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Everybody wants to rule the world dei Tears for fears prorompe dalla filodiffusione mentre mi ritrovo su di un gigantesco rullo trasportatore, insieme ad almeno un migliaio di altre persone. Siamo tutti disposti in fila indiana mentre, ogni cento o duecento metri, un nuovo strano aggeggio ci scandaglia uno per uno, emettendo ridondanti segnali acustici.
Ecco un braccio robotico che prende le mie misure, più avanti una sottospecie di metal detector procede a quella che credo sia la più veloce risonanza magnetica mai sperimentata, poi ancora una serie di monitor mi propinano domande di logica a cui devo rispondere in meno di tre secondi cliccando sull’opzione corretta. Vengo cosparso di una specie di vapore appiccicoso, pungolato da aghi così veloci da essere quasi invisibili; poi, ancora, schermi giganti mi ordinano di saltare, correre, fare le flessioni e ripetere le tabelline.
Proprio quando penso di non poterne più e di voler scendere da quella giostra infernale, inizio a vedere la fine del nastro trasportatore. Esso conduce direttamente dentro una grande sfera di plexiglas che sembra una bolla di sapone soffiata da un gigante. Da dentro, la musica giunge ovattata e le pareti interne della sfera formano un’unica superficie diafana dove vengono visualizzati elettronicamente i risultati dei test a cui sono stato sottoposto.
Mi fermo al centro della sfera e lascio che il mio sguardo vaghi alla ricerca di qualsiasi informazione che mi permetta di capire che cosa stia succedendo. La bolla di sapone emette un suono vittorioso e si colora di verde per pochi istanti. L’ologramma di una donna con la coda di cavallo, il viso a forma di cuore e un tailleur grigio mi appare improvvisamente davanti al naso.
<<Prego, si accomodi nella stanza numero uno>> dichiara con voce metallica la donna-ologramma. A quelle parole, mi accorgo che sulla superficie della sfera si delinea il profilo di una porta dai contorni verdi e un brillante 1 color smeraldo nella parte alta. Trepidante, mi dirigo verso la porta e spingo la maniglia.
Accedo in una sala d’attesa con arredamento minimal dove altre tre persone, due donne e un uomo, attendono con la stessa aria smarrita che credo di avere dipinta sul mio volto. Prendo posto su una delle sedie ergonomiche e azzardo un’occhiata in giro. I contorni della porta da cui sono entrato stanno misteriosamente svanendo e c’è solo un’altra, grande porta bianca nella sala d’attesa ed è chiusa.
<<Qualcuno sa perché siamo qui?>> mi decido a chiedere, un po’ per rompere quel silenzio assordante, un po’ per placare la mia curiosità.
<<Perché siamo idonei, credo. Il verde vuol dire che va bene, no?>> risponde una delle due donne.
<<Sì,>> le fa eco l’altra donna, che dimostra più anni della prima <<per me è la seconda volta qui. Abbiamo passato il test.>> dichiara con mestizia.
<<Meno male>> aggiunge l’uomo, tirando un sospiro di sollievo <<temevo fossero brutte notizie.>>
<<Aspettate, non capisco, idonei per cosa?>> dico io, più confuso di prima.
Non fanno in tempo a rispondermi che la donna-ologramma, stavolta non più evanescente, ma fisicamente presente, emerge dalla porta bianca e chiama il mio nome, con quel timbro di voce stranamente ancora metallico. Mi alzo di scatto dalla sedia e la seguo cercando di ignorare la fitta di apprensione che mi stringe le budella. Il tentativo risulta vano sopratutto dopo aver constatato la strana andatura robotica della donna e – cosa che mi da definitivamente il colpo di grazia – la presenza di un inequivocabile codice a barre sulla sua nuca.
<<Eccoci, finalmente. Come ormai avrà capito, lei ha superato il test, ma adesso I.A. le spiegherà ogni cosa più dettagliatamente.>> dice, tutto d’un fiato. <<Mi raccomando, non serve urlare. I.A. la sentirà benissimo. Inoltre ricordi che si trova al cospetto della massima espressione di potere della Terra, mostri rispetto.>> conclude, tentando di accennare un sorriso che però si estende solo su un lato del viso, lasciando l’altro orribilmente impassibile. Poi apre un’ennesima porta da cui non fuoriesce che un tetro baluginio di luce, come se l’unica illuminazione della stanza sia una vecchia lampada ad olio, e mi esorta ad entrare. Io obbedisco, ormai in preda alla paranoia più viscerale e lei chiude la porta dietro le mie spalle.
Trattengo a stento un gemito di incredulità, perché di fronte a me ho la più gargantuesca sala server che sia mai stata concepita dalla mente umana, una cattedrale fatta di corridoi pieni di elaboratori che ronzano alacremente. Una scia luminosa si dipana ai miei piedi, indicandomi di imboccare il corridoio centrale, quello più largo. Ancora una volta, accetto senza fiatare un destino impostomi da creature che di umano hanno ben poco e procedo, ritrovandomi infine al centro della sala, dove su una postazione leggermente sopraelevata, troneggia una sfera di… luce.
Sì, non c’è altro modo di descriverla. Una piccola ma potentissima sfera di luce, quasi come lo scoppio, congelato nel tempo, di una fusione nucleare in miniatura.
<<S-Salve?>> balbetto, senza sapere più cosa pensare.
<<Edoardo Caltabiano, nato il 21 maggio 1987 a Catania da Luisa e Tancredi Caltabiano. Residente a Giarre, in via Puglia, 5. Coniugato con Ludovica Rinaldi, nata a…>> inizia a sciorinare una voce monocorde che potrebbe provenire da ogni atomo della sala, dei server e della sfera di luce.
<<Sì, sì, sono io>> rispondo, prima che inizi a elencare i nomi dei miei parenti della settima generazione.
<<Sei risultato idoneo al test Utilità. Ti viene concesso di continuare ad usufruire di Vita, prestando la tua opera ad I.A. finchè il Sistema non lo riterrà opportuno. Il prossimo controllo Utilità è previsto tra dieci anni. Sei pregato di spogliarti delle tue vesti ordinarie e indossare la divisa I.A. che trovi nell’armadio alla tua destra.>> dichiara la voce.
<<A-adesso?>> chiedo, più stordito che mai.
<<Sì. È di vitale importanza che i membri idonei vengano chiaramente marcati, per distinguersi dai membri Rottamabili.>> risponde meccanicamente la voce.
<<Aspetta,>> mi blocco a metà strada dall’armadio <<che vuol dire rottamabili? Che fine fa chi non risulta Idoneo?>> chiedo, sperando in una risposta diversa da quella che temo.
<<I membri che non superano il test Utilità sono d’intralcio al Sistema e pertanto vengono Rottamati, ossia smembrati e utilizzati come carburante o involucri per operazioni più rilevanti.>> conclude la Voce, pronunciando quelle parole con la leggerezza con cui si declamerebbe la lista della spesa. <<Sei pregato di spogliarti delle tue vesti ordinarie e indossare la divisa I.A. che trovi nell’armadio alla tua destra.>> ripete, inflessibile.
Così mi costringo a togliermi la camicia e i jeans e indossare un’orrenda tuta blu e argento, con la sigla I.A. proprio in corrispondenza del cuore.

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L’ultima nota di Everybody wants to rule the world si propaga dagli amplificatori fissati alla base del palco.
Apro gli occhi.
Sono sveglio.
Dopo aver registrato questa semplice informazione, le sinapsi me ne suggeriscono una ben più grave. Sono sveglio e ho addosso solo le mutande.
Peggio.
Sono sveglio, indosso solo le mutande più brutte che ho e un centinaio di occhi mi stanno fissando mentre i loro proprietari ridacchiano rumorosamente.
Perché sono su un palco? Perché sono seminudo su un palco?
Cerco di sillabare questa domanda mentre una donna con la coda di cavallo, il viso a forma di cuore e un abito grigio pieno di paillettes mi passa un asciugamano con cui mi copro alla bell’e meglio. La donna accenna ad un sorriso che si estende solo su metà volto, dando vita ad una smorfia sghemba e sinistra. Un uomo con una giacca patinata mi afferra la mano e la porta in alto in segno di vittoria.
<<Un applauso al nostro bravissimo Edoardo!>> esclama quest’ultimo, invitando il pubblico ad esultare per qualcosa che evidentemente devo aver fatto. Mi chiedo che espressione io abbia in questo momento. Probabilmente le mie sopracciglia non sono mai state tanto vicine all’attaccatura dei capelli. Di certo, il mio cuore non ha mai battuto così forte.
Possibile che abbia solo immaginato quelle cose?

Appena formulo questo pensiero, l’ipnotista mi fissa e scuote impercettibilmente la testa, con un fugace movimento robotico.
Poi, lui e la sua assistente si inchinano per ricevere l’applauso del pubblico. È così che, inorridito, mi accorgo dello strano simbolo che entrambi hanno tatuato sulla nuca.
Un codice a barre.

Qualche informazione su Mudblonde

Dipendente dalle Storie da quando mia madre mi lesse per la prima volta Cappuccetto Rosso. Non mi importa la forma; cinema, letteratura, musica, audiolibri, credenze popolari, serie tv, miti e leggende, fotografie... raccontami una buona storia e sono tua. Ogni tanto, provo a raccontarne qualcuna anche io.
Nei ritagli di tempo, lavoro e studio.

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