), lo ammetto: li odiai tutti, perché – dopo aver capito che non aveva senso essere lasciati al forte con la barca – volevano fare una salita pendente al boh, forse 40%, con un passo da newyorkese a Manhattan all’ora di punta e con gli zaini sulle spalle, mentre io al massimo potevo tenere un’andatura da pensionato al parchetto;

5), in ogni modo prima Luìs si “offese” quando scoprì che gli altri volevano andare da soli e poi ci disse di non preoccuparci perché il ritorno dal castello era in barca e in ogni caso il suo passo sarebbe stato – cito, più o meno – “da personal trainer”.

Conclusione: andammo con Luìs – e fu una “fortuna”, perché:

1), si dimostrò simpaticissimo – anche se quando raggiunsi gli altri in cima alla salita dopo aver arrancato per tutto il tempo come se stessi morendo (un po’ sì, in effetti) mi chiese quanti anni avessi e poi mi disse “buona fortuna” (però poi si preoccupava sempre di come stavo);

2), rimproverò il compagno d’avventure perché non aveva ancora finito di dire che non si poteva abbandonare il sentiero che lui lo aveva già fatto[11] – questo fa ridere non tanto per il rimprovero, quanto più perché il rimprovero arrivò praticamente subito dopo la spiegazione;

3), quando gli chiedemmo di farci una foto ci disse di dire “tortellini” perché gli avevamo spiegato che venivamo da un posto vicino a Bologna – e ci salutò dicendo “grazie mille” e agitando le dita unite, a quanto pare simbolo gestuale distintivo degli italiani nella loro gamma immensa di gesti.

Il forte[12] dell’isola, comunque, era bellissimo, e così il panorama stupendo[13].

 

Tornati al molo – in barca come aveva promesso Luìs – i miei compagni fecero il bagno, ma l’acqua era a 11°, l’unica spiaggetta dell’isola era ormai in ombra perché circondata da due scogliere altissime e l’acqua stessa era probabilmente putrida per colpa degli scarichi delle barche; appena uscirono, inoltre, temetti per la sincope – sembravano naufraghi sopravvissuti al Titanic –, e infatti il viaggio di ritorno in gommone lo fecero tremando e avvolti in k-way e teli da mare.

Il viaggio di ritorno in gommone fu decisamente più tranquillo[14], anche se verso la fine il timoniere puntò verso il faro e non verso l’imboccatura del porto, per cui il “mozzo” gli fece dei gesti disperati finché non virò, arrivando a piegare il gommone di novanta gradi rispetto all’acqua prima a destra e poi a sinistra, facendo urlare e spaventare tutti quanti – anche se immagino fosse solo un messinscena per far “divertire” noi turisti in cerca di emozioni forti e survival, perché probabilmente erano anni che questo faceva la stessa identica rotta quattro volte al giorno tutti i giorni, per cui, a meno che non fosse stato ubriaco[15], era decisamente tutto finto[16].

Mentre il gommone procedeva saltellando verso il ritorno, poi, osai anche audacemente guardare il panorama – ovvero la distesa infinita dell’Oceano –, e mi dissi cazzo, è davvero grande, noi siamo su un gommone blu minuscolo e stiamo tornando da un’isola minuscola e noi stessi siamo davvero minuscoli, guarda l’Oceano, guarda quant’è grande, che tristezza, che vuoto cosmico, che vuoto nello stomaco.

[1] E per la legge di Murphy se qualcosa può andar storto lo farà.

[2] Non posso negare però che il gommone fosse sicuro, perché i seggiolini erano ben piantati, ognuno aveva delle maniglione di ferro a cui aggrapparsi e ogni postazione aveva il suo regolamentare giubbotto di salvataggio legato allo schienale (e poi il tizio chiedeva sempre se andava tutto bene).

P.S: ho ripetuto la parola “male” mille volte in poche righe, ma almeno rende l’idea del dolore.

[3] “Sapevo che avrei dovuto aver paura perché questo diceva il mio tarato sistema limbico”.

[4] In effetti non vedo nulla di naturale o divertente nel farsi un selfie mentre un gommone tutto sommato minuscolo se confrontato all’Oceano anche in quella tratta relativamente breve e vicina alla costa salta sull’acqua come un toro meccanico pazzo, ma tant’è.

[5] Primo pensiero vedendo la barchetta scassatissima: ci serve una barca più grossa (cit.).

[6] E non lo capiamo tutt’ora (insomma, non era colpa della guida che parlava male).

[7] A quanto pare questa battuta era una specie di tormentone della compagnia FeelingBerlengas, perché la nostra guida numero due, cioè quella del tour dell’isola, fece la stessa identica battuta prima di partire.

[8] E forse scemo lo sono davvero.

[9] Anche a me sarebbe piaciuto visitarlo (e avevo già in mente una foto per il mio Instagram con relativa didascalia che non ho mai postato ma fa lo stesso), però ero davvero disperato.

[10] All’inizio avevamo prenotato un pacchetto da sei ore, ma poi gli orari dell’autobus di ritorno e del traghetto erano praticamente sovrapposti, quindi per sicurezza cambiammo, e cambiammo idea ancora, e ancora e ancora… eccetera. Onestamente non ricordo (né ho intenzione di farlo) tutti i vari passaggi, so solo che fu per colpa di queste prenotazioni che il giorno prima al Gulbenkian avevamo perso tutto quel tempo.

[11] Siccome il gruppo era formato solo da noi, quattro tedeschi e un’orda di spagnoli, dicemmo a Luìs che poteva parlare tranquillamente spagnolo perché lo avremmo capito lo stesso (poi ripeteva in inglese per i tedeschi mentre noi andavamo avanti); ma il compagno d’avventure in effetti lo spagnolo lo capiva così-così e quel punto del discorso gli era decisamente sfuggito.

[12] E se un tempo difendeva l’arcipelago e l’ingresso al Portogallo dai pirati francesi e spagnoli ed era riserva di piombo e oro (“ormai abbiamo solo vino tinto e birra”, disse Luìs), oggi è un albergo da 25 euro al giorno.

[13] Sul panorama bisogna fare un discorso a parte. Per raggiungere il forte bisognava salire fino in cima all’isola e poi scendere dall’altra parte, ma il punto più alto era altissimo (ma dai?) e tutt’attorno (siccome eravamo letteralmente su un sasso a pelo d’acqua) c’erano solo l’Oceano e il vuoto. Ora, io non so se sono agorafobico, se ho paura delle altezze o se ho paura di soffrire, sta di fatto che le altezze e le voragini – soprattutto se viste dall’alto – mi spaventano e mi svuotano, così ho camminato lungo il sentiero che costeggiava il precipizio con una mano davanti agli occhi per non guardare di lato, fissando solo il terreno sotto i miei piedi o il panorama sulla destra (che tutto sommato era fatto solo di campi ed erba). Per cui non saprei davvero se ho paura di aver paura e quindi ho paura, o se ho solo paura e basta e tanti saluti (ma forse non c’è differenza fra le due cose se il risultato non cambia, no?).

[14] Mi viene naturale chiedermi allora se davvero non sia tutta una masturbazione intellettuale, la mia, perché sapendo al ritorno in cosa sarebbe consistito il viaggio non mi sono preoccupato per niente (quindi, alla fine, la paura cos’è?; istinto di sopravvivenza?, prudenza?, una produzione di ormoni superiori alla media che mi fa avere ancora più paura perché il mio organismo non è preparato ad affrontare un’invasione di massa del genere?).

[15] Dopotutto, al forte ci sono solo vino e birra.

[16] Non negherò di aver avuto paura, ma diciamo che doveva essere una conseguenza voluta, e comunque capii mentre il gommone si piegava di lato che era tutto finto (Bear Grylls mi fa un baffo).

Qualche informazione su Alessandro Mambelli

Sono nato a Cesena nel 1997. Dopo aver frequentato il liceo scientifico ho capito che la mia vera vocazione era un’altra, così ho cominciato a scrivere e a frequentare Lettere Moderne a Bologna. I miei “maestri spirituali” sono David Foster Wallace, Roberto Bolaño e Neil Gaiman.

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