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Premessa 1: A me piace viaggiare, mi piace scoprire posti nuovi e luoghi diversi – pieni di Storia e di storie, di segreti, di persone e di cibi –, però non voglio partire, soffro quando devo staccarmi da casa per salire su un treno o su un aereo e non vorrei abbandonare le mie comodità e la mia routine per nulla al mondo.

Corollario alla Premessa 1: E quando si arriva all’ultimo giorno di vacanza vorrei tornare indietro perché comincio a sentire la nostalgia delle mie cose, vorrei che l’ultimo giorno non esistesse per essere già sul treno o sull’aereo del ritorno e anzi vorrei essere già a casa – è un modo strano di vivere e amare i viaggi, ma è così.

Premessa 2: In questo viaggio eravamo in nove – due donne e sette uomini –, e sebbene quasi tutti i giorni ci dividevamo per fare cose diverse io farò comunque finta che questo non sia mai successo – tranne quando eravamo solo io e un altro (soprannominato da qui in avanti “compagno d’avventure”), con cui ho condiviso la maggior parte del tempo (in effetti la gran parte delle cose che ho fatto le ho fatte con lui, mentre gli altri erano in qualche altro posto a fare altre cose per conto loro).

Premessa 3: Molto spesso io cerco di essere una persona – non dico bella ma almeno – interessante dicendo cose stupide o ovvie o banali solo per intrattenere una discussione o per risultare brillante e simpatico – ovviamente creando l’effetto opposto –, ma la verità è che sono un introverso timido e passivo che dà il meglio di sé solo quando può star zitto, ragionare su un argomento-barra-concetto prima di esporlo o parlare con se stesso. Durante tutto il viaggio non ho mai parlato con me stesso, ovviamente, né ho ragionato su quello che si diceva o sono rimasto in silenzio, per cui ho detto spesso cose stupide o ovvie o banali – chiaramente non sempre, non sono così noioso – solo per risultare brillante e simpatico senza riuscirci. Il punto è che in tutto quello che seguirà questa Premessa non compariranno mai queste cose stupide-barra-ovvie-barra-banali, perché nessuno vorrebbe fare la figura dello sfigato così gratuitamente.

Premessa 4: Tenendo conto della Premessa 2 e della Premessa 3 – e nonostante la Premessa 1 e la 3 –, tutto quello che racconterò sarà vero, sincero e schietto.

Corollario alla Premessa 4: Ho davvero chiesto scusa a uno sgabello.


Penso che ci sia qualcosa di innaturale nel prendere l’aereo, ma forse lo dico solo perché ho paura di volare – non è certo più strano che salire su un treno o su un’auto, in effetti, per quanto la consapevolezza di essere a diecimila metri di altezza, in mezzo al cielo, a gravità più bassa, sorretto solo dalle correnti e chiuso in una cabina pressurizzata sia decisamente più strano che starsene dentro un’auto o su un treno (per quanto se ne dica che l’aereo è più sicuro). La mia più grande paura in fatto di aerei, quindi, è proprio la consapevolezza di essere su un aereo, sapere cosa sto facendo ed essere certo che sia tutta una pazzia ma nonostante questo salire comunque quella maledetta scaletta[1].

 

L’aeroporto di Bologna era ovattato ma brulicante di voci e passi sui pavimenti, la gente era annoiata nelle panche di ferro davanti all’edicola o ai tornelli dei controlli e io e altri cinque non trovavamo gli ultimi tre del gruppo[2]; quando finalmente ci ricongiungemmo io riempii la valigia grande con le mie cose – perché avevamo deciso che la 24 chili sarebbe stata equamente divisa fra quattro di noi per guadagnare spazio nel bagaglio più piccolo e per risparmiare sul costo di una grande a testa[3] – e poi andai in bagno, perché ero nervoso, teso e spaventato – e prima della partenza ci andai altre tre o quattro volte, e ogni volta per colpa della paura di ciò che sarebbe potuto succedere[4] (in questo viaggio ho fatto una conoscenza approfondita dei bagni aeroportuali e posso dire che non fanno così schifo come potrebbe sembrare).

I controlli furono sommari e veloci, mi tolsi tutto dalle tasche, mi sfilai la cintura e l’orologio e riposi tutto quanto con cura nella scatola di plastica; cercai di essere il meno impacciato possibile ma fu comunque difficile, perché era dodici anni che non prendevo un aereo e praticamente era come se non l’avessi mai fatto – infatti, come se non bastasse o come se fosse una diretta conseguenza inversa della mia inesperienza, fui scelto a caso per essere campionato dall’anti-droga (dentro lo zaino, tra l’altro, avevo un Ventolin, delle pastiglie al cortisone con una bella scritta “doping” sul lato e anche una boccetta di Lexotan). Superati i controlli ci sedemmo davanti all’ultimo gate per stare tranquilli e cominciammo a pranzare, a leggere e a parlare di cose a caso – io in particolare finii il Dylan Dog[5] che avevo comprato all’edicola dell’aeroporto, mangiai una rosetta con la mortadella a 6,50 euro (secchissima e stopposa ma buona) e andai in bagno altre due o forse tre volte. Dopo due ore di attesa chiamarono il nostro volo, così ci dirigemmo all’imbarco e ci mettemmo in fila – ora, io ho paura delle altezze, per quanto debba ancora capire se sia più una paura psicosomatica, una paura vera e propria o se sia solo uno stronzo io, ma in ogni caso i gate di Bologna hanno delle enormi vetrate che danno sulla pista da cui si vedono aerei enormi e più piccoli fare manovra, navette che viaggiano su e giù come impazzite e persone minuscole che camminano sull’asfalto, per cui, sommando questa voragine al mio nervosismo, cominciai a ridere, dire cazzate e farmi esplodere il cuore[6].

Ho rischiato, forse, di morire in questi frangenti per la prima volta: durante il controllo al gate, durante la discesa verso la pista, sulla navetta, mentre abbandonavo la valigia davanti all’aereo[7], mentre salivo la scaletta[8], mentre prendevo posto sull’aereo, mentre andavo per l’ennesima volta in bagno[9].

Siccome i voli Ryanair fanno pena[10], i posti assegnati al nostro gruppo erano sparsi a caso per tutto l’aereo – io ero nella fila centrale del corridoio, per dire, davanti a me c’erano altri due, dietro un altro ancora… –, ma chiedendo agli altri passeggeri alla fine riuscimmo a creare una fila da tre solo con noi, con me in corridoio e gli altri due di fianco. Tutto questo aveva un senso psicologico: vicino al mio migliore amico ero più tranquillo – gli tenni la mano durante il decollo come nei film –, potevano aiutarmi con il Lexotan, potevo parlare con loro e sentirmi più “a casa” e potevano monitorarmi il battito – dopo un po’ diminuì e si stabilizzò, ma forse fu solo perché sapevo che avendo preso le gocce sarei stato meglio (anche se sapevo che sarei potuto star male per qualche effetto collaterale e quindi un po’ ci stetti, ma alla fine credo che la voglia di non soffrire prevalse e il volo fu piuttosto calmo e sereno). In ogni caso, le quasi tre ore di viaggio passarono in fretta[11], non ci furono turbolenze e potei anche leggere un po’; l’atterraggio fu un sollievo e una salvezza e quando misi piede a terra mi sentii felice[12] – avrei anche baciato l’asfalto della pista per la contentezza se non fosse stato per i 42 gradi che avrebbero probabilmente sciolto le mie labbra a contatto col cemento[13].

Usciti dall’aeroporto, poi, sottoscrivemmo la Lisboa Card[14], prendemmo la metro fino a Baixa-Chiado, salimmo in superficie dopo “sole” quattro rampe infinite di scale mobili – ci chiedemmo per quale motivo dovessimo salire quattro scale mobili quando per scendere ne avevamo fatta solo una, ma ben presto imparammo a conoscere la città, tutta in salita e in discesa – e infine raggiungemmo il nostro appartamento, praticamente davanti al caffè Brasileira[15] e dietro l’Elevador de Santa Justa.

 

L’appartamento Airbnb si trovava sostanzialmente dentro una chiesa – nel senso che il rosso portone d’ingresso era sul lato destro di un’enorme basilica –, e salendo le tre rampe di scale si arrivava ad un mansardato costituito da un corridoio lunghissimo su cui si affacciavano sette stanze numerate simili a cuccette del treno – erano stanze delimitate da tre pareti di legno e da una tenda sull’altro lato, e oltre al letto, a un comodino scassato e a un attaccapanni non ci stava altro – e un piccolo salotto in fondo al corridoio stesso, che fungeva anche da ingresso per l’unica stanza matrimoniale della casa; dall’altro lato del corridoio, invece, c’erano tre scalini che portavano al cucinotto minuscolo e ai bagni ciechi – in effetti non solo i bagni erano ciechi, perché in tutta la casa non c’era la benché minima vaga idea di finestra (solo quattro o cinque lucernai chiusi ermeticamente puntellavano il soffitto pendente[16]). Inoltre – e questo fece rabbrividire tutti – i letti erano pieni di capelli e altri peli umani e sporchi di macchie scure d’indefinibile origine fortunatamente mai appurata – soprattutto la stanza numero 3, la prima sera, era qualcosa di indicibile[17].

Alcuni altri problemi riguardanti la casa:

1), nel frigorifero c’era una Coca-Cola quasi alla fine che uno del gruppo ebbe la brillante idea di bere – ovviamente tutti lo guardammo con schifo e preoccupazione –, ma all’ultimo riuscimmo a impedirgli di trangugiarla;

2), per bere la Coca il nostro compagno prese dalla credenza un bicchiere, ma anche in questo caso riuscimmo a fermarlo prima che fosse troppo tardi perché chissà chi aveva usato quelle stoviglie prima di noi – e soprattutto chissà se erano state lavate;

3), i telefoni delle due docce non stavano attaccati al sali-scendi e il miscelatore dell’acqua non funzionava in entrambe – per cui per una settimana ho dovuto improvvisare lavandomi un braccio per volta mentre con l’altro tenevo il telefono, cercando di cambiare la temperatura dell’acqua mentre questa cadeva per miscelarla un minimo.

 

Siccome eravamo tutti stanchi per il viaggio – e siccome era tardino –, il programma per la serata era piuttosto scarno e semplice: spesa, doccia e giretto tranquillo nel Bairro – fantomatico quartiere di locali che in realtà si rivelò una succursale di via Zamboni.

Essendo già le 20:00 passate, però, il supermercato più vicino a casa aveva ormai chiuso, così fummo costretti a ripiegare su pingo doce[18] – che chiudeva alle 21:30 e in cui io trovai le gavotte[19] in scatole da dieci confezioni (non mi era mai capitato, così nel comprai due). La spesa consistette in: pacchi di pasta, yogurt a non finire, frutta, biscotti per la colazione, quattro boccioni da sei litri d’acqua ciascuno, carne confezionata e per me una bottiglietta di acqua Evian – perché in American Psycho il protagonista non fa altro che bere acqua Evian e quindi io volevo provarla[20].

Finita la spesa – e tornati a casa facendo salite e discese che all’andata erano state discese e salite (ma in quel caso senza carichi di roba) – facemmo la doccia e poi ci dividemmo in due gruppi: io e altri tre uscimmo a cena; i restanti cinque rimasero in casa a cuocersi gli hamburger confezionati appena comprati[21].

La cena, considerando che erano quasi le undici di sera e che entrammo nel primo locale trovato su TripAdvisor vicino alla nostra posizione, fu sorprendentemente piacevole; il posto era più che altro un’enoteca che serviva anche degli stuzzichini – una taperia, fondamentalmente –, per cui prendemmo un taglierino di prosciutto serrano e formaggi e un taglierino di salumi affumicati, il tutto accompagnato da tre bicchieri di sangria a detta degli altri pesanti ma buoni – io bevvi solo acqua, però probabilmente mangiai il miglior prosciutto crudo della mia vita e uno dei migliori formaggi che mi è mai capitato di assaggiare.

Usciti dal locale ci incontrammo con gli altri – che nel frattempo avevano cenato coi loro tristissimi hamburger –, e tutti insieme ci muovemmo verso il centro del Bairro, dove ci infilammo in un paio di locali squallidi, bui e con l’aria condizionata a 15[22]. In generale il Bairro fu una delusione: gente ubriaca ovunque, locali minuscoli e pieni così di persone brutte[23], con liquori scadenti e stradine tutte in salita, strette e sporche – anche gli altri del gruppo, più abituati di me a posti del genere, lo bocciarono su tutta la linea (e infatti non ci tornammo più per tutta la vacanza[24]).

[1] Questa vacanza, in effetti, è stata all’insegna delle cose pazze ma consapevoli che ho fatto comunque.

[2] Alla fine li trovammo dall’altra parte dell’aeroporto, già davanti ai banchi Ryanair per stivare la valigia grande – ma solo dopo aver fatto su e giù per diverse volte lungo i corridoi.

[3] Ciò che misi nel valigione: due asciugamani in microfibra (blu e arancione), un accappatoio in microfibra (blu), la truche con lo spazzolino, il bagnoschiuma, l’igienizzante per la barba, il pettine… eccetera, un telo da mare col disegno di un delfino, due paia di scarpe (un paio da ginnastica e un mocassino blu che non ho usato per niente) e due paia di infradito (uno a fiori che non ho mai usato e uno in plastica).

[4] Tutti scenari apocalittici, ovviamente.

[5] In realtà lo lessi quasi tutto, perché prima delle ultime dieci pagine chiamarono il volo e così dovetti lasciarlo per i primi minuti a bordo dell’aereo.

[6] Nel gruppo c’erano tre studenti di Medicina, per cui era anche “divertente”, di tanto in tanto, farsi misurare il battito (il momento peggiore fra quelli campionati fu mentre aspettavamo la nostra navetta, in cui raggiunsi la notevole cifra di 133 battiti al minuto).

[7] I voli Ryanair sono imbarazzanti: oltre ai ritardi, oltre ai sedili scomodi e stretti e oltre agli aerei vecchissimi (il nostro forse aveva fatto la guerra del ’15-’18, aveva tutta la vernice scrostata e si vedeva da lontano che aveva passato momenti migliori), le cappelliere sono sempre semi-vuote mentre vengono imbarcati in stiva anche i bagagli a mano, le misure di peso e dimensione per le valigie sono proibitive e in generale non c’è niente che non faccia pena (preferirei spendere 100 euro in più e avere un minimo di comodità che spenderne 100 in meno e temere per la mia vita oltre al già necessario).

[8] Altra altezza, tra l’altro ventosa per colpa dell’elica.

[9] Tra l’altro i bagni degli aerei sono minuscoli, per cui oltre a stare al buio e avere una paura bestia sono stato anche stretto come in una bara (per dire), il che non era esattamente di buon auspicio (quando fu il momento di uscire, poi, non ero più in grado aprire la porta perché la hostess, nonostante le avessi detto che andavo in bagno, aveva spalancato la cabina di pilotaggio bloccandomi dentro. O forse era stata l’altra hostess ad aprire la cabina, non lo so, ero troppo terrorizzato per fregarmene).

[10] Vedi nota 7.

[11] A parte le continue interruzioni del personale di bordo per proporre profumi, gratta-e-vinci e altri prodotti vari ed eventuali (sembrava di essere in una riffa). E non dimentichiamo il cibo degli aerei, che sui voli Ryanair è tristissimo.

[12] Solo se non pensavo che avrei dovuto riprendere lo stesso aereo da lì a una settimana.

[13] Solo l’attesa per i bagagli fu lunga, snervante e in costante apprensione per la paura di non trovare il proprio, temendo che fosse andato perduto chissà dove (quando arrivò fu un sollievo, ma lo aprii comunque per accertarmi che fosse davvero il mio).

[14] La Lisboa Card è insipida, perché al modico prezzo di 19 euro si può entrare, sì, liberamente per ventiquattr’ore consecutive in tutti i musei o i posti d’interesse affiliati (risparmiando così abbastanza denaro sui biglietti veri e propri), ma mettendosi comunque in fila ogni volta per ricevere dalla biglietteria uno scontrino da 0 euro.

[15] Famoso per la statua di Pessoa in mezzo ai tavolini.

[16] A proposito del soffitto pendente:

1), quando si apriva il minuscolo frigorifero (perché ovviamente un frigo più grande non ci stava) si doveva chinare la testa;

2), quando si pisciava si doveva nuovamente chinare la testa, perché il water era nel sottotetto (ed essendo in sette uomini sono nate le peggiori contorsioni possibili per cercare una posizione comoda ed ergonomica).

[17] La prima sera presi possesso della stanza numero 5 senza accorgermi che era esattamente sotto al condizionatore a 16 gradi*, per cui il mattino dopo mi svegliai congelato e con un mal di testa allucinante; l’occupante della numero 3 (che è la persona più buona sulla faccia della Terra) propose quindi di invertirci le camere, ma proprio durante il secondo giorno il proprietario “cambiò”** i letti. Quindi sì, sono stato nella terrificante numero 3 quando questa non era più terrificante.

*Tutti quanti, quando il proprietario ci fece vedere la casa, ci stupimmo del fatto che avesse acceso i condizionatori a 16 gradi (una temperatura inumana, cioè), ma poi, vista l’assenza di finestre e visto il fatto che eravamo in una mansarda, capimmo che 16 gradi erano anche troppi.

**Diciamo che la teoria dell’ex occupante della stanza 3 era forse giusta: il proprietario non aveva cambiato proprio un bel niente, ma semplicemente aveva sbattuto le lenzuola, fatto cadere a terra (e poi raccolti) i capelli, i peli e tutto il resto e rimesso le stesse identiche coperte sugli stessi identici letti (la conferma fu che in non ricordo quale stanza qualcuno trovò ancora degli irriducibili capelli che non avevano voluto saperne di cadere).

[18] Che nel corso della vacanza più di una volta si è dimostrato indispensabile e presente.

[19] Una dei cibi più buoni di questo mondo.

[20] Fondamentalmente, sa di acqua.

[21] Una tristezza senza fine (ma avevano anche deciso che le loro cene sarebbero sempre state in casa).

[22] Quello in cui entrammo perché la PR aveva convito gli altri a comprare dodici cicchetti a 6 euro fu una fregatura enorme: minuscolo, buio e imballato di gente, coi cicchetti che si rivelarono in realtà un bicchierone pieno della stessa quantità di liquore che avrebbero occupato dodici cicchetti veri e che quelli del gruppo si divisero alla bene e meglio con amarezza.

[23] Nel senso non di criminali o feccia, ma proprio brutte-brutte nel senso di orrende.

[24] Io mi aspettavo locali coi tavolini fuori e un po’ di fado o jazz dagli altoparlanti, strade larghe, piazzette tranquille… non che non li abbiamo trovati altrove, alla fine, ma dalle voci il Bairro sembrava Montmartre e invece era solo via Petroni.

Qualche informazione su Alessandro Mambelli

Sono nato a Cesena nel 1997. Dopo aver frequentato il liceo scientifico ho capito che la mia vera vocazione era un’altra, così ho cominciato a scrivere e a frequentare Lettere Moderne a Bologna. I miei “maestri spirituali” sono David Foster Wallace, Roberto Bolaño e Neil Gaiman.

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