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Il Palazzo de Pena si trova nel comune di Sintra, a circa mezz’ora di treno, un quarto d’ora a piedi, un’ora di autobus e un altro quarto d’ora a piedi da Lisbona; sorge in cima a un monte e in mezzo ad una foresta, è tutto colorato e bellissimo e può condurre alla tomba – e in tutta sincerità non ricordo quasi niente se non la mia esperienza di premorte lunga un’ora buona prima di pranzo e anche qualche minuto dopo aver mangiato un panino confezionato e schifoso farcito con “prosciutto serrano” e formaggio.

 

Il viaggio in treno da Lisbona a Sintra fu tranquillo e ovattato perché era mattino presto e nessuno aveva troppa voglia di parlare – l’unica nota di colore fu il messaggio che arrivò praticamente in contemporanea a tutti quanti e che ci avvertiva del rischio d’incedi nella zona (in pratica stavamo andando in bocca all’inferno, considerando che Sintra è sostanzialmente in mezzo ad un bosco enorme[1]).

Quando arrivammo sfruttammo l’ennesima carta – la Green Card[2] – per entrare al Palazzo Nazionale – previa salita impervia e ripidissima dalla fermata all’ingresso –, ma la visita fece schifo più o meno a tutti perché il Palazzo era il classico maniero ‘700esco pieno di letti a baldacchino, armadi intarsiati e lampadari lavoratissimi, tutto sommato piccolo e molto anonimo – in poche parole una delusione completa, se non per un’unica stanza tappezzata di azulejos azzurri e bianchi che raccontavano scene di vita campestre e quotidiana e il cui soffitto era di legno e d’oro (e quindi in netto contrasto con le pareti), pieno ovunque di cassettoni raffiguranti emblemi araldici di famiglie del luogo (cosa che mi fece pensare subito e di nuovo al Trono di Spade, come se fossimo nella Sala Grande di Castel Granito).

Usciti dal palazzo visitammo il centro storico, ci fermammo ad assaggiare le pastel de nata e le queijadas – anche se io provai solo le prime[3] – e poi entrammo in vari negozietti di souvenir – io trovai una bottega artigianale di azulejos (imboscata in cima ad una scaletta di legno tutta traballante) in cui comprai un azulejo, appunto, raffigurante una caravella portoghese in azzurro e bianco[4].

 

L’autobus per il Palazzo de Pena partiva poco distante dal Palazzo Nazionale, ma sfortuna volle che dovetti farmi tutto il viaggio girato nel verso opposto al senso di marcia – e non sapendo quanto sarebbe durato il viaggio, né che il viaggio era tutto curve e strade strette di montagna, col senno di poi feci la scelta sbagliata (anche se effettivamente era l’unico posto rimasto libero[5]). L’autobus per il Palazzo de Pena, però, non si fermava al Palazzo de Pena, nel senso che la fermata era davanti all’ingresso del giardino, a valle, e da lì si poteva poi scegliere se proseguire a piedi o se prendere una navetta a pagamento che ovviamente non rientrava nella Green Card – “noi” scegliemmo di andare a piedi, ma quando scoprii dalle voci che giravano che la salita era di un chilometro pensai di morire di default (in realtà era “solo” circa la metà). Una volta giunti al Palazzo, come se non bastasse – e in questa giornata niente bastava mai –, la salita ricominciava daccapo, perché il castello si raggiungeva girandoci attorno e salendo per una passeggio che lo circondava tutto e che portava all’ingresso principale, esattamente in cima – e fu qui che persi definitivamente i restanti zuccheri e le forze rimastemi, fu qui che i 40 o forse i 1000 gradi cominciarono a farsi sentire maggiormente, fu qui che pensai davvero di morire e fu qui che quando trovai una stanzetta inutile ma fresca in cui veniva raccontata in portoghese la storia di non so quale famiglia[6] mi ci fiondai per riposare e sopravvivere.

Il castello, in ogni caso, era stupendo: due, tre, quattro edifici giustapposti, ognuno diverso dall’altro per forma e colore; una prima muraglia gialla e una porta in pietra lavoratissima conducevano ad una salita coperta da una volta a botte enorme che portava al secondo edificio – una costruzione tozza e tappezzata di azulejos geometrici da ipnosi dalla cui facciata principale sporgeva un diavolo rabbioso che sorreggeva una fontana –, edificio che si apriva in un piccolo arco anch’esso pieno di azulejos – ognuno dei quali raffiguranti un guerriero in armatura – che conduceva al primo cortile interno, circondato da un lato dall’edifico di prima, dall’altro da un torrione giallissimo e dall’altro ancora dal panorama – che ovviamente, vista l’altezza, non potei che spiare di nascosto. Durante tutto questo, durante la salita, mi sentii così male ad ogni passo che giunti al cortile e completata con una forza di volontà immensa l’ultima scalata per la cappella privata mi inginocchiai disperato e sperai solo di non morire, visto che il peggio forse era passato – a quel punto era ora di pranzo e il compagno d’avventure, preoccupato della mia salute[7], decise ch’era meglio mangiare (e fu qui che divorai i due panini schifosi seduto davanti ad una fontana spenta e sul ciglio del passeggio, mentre la gente mi guardava e forse mi compativa)[8].

Dopo pranzo visitammo l’interno del castello – anche questo anonimo e uguale a tutti gli altri, coi soliti letti minuscoli perché una volta erano più bassi e le solite foto di donne che sembravano uomini o viceversa –, facemmo qualche foto-ricordo[9] e poi scendemmo con lo stesso autobus dell’andata – per cui dovemmo fare la fila, ovviamente, e aspettarne in realtà quattro prima di riuscire a salire[10].

 

Il pomeriggio fu forse il momento più bello – o almeno il più particolare – di tutto il viaggio-barra-vacanza, perché visitammo la Quinta de Regaleira – un palazzo voluto da un tizio che forse era un massone o forse un satanista, forse addirittura tutte e due le cose e forse anche un rosacrociano o un templare, non lo so, comunque era un tizio inquietante, era come se Goya fosse vissuto nella Londra vittoriana ma fosse stato Edgar Allan Poe, solo che Edgar Alla Poe non era uno scrittore ma un architetto, e in quanto architetto avesse costruito la Quinta (la prima cosa che pensai vedendo la casa, infatti, fu che doveva per forza essere stregata).

La Quinta in sé per sé non riuscimmo a visitarla per mancanza di tempo[11], ma il parco invece ce lo godemmo appieno: innanzitutto la Torre de Regaleira – o “Torre di Raperonzolo”, come la soprannominai –, su cui gli altri del gruppo salirono e dalla quale io mi astenni; poi il lago, il campo da tennis, un’altra torretta che rinominai “il balcone di Romeo e Giulietta” e una sequoia gigante veramente gigante; infine il Pozzo Incompiuto, un alto pozzo di qualche metro che scendeva sottoterra grazie a delle scalette a chiocciola che portavano da un piano all’altro, pieno di muschio sulle pareti e acqua che gocciolava dalle crepe della roccia.

Inizialmente io non volevo scendere – ero terrorizzato dallo sprofondare sottoterra in quel modo, ma gli altri scendevano tutti e poi sapevo che me ne sarei pentito eccetera eccetera –, ma quando arrivai sul fondo, buttato un occhio verso l’alto, la prima cosa che pensai fu: cazzo, siamo finiti nel Labirinto del Fauno[12], dov’è quell’inquietantissimo fauno mezzo grigio e mezzo blu che alla fine è buono ma che in realtà sembra volerti accoltellare alle spalle o peggio una scena sì e una no? La cosa “stupenda”, poi – e in generale la particolarità di tutto il parco –, era che dalla base del pozzo partiva una galleria scavata nella pietra che portava ad un’altra “attrazione” del giardino, e così gli Indiana Jones ch’erano in noi partirono all’esplorazione del tempio maledetto e arrivarono ad un bivio – illuminato da piccoli led, fortunatamente, (anche se per la maggior parte del tempo la gente si muoveva con le torce dei cellulari) –, e poi dal bivio sbucarono dietro una cascata che avevano già visto dall’alto, e superata la cascata e superato il fiume saltando sulle pietre affioranti – come in Takeshi’s Castel – tornarono all’inizio[13]… e così via.

Il Pozzo Iniziatico, tuttavia, era il pezzo forte e il pozzo, fra i due, decisamente più bello e inquietante, perché costruito come una torre cava al contrario, con le scale a chiocciola, le colonne lavorate e gli archi; a differenza dell’altro che era malamente scavato nella terra, questo era stato costruito volutamente e attentamente in questo modo, come se avesse avuto uno scopo – non è un segreto che il nome del Pozzo nasconda un segreto, in effetti, soprattutto considerando la natura del tizio che costruì la casa, l’atmosfera generale del posto e il fatto che il Pozzo sia diviso in nove piani come i nove cerchi dell’Inferno dantesco (anche se in realtà Dante scende per risalire, per cui alla fine forse si trattava solo di percorsi esoterici di rinascita).

L’ultima cosa che riuscimmo a vedere alla Quinta – perché il tempo stava finendo e dovevamo prendere il treno – fu la Grotta del Labirinto[14], un labirinto sotterraneo con insidie tipo volte basse o pozze d’acqua dove meno ce lo si aspettava[15], o ragni forse velenosi pendenti dappertutto.

 

La sera fu tristissima; nell’ordine:

1), cicchetti rum-e-pera in casa, mesti, silenziosi e meccanici: uno versava e gli altri bevevano brindando senza allegria, poi trangugiavano e si facevano riempire daccapo i bicchieri forse puliti e forse no – alcuni bicchieri di carta erano stati inquietantemente usati e messi via coi nuovi –, e poi d’accapo ancora una volta. Era come se lo facessero perché dovevano e perché il giorno prima se l’erano ripromesso e ora dovevano mantenere il patto, ma io, da astemio, li ho guardati da fuori e ho visto solo otto persone tristissime che bevevano per forza e senza allegria, mentre invece mi sono sempre immaginato queste cose come una cacofonia insopportabile di grida, urla, risate, brindisi e rum versato fuori dai bicchieri – o forse (come probabilmente è) sono solo io a non capire niente perché non bevo, forse è così che si fanno i cicchetti, forse erano solo stanchi dalla giornata, forse non avevano poi tutta questa voglia ma chissenefrega (a me è salita in ogni caso dallo stomaco una tristezza senza fine);

2), cena “romantica” in due con il compagno d’avventure perché gli altri volevano mangiare a casa o non mangiare affatto o dormire per prepararsi ad andare in discoteca – dove io e il c.d.a non andammo, ovviamente, e quindi la cenetta a base di hamburger per me[16] e noodles per lui era la nostra serata;

3), giretto per il Rossio – la piazza di Lisbona che ero curioso di vedere e che in realtà trovammo per caso – e per il Largo do Carmo – una piazzetta piena di chioschetti[17] circondati da tavolini che vendevano bibite e liquori, con la musica ovunque e l’atmosfera molto rilassante che creava il tipo di serata che preferisco, di quelle seduto attorno a un tavolo, con musica d’ambiente non invadente, qualcosa (di analcolico) da bere e quattro chiacchiere in pace;

4), le quattro chiacchiere in pace – mentre dal Rossio raggiungevamo il porto e poi risalivamo per la Praça do Comércio – sulle relazioni a distanza – o come le chiamiamo noi, i nostri “filosofare sulla vita”.

In poche parole ci trovammo d’accordo sul fatto che le relazioni a distanza non possono durare sostanzialmente perché qualunque relazione ha delle necessità che la distanza non può dare; in pratica una relazione che comincia normalmente[18] e poi si distanzia col tempo si usura, come un elastico che tira e tende finché non si spezza – magari può passare un mese o anche sei anni, ma prima o poi (entrambi eravamo d’accordo) l’amore svanisce[19]. Probabilmente la nostra è una considerazione soggettiva, da incapaci di intrattenere una relazione di questo tipo, ma in generale una relazione io la vedo come uno scambio reciproco di cose – anche fisiche –, e se per caso potessi vedere la mia morosa solamente due giorni al mese non credo che avrei voglia di passeggiare o coccolarla, quanto più di farci sesso fino allo sfinimento come se non ci fosse un domani, riducendo il tutto a un mero alternarsi di fisicità gratuita e lunghissimi pomeriggi al telefono – perché se oggi anche le relazioni “normali” vivono molto su WhatsApp, figurarsi quelle a distanza; il rischio è passare interi pomeriggi al cellulare ad aspettare una risposta perché consapevoli che anche l’altra persona sta facendo lo stesso, visto che il suo ultimo messaggio è arrivato poco dopo il nostro eccetera. Il mio però è un discorso da ventenne – è come la fisica quantistica: l’esperimento è influenzato dall’osservatore –, perché ho esigenze da ventenne e necessità che la distanza non può darmi[20]; forse fra dieci o trent’anni potrei essere più bendisposto, non lo so, ma la morale penso rimarrà sempre la stessa: le relazioni a distanza sono relazioni diverse – relazioni con uno scarto rispetto alla norma standard che impongono un atteggiamento diverso, un modo differente di viverle e di portarle avanti – e proprio per loro stessa definizione destinate a consumarsi in fretta[21];

5), a mezzanotte andammo a letto ma alla cinque fummo svegliati dagli altri che tornavano dalla discoteca – cazzo.

[1] Ma l’unica cosa calda e bruciante che abbiamo trovato è stato il Sole a 42 gradi.

[2] Giornaliera, 31 euro, inclusiva di trasporti, visita al Palazzo Nazionale, al Palazzo de Pena e a un museo a scelta (che però abbiamo saltato).

[3] Le pastel de nata sono delle tortine dolci di pasta sfoglia, crema all’uovo e cannella, mentre le queijadas sono dei dolcetti alle mandorle. Io assaggiai solo le pastel perché alle mandorle sono allergico.

[4] La bottega era gestita da madre e figlio (o zia e nipote, non ricordo e non ho capito bene), ma l’artista era la madre (o la zia), mentre il figlio (o il nipote) stava lì per aiutare (in realtà studiava Ingegneria). Quando chiesi di fare una foto al negozio, in ogni modo, la risposta della donna mi fece sorridere: “Oh, no, no, dopo l’Interneti, copia tutto… no, no”. Come si fa a odiare il rifiuto di una che dice “Interneti”?

[5] Ad un certo punto (dopo quelle che mi sembrarono sei ore) l’autobus fece la sua prima e unica fermata intermedia al Castelo dos Mouros (che da Sintra era visibile in cima in cima alla montagna, nascosto dagli alberi), e quando ci fermammo (oltre ad aver sperato invano fosse la nostra fermata) pensai che eravamo davvero in altissimo rispetto alla partenza e così mi sentii un po’ svuotato.

[6] Dai nomi sembravano tedeschi, ma onestamente era tutto in portoghese e della storia del castello mi ero informto poco, quindi tutto poteva essere.

[7] Ero pallido, spento, morente… non ho più il fisico di quando avevo dieci anni.

[8] Ora, so che sembra esagerato, ma per capire quest’esperienza di premorte bisogna immaginare la seguente disposizione di sensazioni-barra-dolori: vista annebbiata, vertigini, gambe dolenti, cuore a mille, artigli che sembravano tirare il petto verso l’interno e verso sinistra e destra, gola secca, testa in fiamme, respiro affannoso, salite infinte, panorami ampissimi su voragini immense che procuravano ulteriori vertigini… e tutto questo contemporaneamente.

[9] C’è qualcosa che non va, nelle fotografie, perché costringono il soggetto a stare immobile e con un sorriso forzato ad aspettare lo scatto; voglio dire, come ricordo è un po’ “freddo”, e in ogni caso il più innaturalmente distante possibile dal concetto romantico di “ricordo”.

[10] Scoprimmo quindi che la strada girava attorno alla montagna a senso unico e che in realtà il Palazzo de Pena era attaccato a Sintra ma solo se il senso della strada fosse stato al contrario, per cui se l’andata durò un’ora il ritorno non fu neanche di quindici minuti.

[11] Ma sarei pronto a scommettere che la maggior parte delle stanze avrebbe avuto i soliti letti, i soliti armadi e i soliti lampadari dell’800 (solo molto, molto più inquietanti e stregati).

[12] Cioè nella scena chiave in cui la bambina scende il pozzo al centro del labirinto e incontra il fauno (ora, probabilmente sto scoprendo l’acqua calda, ma Guillermo del Toro è messicano e il Labirinto del Fauno è un film inquietante e magico, per cui sarei pronto a scommettere qualcosa di prezioso sul fatto che il regista si sia ispirato alla Quinta e in particolare al Pozzo per il suo pozzo).

[13] Praticamente tutti i luoghi seganti sulla mappa del dépliant che regalavano all’inizio erano collegati fra di loro da gallerie sotterranee e-barra-o grotte.

[14] Borges aveva appena incontrato Stoker (ma in ogni caso ero sempre più convinto che Guillermo del Toro avesse passato un bel pomeriggio alla Quinta).

[15] Mi infradiciai un piede mettendolo in fallo, e uno del gruppo (ma non qui, prima, dopo il Pozzo) lasciò un po’ di cranio attaccato alla parete della grotta.

[16] Da New Hamburgology (una catena portoghese, credo, con degli hamburger niente male e un nome stratosferico).

[17] Lisbona è piena di chioschetti e tavolini dappertutto, soprattutto nelle piazze e nei belvedere.

[18] O anche che comincia già distante, perché il problema delle relazioni a distanza è la distanza.

[19] Insomma, svanisce anche se si vive nello stesso quartiere, figurarsi a 100 chilometri.

[20] Ma sottolineo e ripeto: è mia modesta opinione che non può darle non solo a me, ma a chiunque.

[21] L’altro eccitante discorso è stato su come si deve fare per prendere i funghetti. In una serie tivù spiegavano che 1), serve una guida che in precedenza li abbia già presi per sovrintendere alla cosa (una guida che resti sobria), e 2), che i funghi vanno mangiati in mezzo a un panino perché il loro sapore è terribile. Non so se sia tutto vero, ma in ogni caso ci è sembrata una sequenza di passi piuttosto plausibile.

Qualche informazione su Alessandro Mambelli

Sono nato a Cesena nel 1997. Dopo aver frequentato il liceo scientifico ho capito che la mia vera vocazione era un’altra, così ho cominciato a scrivere e a frequentare Lettere Moderne a Bologna. I miei “maestri spirituali” sono David Foster Wallace, Roberto Bolaño e Neil Gaiman.

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