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La temperatura media durante la vacanza oscillò intorno ai 40 gradi per quasi tutto il tempo; l’umidità era sopportabile anche se abbastanza alta, fastidiosa e appiccicaticcia; neppure nelle zone più ampie e vicine al fiume o all’Oceano tirava un alito di vento, e se tirava era caldissimo – per cui era come essere costantemente dentro un forno a microonde e lentamente girare su se stessi fino a cuocersi completamente.

 

Il programma della giornata consistette nello sfruttamento della Lisboa Card; nell’ordine: autobus, Torre di Belém, Monastero dos Jerónimos e Miradouro de Santa Luzia con relativo tram 28 e giro nel quartiere storico dell’Alfama – tutto senza pagare un euro (e ovviamente a meno di imprevisti, che chiaramente non tardarono a presentarsi[1]).

Le fermate degli autobus erano vicine al nostro quartiere, ma prima di capire cosa fare[2] girammo a vuoto per Cais do Sodré almeno un quarto d’ora, riflettendo se fosse un bene o no prendere subito il tram 28 – visto che era veramente pieno di gente – o in alternativa un autobus normale – e se l’autobus normale fosse stato allora quale?, visto che c’erano due fermate ed entrambe sembravano quelle giuste? Alla fine, comunque, riuscimmo a scegliere e salire sull’autobus giusto, che in circa quaranta minuti ci portò alla Torre di Belém – un torrione difensivo del ‘500 originariamente costruito in mezzo al fiume, vicino alla foce, ma che col tempo era diventato parte della riva perché l’acqua si era ritirata (e infatti notammo, appena scesi dall’autobus, una casetta rosa costruita nel mezzo di un enorme spiazzo piastrellato che probabilmente un tempo era il letto[3]). Quando arrivammo all’ingresso della Torre – un ponticello di legno che attraversando l’ultimo pezzo di fiume divideva l’edificio dalla banchina (ultimo pezzo di fiume che raggiungeva l’altezza massima di forse dieci centimetri) – ci accorgemmo che la nostra Lisboa Card ci avrebbe sì, fatto risparmiare sui biglietti, ma non anche sulle code[4] , perché dopo varie e speranzose informazioni chieste qua e là – e dopo aver saltato tutta la fila autoconvincendoci che saremmo entrati lo stesso – imparammo che avremmo sempre dovuto incodarci comunque e ricevere in cambio biglietti dal valore di 0 euro[5].

Cose stupide-barra-nerd che ho fatto dentro la Torre: mi sono rifiutato di salire all’ultimo piano perché per arrivarci bisognava “arrampicarsi” per novantacinque scalini a chiocciola scavati nella pietra e stretti come un corpo umano[6]; ho fotografato un intarsio del portone facendo finta che fosse un drago – forse era tutt’altro, onestamente era così rovinato che non l’ho ancora ben capito – e ho postato lo scatto su Instagram con la dicitura Dracarys[7]; mentre tutto il gruppo era intento a salire i novantacinque gradini io sono andato in esplorazione e ho scoperto che uno dei tanti “gargoyle” della Torre era un rinoceronte, perché nel 1513 ne fu portato un’esemplare dall’India[8].

In generale la Torre era probabilmente una delle cose più belle da vedere a Lisbona, e stupenda era la vista dal terrazzo su cui mi arrischiai di salire nonostante la mia paura delle altezze[9] – dopo circa dieci minuti di permanenza e ambientazione riuscii addirittura a guardare il panorama.

 

Mentre il programma prevedeva in teoria di visitare in mattinata la Torre e il Monastero e nel pomeriggio l’Alfama, in pratica all’una avevamo visto appena la Torre e quindi con riluttanza ci mettemmo in marcia sotto un sole bastardo e implacabile[10] per raggiungere il Monastero – arrendendoci a pranzare nel vicino McDonalds[11] prima di sederci all’ombra e riposare.

 

Il Monastero era forse, per grandezza, maestosità, architettura eccetera, ancora più bello della Torre – nella guida di Lisbona scritta da Pessoa che avevo comprato prima di partire si dice che è il monumento più bello di tutta la città, quello che ogni turista ricorderà per sempre (forse è esagerato ma almeno non è privo di logica).

Per cui, ecco le cose che più mi hanno colpito del Monastero dos Jerónimos:

1), sarà che la penisola iberica è stata a lungo influenzata dalla cultura araba, ma – mentre in Europa le chiese e i monasteri sono tutti grigi, tristi, di pietra scura, stile Nome della Rosa e davvero gotici – il Monastero dos Jerónimos sembrava, per chi lo conosce – e qui torna il Trono di Spade –, il regno di Dorne: pietra gialla, bianca, luminosa, pulita, rilucente, morbida e orientale – non avevo mai visto un monastero cristiano e gotico (almeno secondo la guida) fatto in questa maniera, costruito come fosse uscito direttamente da Agrabah;

2), la tomba di Pessoa;

3), la chiesa vera e propria, dal cui soppalco, con una certa prospettiva, si poteva ammirare il contrapporsi di un enorme crocifisso in legno scuro e di una vetrata colorata – c’era davvero un contrapporsi anche fra il monastero “di Dorne” e la chiesa, che col Cristo sofferente e la vetrata gotica sembrava una cattedrale del Nord della Francia in mezzo al regno di Goa[12].

In generale, quando si tratta di visitare questi luoghi mi sento sempre sopraffare e penso cazzo, è cinquecento anni che esiste questo posto, chissà quanti e quali re hanno calpestato queste stesse pietre, chissà quali poveracci sono venuti qui a pregare, chissà se qualcuno ci è morto o ci ha fatto l’amore o ha pronunciato solenni giuramenti[13].

 

Usciti dal Monastero ci dirigemmo verso uno dei locali più famosi della città, una pasticceria che vendeva le originali pastel de nata, ma siccome un tizio ci aveva regalato poco prima dei buoni sconto del 50% per il vicino Starbucks, è lì che entrammo davvero – io presi un frappuccino al cioccolato, ma niente di che.

 

L’Alfama è l’unico quartiere storico di Lisbona ad essere sopravvissuto tutto sommato integro al devastante terremoto che distrusse mezza città nel 1755 – e, più o meno, si vedeva[14]. Il Miradouro de Santa Luzia – che è famosissimo, a quanto pare – era solo uno dei tanti belvedere della città, ma senza dubbio era anche uno dei più caratteristici e piacevoli – la cosa bella di Lisbona, infatti, è che essendo costruita su colli e colline è sempre presente, in ogni istante: se si cammina nella parte bassa si vede la città crescerci attorno senza opprimere, mentre dall’alto la si vede distendersi coi suoi sali-e-scendi e i tetti delle case[15]. Dal Miradouro, in particolare, la vista si spostava dal lungofiume ai campanili della cattedrale fino al Pantheon Nazionale, con la sua cupolona bianca; inoltre, per godersi meglio la vista, lungo tutta la terrazza correva una pergola di legno addobbata di fiori e azulejos che proteggeva dal sole e dal caldo – e seduto sul muretto della pergola c’era un tizio che suonava la chitarra e cantava sempre la stessa identica canzone in portoghese. Anche in questo caso, in ogni modo, mi ci volle un po’ di tempo per abituarmi all’altezza e al panorama – anche perché per arrivare al Miradouro dal lungofiume in cui ci aveva lasciato l’autobus dovemmo sostanzialmente scalare la città, per cui ero davvero distrutto (sia dalla lunga giornata fatta esclusivamente di camminata, sia dai milioni di scalini per raggiungere il belvedere).

 

Il viaggio di ritorno lo facemmo sul tram 28[16] imballato di gente: esperienza piacevole ma stressante.

 

Post Scriptum:

La cena la consumammo in un ristornate fighetto del Bairro prenotato tramite The Fork dove io mangiai crocchette di baccalà fritte e salmone grigliato – anche se fecero confusione e portarono un antipasto di formaggi al posto del salmone, per cui dopo quasi mezz’ora (in cui in realtà avevo sperato) cercai gentilmente di farlo notare al cameriere, ma tutto quello che riuscii a dire col mio “inglese” fu una specie di rimprovero da snob che non ha tempo da perdere, un crudele “Uer is mai salmon?”[17].

[1] Il primo imprevisto fu l’orario: la sera prima avevamo deciso di uscire di casa intorno alle nove e mezza e invece uscimmo alle dieci.

[2] Secondo imprevisto.

[3] Alla finestra della casetta c’era una vecchietta che accettò di buon grado di farsi fotografare in mezzo a quella desolazione di cemento e ponti sospesi – come se la sua casa fosse lì da sempre e Lisbona le fosse cresciuta tutt’attorno.

[4] Vedi nota 14.

[5] Tutto sommato ha anche un senso, perché se tutti quelli che sottoscrivono la Card potessero saltare la fila creerebbero col loro privilegio un’altra fila per entrare lunga come una fila “normale”, o in alternativa qualunque museo o luogo d’interesse sarebbe imballato di possessori che si riversano all’interno come una marea umana. In questo modo chi ha la Card non paga “niente”, ma almeno tutto procede tranquillo.

[6] Soffro di claustrofobia (o penso di soffrire di claustrofobia), quindi quando si tratta di salire scalini stretti e a chiocciola mi sento soffocare.

[7] La vacanza si è rivelata pregna di citazioni più o meno strette al Trono di Spade.

[8] Che naufragò con la nave diretta verso Roma e che fu poi recuperato e imbalsamato (e la cui descrizione servì a Dürer per la sua famosa incisione). Il rinoceronte era un regalo al Papa da parte del re Manuel I, che a quanto pare ha fatto qualunque cosa in città (non lasciando spazio a nessun altro monarca).

[9] Probabilmente vale lo stesso discorso fatto per la paura degli spazi stretti: in generale sono un fifone o penso di esserlo, per cui lo divento.

[10] Tra l’altro, mentre camminavamo lungo il molo per raggiungere il Monastero, abbiamo visto una delle cose più assurde di tutta la vacanza (e di tutta la nostra vita), e cioè un pullman che entra in acqua e diventa una barca (!).

[11] Anche se ho scoperto che all’estero (o almeno nelle grandi città) si ordina tramite computer e si può fare il panino come cavolo si vuole (il che è un bene, visto che in generale odio il McDonalds).

[12] Tra l’altro il Monastero da fuori sembrava Hogwarts, per cui i contrasti si ripercuotevano in un’eco infinita di caleidoscopi – come i colori dei vetri delle finestre.

[13] Per citare un tizio che parlava a sua moglie mentre visitava vicino a me i Fori Imperiali, “stiamo camminando sulla Storia”.

[14] Anche se andammo alla scoperta del quartiere solo il penultimo giorno.

[15] Per dire, Amsterdam, con le sue casette simmetriche e strette, mi ha sempre dato l’idea di una città che si potrebbe prendere e mettere dentro una di quelle orrende palle con la neve, ma solo camminando nelle parti più basse di Lisbona si ha la sensazione di essere davvero dentro una di quelle orrende palle con la neve, perché solo dentro un microcosmo sferico le case crescono l’una sull’altra come qui.

[16] Lisbona non solo è fatta tutta di salite e discese, ma anche di stradine così strette che praticamente basta allargare le braccia per toccare i muri da entrambe le parti; per questo, da quanto ho capito facendo varie ricerche, i tram gialli degli anni ’30 (di cui il 28 è il più famoso perché fa un giro più “caratteristico”) sono gli unici mezzi che riescono ad “arrampicarsi” per queste salite soffocatissime senza problemi.

[17] O meglio, questo è quanto gli altri sostennero di avermi sentito dire; io ricordo solo di aver balbettato qualcosa come “eschiusmi, ai ev ze salmon, ze salmon?”, o una cosa del genere.

Qualche informazione su Alessandro Mambelli

Sono nato a Cesena nel 1997. Dopo aver frequentato il liceo scientifico ho capito che la mia vera vocazione era un’altra, così ho cominciato a scrivere e a frequentare Lettere Moderne a Bologna. I miei “maestri spirituali” sono David Foster Wallace, Roberto Bolaño e Neil Gaiman.

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