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La Spagna è il paese delle pale eoliche. Questi giganti alieni sovrastano le alture pressocché ovunque e a te sembrano piccoli, sembrano le girandole con cui giocavi da piccola, sulle quali soffiavi o aspettavi il vento per vederne guizzare i colori. Ma, in realtà non sono così piccole e non sono così vicine come tu credi quando cammini, anzi proprio la loro aliena grandezza te le fa immaginare vicine e alla tua portata. La grandezza stravolge le distanze, così, cammino e nel cammino ai piedi degli alieni, immagino un tempo accessibile, una salita accessibile, una resistenza personale accessibile. Poi c’è la realtà, quella che non avevi preventivato, così ci metti tanto tempo e tanto sudore e conviene non voltarsi indietro sulla salita già percorsa e ripida. Poi arrivi proprio sotto di loro e lì ti fermi, muta, come in tante meraviglie aliene, o forse solo straniere, che la terra di Spagna ti offre.
Chissà perché da bambini adoriamo il fango, l’acqua e poi con gli anni cambiamo? I primi giorni nelle Asturie i miei piedi cercavano di evitare acqua e fango e puntandomi sulle bacchette, effettuavo le più strane acrobazie per evitare un agglomerato sospetto e, facendo la valutazione sbagliata delle consistenze, andavo a finire in pozzanghere senza fondo in cui qualche volta ho rischiato di lasciare una scarpa o un bastoncino.Poi le ore passano, la pioggia continua, il fango, alimentato dai rigagnoli, aumenta e allora ti ricordi di quando amavi il fango, lo portavi nascostamente a casa per farne formine di finti dolci, costruivi castelli fortificati sulle spiagge, ne osservavi la consistenza con soddisfazione e golosità mentale così, in me nasceva il ricordo dell’avventura e non lo evitavopiù, anzi lo andavo a cercare e scommettevo con me stessa a quale profondità si sarebbe fermato il mio piede.
La Spagna è il paese dei gatti pigri e indolenti, simili a Peones, o almeno all’immagine che ne hai, sono in quasi perenne siesta. Ci sono case che sembrano state create per loro, tanti ne convivono l’esistenza di un giardino di un davanzale, di un vaso. Qualcuno, intraprendente, audace e giovane, ti attraversa la strada in cerca di coccole, giusto il tempo di farsi apprezzare e poi si allontana di nuovo. Qualcuno, con il musetto segnato da recenti lotte ti saluta con un verso molto più simile ad un hola che ad un miao…gatti spagnoli, gatti in definitiva. Poi ci sono i cani delle Asturie. Grossi cani dal pelo rosso focato o marrone rossiccio, pelo segno di molti incroci, dignitosi al pari degli altri coabitanti umani o alle mucche, incredibilmente pulite (sarà la pioggia continua?) e profumate, con cui condividono gli spazi, tutti regolarmente recintati.I cani ti osservano, mentre passi si siedono e ti osservano, abituati ai pellegrini, abituati alla curiosità di popoli di tutto il mondo. Immagino altri passi, altri popoli, altri tempi, quando il sentiero non era segnato, quando gli animali potevano essere un pericolo, quando non c’erano rifugi sotto cui ripararsi e gli abiti erano gli stessi per lunghi giorni, per lunghi mesi…Forse proprio per questo alla fine del cammino, alla fine delle terre conosciute, davanti all’oceano gli antichi pellegrini bruciavano i loro vestiti e si buttavano nell’oceano a lavarsi.Si cammina, cammino, a volte la stanchezza mi rallenta un po’ così ripenso a quanti “pellegrini” quelli veri intendo, quelli antichi, che per fede facevano il percorso di centinaia di km senza attrezzature tecniche, o zaini firmati, senza rifornimenti con il poco che potevano sistemare nelle sacche che si portavano. Dormivano sotto rifugi di fortuna, si riposavano sotto gli alberi o creavano piccole capanne di rami. Pensare a loro, a quanti magari non terminavano, nonostante le preghiere e la fede, dava a me forza, nella stanchezza. C’è un percorso, una antica via chiamata appunto ruta des Hospitales dove si trovano in rovina alcune case di pietra, poco più che rifugi per coloro che si avventuravano su quel percorso, difficile, a volte a strapiombo, che con la nebbia e il vento freddo faceva perdere ogni più elementare senso di orientamento ai pellegrini.Non è facile percorrerlo, si sale fino a quasi 1000 metri, si scende e si risale, attraverso rocce, sentieri, prati in quota,e ciò che vedi ti mozza il fiato, molto più del vento freddo, in estate, come in inverno con la neve, con la pioggia, con il gelo. E dopo, non puoi nemmeno correre giù a perdifiato, perché il sentiero è stretto, con pietre che rotolano giù anche solo a guardarle e lontano, sullo sfondo i giganti alieni…le pale eoliche della Galizia.
Non è facile descrivere i paesaggi, né il cammino che li percorre o lo sguardo che li disegna, lungo il Cammino di Santiago Primitivo. Questo Cammino viene chiamato così perché fu proprio il primo ad essere segnato e percorso e quando decisi di farlo ho pensato di prediligere proprio la sua caratteristica di cammino meno frequentato, anche un po’ più difficile e a volte impervio, rispetto agli altri cammini. Volevo essere sola ad affrontarlo, volevo camminare da sola e confrontarmi con le mie paure, con le mie sofferenze e non è facile fare questa scelta, in un paese che non è il tuo, in un percorso che non conosci, dove a stento forse riuscirai a farti capire. Ma per me era importante. Credo che tutti dovrebbero provare a fare un percorso in solitaria, poco battuto almeno una volta . E’ illuminante anche se cala la nebbia a oscurare parzialmente la strada. Il cammino di Santiago è un viaggio dell’anima, un percorso, in cui misuri tutte le tue emozioni e le vai paragonando a ciò che ti circonda.
Sono partita da sola, ma il mio carattere non totalmente rinnegato, mi porta a fare amicizie, a riconoscere nomi senza essersi mai visti. Si parte la mattina, ognuno con il suo ritmo, ognuno diverso, poi ci si incontra ad un ristoro, ci si ritrova ad un rifugio, ci si abbraccia alla fine della giornata nello stesso albergue in cui si condivide la stanchezza del cammino, ma anche odori e rumori.Cos’è un albergue? Non quello che si potrebbe pensare, in genere sono grandi stanzoni, ricavati da edifici comunali, o monasteri abbandonati, o strutture prefabbricate moderne in cui una fila di letti a castello ospiterà i pellegrini per una notte, ad un piccolissimo prezzo, magari con possibilità di usare la cucina per una cena comunitaria e una doccia calda. Le camerate non hanno differenziazione maschi/femmine, si dorme così come capita, ognuno con il suo lettino, lo zaino vicino, il sacco a pelo personale, si condividono sospiri, russare, sveglie e passaggi notturni, ma, essenzialmente, dopo una tappa di 25-30 km o più, non si sente proprio nulla…Il cammino è una metafora di vita, come i grandi amici della nostra vita, ne incontri un gruppo, neanche tanto numeroso, all’inizio e, nella buona e nella cattiva strada, li trovi sempre alla fine della tappa, a volte anche durante il giorno. Come diceva quella vecchia canzone? “Un panino una birra e poi..” infatti nella giornata ti fermi a mangiare un panino, il bocadillo, grosso come due panini nostri, bevi una cerveza (che costa meno dell’acqua) e riparti con nuovo spirito alla ricerca di nuovo fango, o acqua, o, semplicemente, se ti dice male, di nuove vesciche…Dopo 3 o 4 tappe hai amici veneti che quando parlano velocemente capisci meno degli spagnoli, amici spagnoli con cui inventare un idioma spagnoitaliota, amici francesi di cui comprendi la metà dei discorsi ma dai quali riesci a farti capire, amici pugliesi, amici di Gorizia, amici russi…con cui condividerai anche un viaggio notturno e finale per raggiungere Santiago. E’ leggera la metafora, è forte il messaggio, come nella vita, nonostante le difficoltà, i cambi di strada, i percorsi sbagliati, i veri amici li ritrovi sempre accanto al bisogno, a fine giornata e alla fine del viaggio ti sono sempre accanto.
Il viaggio è durato poco meno di 12 giorni ed è iniziato con piccole tappe di 12-24km, poi piano piano, quando le gambe si irrobustiscono ( o credi lo siano) e i ritmi si stabilizzano, si osa di più. Anche 29-34 km che non sempre sono così facili come potrebbe sembrare anche per una maratoneta come me. Metafore metafore… come fai a non capire che spesso la strada che scegli non è in piano, non è facile, spesso non ci sono ripari né posti di rifornimento e forse hai sopravvalutato te stessa pensando di non doverti fermare, di farcela senza aiuto. A volte basta un piede messo male e un dolore, uno strappo inaspettato che ridimensiona la tua velocità oppure un disturbo intestinale inaspettato e ti fermi. Mi sono fermata sul ciglio di una stradina in cui gli eucalipti erano a coltivazione intensiva. Ho scoperto da poco che solo dagli alberi fino a 4 anni si estrae essenza e profumo, così il mio disturbo era intontito dal profumo,ecco mi sono fermata un poco, dovevo liberare lo stomaco, due francesi si sono accostati per chiedere se mi servisse aiuto, ho ringraziato, poi dopo essermi liberata lo stomaco di un the dal sapore indescrivibile, ho ripreso nuova vita e ho raggiungo i pellegrini di Francia e con mio stupore sono riuscita a comunicare. Erano di Marsiglia di Aix en Provence, il posto della lavanda e paese di origine di una mia carissima amica che ho chiamato in causa con un duetto con la signora e un invio a distanza dal cell: potenza di watsapp! Sul cammino succede anche questo.
Poco dopo la strada ricreava una forte discesa, non un vero sterrato, ma neanche vera strada, per evitare di rotolare a valle ho cominciato uno zigzag degno delle mie lezioni di camminata sportiva e incontro due cileni, lui un vero socialista con il quale intonare qualche canzone degli Intiillimani della mia gioventù. Incontrerò l’ultima volta Camillo e la moglie a Pedrouzo, a 22 km da Santiago. Lui, con il nome di Don Camillo(sue parole) e il fisico di Peppone (mie parole).Un viaggio è un viaggio,anche se ti fermi, anche se riprendi con calma il percorso, rimane il tuo viaggio, con le tue memorie, con i tuoi ricordi, con flash in cui una ragazza decide di rallentare il suo passo e di farsi 30 km con te perché zoppichi un po’ (ma anche tu ricordi, hai rallentato il tuo passo per un ragazzo che si era fatto male e aveva una caviglia slogata) e con lei Cantare le canzoni di un vecchio film “Tutti insieme appassionatamente” lei, tedesca, in tedesco tu, italiana, in italiano. In cammino si ride per nulla, si canta insieme, si inventano nuove parole che hanno significato solo per pochi e solo per poco tempo. In cammino respiri e ringrazi l’universo o Dio o chi per Lui, che ti ha dato l’opportunità di essere lì, proprio lì, in quel momento, anche con quella pioggia, anche con quel fango, anche con quel caldo. E poi arrivi, arrivi sulla piazza di Santiago dove ti sovrasta la cattedrale, ti guarda e tu non riesci a parlare, per la stanchezza, perché hai avuto l’idea di viaggiare di notte e non hai dormito, ma hai avuto amici accanto che ti hanno supportato, qualcuno ti ha anche alleggerito dello zaino per qualche km e tu pensi che siete arrivati fino a lì e forse, non li rivedrai mai più o forse sì. E ti emozioni, ma ancora non piangi. Prosegui il viaggio, a piedi, in pullman, ancora a piedi per raggiungere il punto più estremo, quello che per i pellegrini era la fine delle terre conosciute, quello dove bruciavano i vestiti, dove il cielo incontra l’oceano e lo racconta ai pellegrini e lì, proprio lì, PIANGI, hai i brividi e piangi e pensi che se Dio esiste, la sua manifestazione è LI’ e non può essere altrimenti, non in una costruzione dell’uomo fatta per celebrare Dio, ma nella creazione di Dio per celebrare se stesso, lì dove l’infinito del cielo si sublima nell’infinito dell’oceano e comprendi perché piangi e perché ti senti infinitamente piccola e la naufraga finalmente tocca se stessa e per un attimo si fonde senza più parole nell’universo

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