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Il quarto giorno fu ignifugo.

 

Prima tappa: l’Oceanário – l’acquario della città che nonostante assomigliasse a tutti gli altri acquari sparsi per il globo terracqueo trasformava la visita in un’esperienza unica e incredibile grazie alla sua vasca centrale più grande del mondo[1].

Dopo un viaggio in autobus piuttosto confuso – prima sembrava dovessimo partire da una certa fermata, poi da una cert’altra, poi un poliziotto in A ci disse di andare in B e un poliziotto in B ci disse che la fermata era in A – riuscimmo a raggiungere il quartiere Expo, da dove avevano ricavato l’acquario e dove il caldo era forse più torrido che in centro città – ma avendo già i biglietti entrammo subito e non ci pensammo più.

L’Oceanário di Lisbona si sviluppava su due piani ed ogni piano era diviso in varie aree che coprivano tutti i mari terrestri – c’era la parte antartica coi pinguini, quella tropicale coi pesci chirurgo… e in generale la divisione aiutava la visita e la rendeva più ordinata –; i due piani, poi, giravano letteralmente intorno al vascone centrale, ma se le vasche laterali o quelle più dedicate erano le classiche vasche di tutti gli acquari, quella centrale era un’altra storia: squali, mante, pesci luna, altri-pesci-di-cui-non-so-il-nome-ma-che-avevo-già-visto-in-AllaricercadiNemo-o-in-altri-acquari-o-nella-tombola-degli-animali-che-avevo-da-piccolo… tutti insieme nello stesso posto enorme[2].

Alcune considerazioni che mi sono sovvenute mentre passeggiavo nei corridoi bui e tetri e a volte anche spaventosi dell’acquario[3]:

1), la vasca dei pesci piatti è stata disturbante, sembrava di assistere all’agonia infinita e perpetua di questi animali stesi sulla sabbia che boccheggiavano come cercando l’ossigeno, come per esalare gli ultimi respiri prima di rantolare – sembravano davvero pesci morenti;

2), uno dei tanti pesci luna si era incastrato fra il vetro della vasca e la parete, e restava lì, immobile e fisso, a guardare con un occhio noi spettatori e con l’altro il muro, a nuotare verso il vetro e non dall’altra parte per uscirne – non so bene perché ma a quanto pare gira questa voce secondo la quale il pesce luna è una delle creature più stupide dell’intero mondo.

3), è sorta quindi spontanea mentre cercavo di non sbattere da nessuna parte nel buio la più classica delle domande: ma gli animali dell’acquario soffrono? Gli animali dell’acquario accusano il fatto di essere sì, in una vasca salata e grande, ma pur sempre in una vasca? L’Oceano è vastissimo, ma non saprei se la densità di popolazione sia davvero così elevata come nel vascone centrale, per cui come vivono i pesci questa situazione? E poi l’Oceano ha varie zone di vita – nel senso che a tot. metri vivono certe specie e a tot.+n metri altre specie ancora e così via –, ma nella vasca la profondità è una e una sola e neppure tanto elevata, per cui mi chiedo se i pesci che sono lì siano tutti pesci che nel vero Oceano vivrebbero nella stessa zona oppure no. E poi la pressione dell’acqua simula quella dell’Oceano?; perché c’è una bella differenza fra ottanta-milioni di litri – la vasca – e il tendente all’infinito dell’Oceano vero e proprio. E ancora, la luce elettrica che viene dall’alto simula sufficientemente bene il Sole?; ovvero è alla giusta intensità oppure è più debole o più forte? Dopotutto, non credo che i pesci dell’acquario siano nati in cattività – forse alcuni pinguini, mi pare di aver capito, o qualche altra specie “più di terra” che non conoscendo altro ambiente che quello dell’acquario non immagina neppure che esista un altro ambiente oltre a quello dell’acquario (un po’ come se fossero in Matrix, diciamo, tanto che se liberati nell’Oceano morirebbero sicuramente dopo due giorni) –, per cui credo che essere pescati e messi in un vascone enorme con altri pesci che di solito forse si mangiano a vicenda non sia una grande idea[4] – ecco perché il pesce luna diventa stupido, alla fine[5];

4), altre considerazioni sparse: perché la gente si ostina a fiondarsi sulla vetrata grande del vascone centrale coprendosi a vicenda e otturando gli obbiettivi dei cellulari di tutti quanti quando potrebbe comodamente girare attorno alla vasca e sistemarsi nelle zone più piccole ma più ovviamente deserte?[6]; perché i bambini non fanno altro che piangere dentro gli acquari?[7]; perché al negozio ci sono sempre le solite cazzate?

 

Seconda tappa: il pranzo al Mercado de Ribeira – nella teoria una specie di Boqueria ma nella pratica un Mercato di Mezzo portoghese pieno di gente, coi tavoli tutti occupati e un sacco di posti che facevano o solo pesce o solo panini (alla fine mangiai un secchissimo e saporitissimo[8] risotto all’anatra, a quanto pare molto tipico).

 

Terza tappa: il museo Gulbenkian – fuori città e gratuito la domenica dopo le 14:00.

Il museo fu una specie di disastro perché la maggior parte del tempo se ne andò in telefonate, discussioni, disperazioni e votazioni per il giorno successivo – perché mancava ancora una prenotazione, una non andava bene, quell’altra aveva finito i posti… eccetera (onestamente non ricordo neanche tutti i dettagli) –, e ciò, sommato al fatto che una volta entrati nel giardino ci sedemmo al bar a bere una cosa, fece sì che quando tentammo di entrare al museo questo aveva già chiuso – riuscimmo a vedere solo la parte contemporanea, intervallata da “ma questa roba cos’è?!” e “ma questo sapevo farlo anch’io!”[9].

(il giardino era molto bello, però, ben curato, con un sacco di piante, sentieri pavimentati e larghe distese d’erba dove la gente – la domenica dopo pomeriggio, immagino, visto che l’entrata è sempre gratuita – si era stesa coi teli per passare il tempo[10]).

Uno alla volta, quindi, quelli del gruppo rincasarono tutti finché rimanemmo solo in due – io e il compagno d’avventure, naturalmente, che per la faccenda del museo era incazzatissimo –, e così verso le sei e mezza del pomeriggio tornammo indietro pure noi – fermandoci però a Restauradores, perché c’era un supermercato e dovevamo comprare l’occorrente per il panino del giorno successivo (almeno questo l’avevamo deciso).

 

Quarta tappa: usciti dalla metro mi accorsi che eravamo vicino al quartiere Bica, con l’Elevador da Glória – tipicissimo, vecchissimo e carissimo[11] – e l’ennesimo Miradouro – però più bello di quello de Santa Luzia: bancherelle di cibo e souvenir, chioschetti con bibite e gelati, panchine, viale alberato, vista su tutta la città e sul castello, famigliole, bambini e coppiette abbracciate in riva al panorama[12]… tutte cose che in quell’altro non c’erano.

Mentre guardavo l’elevatore salire e scendere e la gente fotografare il panorama mi sono reso conto di una cosa, e cioè che è cambiata la nostra percezione delle foto durante le vacanze; se penso agli scatoloni di scarpe e pigiami pieni di fotografie che ho in casa, infatti – foto degli anni ’70, ’80 e ’90 –, mi rendo conto che sono tutte fotografie di persone o al massimo di gente davanti a monumenti o panorami, mentre invece oggi tutte le foto che ho nel mio cloud o nel mio cellulare – e che tutti i miei amici hanno nei loro cloud e nei loro cellulari – sono foto di edifici e monumenti senza più le persone – le foto di persone davanti a cose o in ritratto sono davvero pochissime. In pratica è avvenuto come uno spostamento della definizione di ricordo delle vacanze – dalle persone, cioè, alle cose – che ha creato una sorta di paradosso, perché come oggi guardo le foto di vent’anni fa dentro gli scatoloni, fra vent’anni guarderò le foto di questo tempo attraverso uno schermo, e quello che vedrò non saranno volti sorridenti ma case, mattoni e panorami; e se da un lato questo può essere positivo perché così posso rivedere la città o il posto in cui sono stato – e perché così non devo soffrire la nostalgia di vedermi da giovane, magari più felice –, dall’altro lato è terribile, perché la città la si può rivedere con Street View e perché la nostalgia di vederci da giovani è tutto sommato proprio il fine e lo scopo ultimo delle fotografie, quello per cui le fotografie servono – sostanzialmente, è saudade[13]. In ogni caso, terminato il ragionamento ho fotografato il panorama.

 

Quinta tappa: il supermercato per i panini – ovviamente il pingo doce[14].

Dopo un’attenta e infinita analisi su quale tipo di pane, quale affettato e quale formaggio prendere, ci accontentammo di quattro panini piccoli, una confezione di mortadella con le olive – perché il compagno d’avventure voleva il pane con le olive ma io no – e niente formaggio – ma in compenso comprai un succo di arancia self-service spremuto e imbottigliato al momento che si è rivelato fresco, dolce e veramente buono (era una cosa che avevo visto spesso e che non avevo ancora provato[15]).

 

Ultima tappa:

Mentre aprivamo la porta dell’appartamento il compagno d’avventure mi disse di andare avanti, “ti raggiungo subito”, disse, e io obbedii piuttosto confuso ma senza fare domande; quando poi tornò mi spiegò che era entrato nella stanza dalla quale veniva la musica che avevamo sentito mentre salivamo le scale e che si era ritrovato ai piedi dell’organo, sul soppalco che dominava la navata della chiesa, e mi domandò se volessi andare a vedere. Tuttavia, mentre entravamo, una signora piuttosto anziana e sorridente ci fermò chiedendoci cosa stessimo facendo: il c.d.a spiegò che voleva mostrarmi l’organo della chiesa, lei quindi ci chiese se fossimo gli organisti, quando le dicemmo di no ci chiese allora perché lo volessimo vedere e – secondo quanto capii dal suo inglese – se avevamo il permesso del prete, il c.d.a le disse di sì – a me sembrò blasfemo, ma era anche vero che lui aveva capito invece se le stavamo chiedendo il permesso (e considerando i nostri livelli di inglese credo che avesse ragione lui) – e così lei ci fece passare[16]; anzi, ci fece salire sull’organo!, un organo iberico del ‘700, ci fece salire le scale di legno traballanti e vecchie di quattrocento anni di un organo a canne che dominava dall’alto una chiesa enorme sopra cui abitavamo noi! – fu una cosa estatica e stupenda, forse l’esperienza più bella della vacanza e una delle più particolari della mia vita[17].

La signora cominciò a spiegare il funzionamento dell’organo in inglese, ma visto che era visibilmente in difficoltà il compagno d’avventure le disse che poteva parlare in spagnolo, se preferiva, che l’avremmo capita lo stesso, e così lei partì con una specie di esperanto fatto di inglese, spagnolo e portoghese – però comunque comprensibile –, con cui ci parlò dell’organo, della sua storia, del suo funzionamento eccetera per quasi venti minuti.

In sostanza quello che ho capito è stato:

1), gli organi iberici sono particolari perché sono gli unici ad avere delle leve – e io ne ho tirata una! – che se azionate modificano il suono dello strumento simulando quello di altri strumenti, come la tromba o il clarinetto;

2), le leve bianche modificano la tonalità delle note, alzandola o abbassandola (ma forse è stata solo una coincidenza che quelle bianche fossero quelle della tonalità);

3), quando si azionano le leve degli strumenti la tastiera viene divisa in due, tre o più parti a seconda del numero di leve azionate, così da creare una piccola orchestra (la signora ne ha azionate anche un paio e ci ha suonato qualche brano – religioso, suppongo).

Ammetto che il fatto di entrare dentro un organo – cazzo, un organo del ‘700! –, in una chiesa enorme e deserta, con una signora del posto che lo suona per noi e solo per noi – solo per gentilezza –, ha avuto qualcosa di spirituale – forse quello che sente un fedele quando canta durante la messa in una grande cattedrale? –, non so, qualcosa che si avvicina molto all’idea che ho io di viaggio e non di vacanza, l’esperienza che distingue il viaggiatore, appunto, dal semplice turista[18].

[1] O così mi pare di aver capito.

[2] Siccome l’entrata è al primo piano e l’uscita al pianterreno, una delle ultime cose che si possono fare dentro l’Oceanário (ma che vale davvero la pena) è guardare la vasca dal basso: è come essere letteralmente sottacqua, e non un’acqua qualunque, ma l’Oceano.

[3] Forse perché così le luci elettriche che illuminano l’acqua la fanno assomigliare di più a quella dell’Oceano.

[4] Anche se non ho mai assistito ad una lotta (con conseguente cena) fra due pesci.

[5] Ovviamente scherzo, non può essere per questo motivo (anche se è bello crederci).

[6] Detta così potrebbe non avere un senso (soprattutto se nessuno ha presente come sia fatto questo acquario), ma davvero è in ogni caso uno dei problemi più grossi della struttura.

[7] Forse hanno paura del buio (li capirei).

[8] In senso negativo.

[9] È ovvio che dietro l’arte contemporanea c’è qualcosa, una metafora, un’interpretazione soggettiva dell’autore e dello spettatore (un gioco di “cosa ti suggerisce e cosa suggerisce all’autore”), ma senza avere un’infarinatura di Storia dell’Arte (e senza una conoscenza dell’arte contemporanea in sé per sé e dell’attualità anche spesso particolare a cui le opere si ispirano) è impossibile capirla davvero; e il profano, a differenza di un Picasso o di un Magritte (un quadro fisico, cioè, un disegno vero, un qualcosa di comprensibile e familiare o comunque riconducibile al campo semantico dell’arte), vedendo una tela squarciata o una pila di barattoli, non può che ridere, dire “che cazzata” e “sono capace anch’io”, perché l’arte contemporanea è fatta così, va oltre.

[10] La cosa che mi ha stupito di più del giardino, però, sono state le caffetterie: ce n’era una ad ogni curva del sentiero, letteralmente, erano dappertutto, vicino ad ogni entrata, ad ogni zona strategica del parco, c’erano invasioni di caffetterie, orde di caffetterie, orge di caffetterie…

[11] Si trattava praticamente di un tram che saliva e scendeva una discesa ripidissima per 3,70 euro a corsa (per sì e no dieci secondi di viaggio).

[12] Il Miradouro mi ha ricordato molto Nizza; ho trovato che fosse la zona di Lisbona più francese di tutte (ma solo perché Parigi è la città europea che preferisco e quindi molti paragoni li faccio con lei).

[13] È triste pensare che i nostri nipoti non avranno foto di noi in vacanza ma solo selfie e paesaggi.

[14] Una sorta di Conad portoghese, ecco (praticamente).

[15] La cosa più sconcertante del pingo doce, però, è che hanno il pesce congelato e sfuso (!) dentro i frigoriferi, fra i gelati e i piselli.

[16] Già esitai quando il c.d.a mi chiese di entrare in chiesa così a caso, figurarsi il terrore mentre la signora ci chiedeva tutte quelle cose (il terrore di chi ne capiva la metà).

[17] Sì, lo so, lo so… non ho una vita emozionante (e comunque stare in cima a una cosa che ha quattrocento e passa anni e che praticamente è sporta sopra la navata di una chiesa enorme non ha fatto molto bene al mio terrore degli spazi immensi e alla mia paura dell’altezza).

[18] Tra l’altro ho scoperto solamente dopo che nella chiesa avevano battezzato Pessoa.

Qualche informazione su Alessandro Mambelli

Sono nato a Cesena nel 1997. Dopo aver frequentato il liceo scientifico ho capito che la mia vera vocazione era un’altra, così ho cominciato a scrivere e a frequentare Lettere Moderne a Bologna. I miei “maestri spirituali” sono David Foster Wallace, Roberto Bolaño e Neil Gaiman.

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