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Conosceva quel passaggio a memoria. Non occorreva guardare la partitura. In prova lo faceva spesso: alzava lo sguardo per testare le sue capacità mnemoniche e musicali. In condizioni normali, dalle battute a seguire e fino alla fine del brano non avrebbe commesso errori. Poteva anche lasciarsi andare ad altri pensieri, altri mondi, a lei. Le dita, guidate da fili invisibili, correvano come automatizzate da un capo all’altro della tastiera del contrabasso, mantenendo il calore necessario per rendere ottima l’esecuzione. Una sorta di estasi. Un pensiero, era il primo concerto in conservatorio e subito il timore di trovare un velo di nebbia sulle cinque linee disegnate nella sua immaginazione. In ballo c’era una sfida. Si sarebbero guardati all’inizio del terzo foglio: chi per primo avesse cercato conforto nel pentagramma avrebbe perso. Non appena i violini ritornarono sul sol in fondo alla pagina, ruotò il capo cercando e trovando i suoi occhi, indefinibili. La luce arancio del teatro gli dava un tocco caldo, mogano. Tre file di archi tra di loro. Per lui era più semplice: il contrabbasso forniva solo un tappeto, su cui avrebbero passeggiato le note del pianoforte, posto al centro del palco dove sedeva il suo avversario, presto sconfitto. Infatti, un virtuosismo fiorito tra le crome di Gershwin a metà pagina, indusse la ragazza a cercare conforto nello spartito. Aveva vinto. Dopo il concerto l’avrebbe portata a cena. Ormai poteva lasciarsi andare. Chiuse gli occhi e continuò a passeggiare sulle note eseguite con estrema certezza e tranquillità. Viveva quell’avvento con la certezza che di lì a poco avrebbe ridotto la distanza dai suoi occhi a meno di un metro.

Arrivò all’audizione ridotto uno straccio. Partì da Catanzaro con il treno merci-umane delle diciotto. Raggiunse Parma alle sei del giorno seguente. Una notte insonne, passata a controllare il suo prezioso contrabasso nel vestibolo della carrozza. Non avrebbe mai sostenuto l’esame con uno strumento non suo. Trovò la pioggia ad attenderlo. Si diede una rinfrescata nel metro quadrato di un bagno della stazione e si cambio la t-shirt passando dal rosso Mao al blu di Futurama. Gli altri candidati erano vestiti con giacca, cravatta e agitazione. Il vocio sommesso prima di un esame, di una prova, di un colloquio, non gli era mai andato a genio. Odiava la falsa modestia dei candidati pronti a far brillare gli artigli della concorrenza. Rimase isolato. Molti rileggevano le parti da eseguire; altri si scambiavano opinioni sui membri della commissione. Non aveva idea di chi fossero e non controllò se avesse con sé tutti i documenti, come facevano quasi tutti. Controllò invece per l’ennesima volta l’accordatura notando la polvere dietro una chiavetta. Sputo sul fazzoletto di stoffa consegnatogli da sua madre e la fece sparire. Quando fu il suo turno, interpretò Koussevitzky, richiesto nel bando d’ammissione e un adagio di Bach. Si aspettava una grande aula, con gli arrazzi e il calore del legno. Invece l’audizione per entrare al triennio di specializzazione del conservatorio si tenne in una grigia stanza. Alle pareti crepe. Solo la densità dei suoni saturò il vuoto, donandogli consapevolezza e serenità. Gli chiesero d’improvvisare, scelse un pezzo jazz di Esperanza Spalding. Attese il fatidico ‘le faremo sapere’, che puntuale risuonò nell’etere. Non aveva con sé molti soldi, così dopo un attento esame al tabellone degli orari, trovò una serie di coincidenze che passando da Bologna, Bari, Taranto, Crotone, lo avrebbero riportato a casa, dopo quasi venti ore di viaggio e dopo più di quaranta di veglia, senza soluzione di continuità.

***

Non ne posso più! Vada come vada, se c’è qualcuno più bravo di me è giusto che entri. Sono otto mesi che preparo l’esecuzione di questi brani! Meglio di così non posso suonare; e poi non voglio stancarmi e farmi trovare fiacca. Ho solo bisogno di una doccia, di mangiare qualcosa e andarmene a letto. Domani alle dodici tutto sarà finito. Essere la prima non è un vantaggio, avrei preferito essere circa a metà della lista. Ho paura del silenzio. Accendo il giradischi su cui gira il vinile di Billie Holiday. Chiudo gli occhi per rendere ancora più densa l’oscurità. Provo a focalizzare tutti i pensieri in un unico punto e riesco finalmente a lasciare in un remoto angolo l’ansia per l’audizione. Accantono, come spesso accade, l’idea di mangiare. Lascio scorrere le gocce d’acqua sul pavimento lasciando una scia dal bagno fino allo specchio della mia camera. Mi guardo, sono anni che non riesco a vedermi in forma. Poi apro la finestra e sento l’aria umida nelle narici. Guardo giù, sette piani. Mi tengo stretta alla balaustra del terrazzo. Non ho il coraggio nemmeno di mollare tutto. Adesso le gocce sul mio viso sono lacrime. Perché queste sensazioni ritornano? Rientro chiudo e vado a letto. Non dormo.

Tremo, mi siedo al pianoforte. Il professore mi dice qualcosa che non colgo. Poi dopo un po’ rispondo senza sapere perché: “Va tutto bene”. Inizio a suonare e ripenso al vuoto oltre la balaustra. Devo scacciare presto questa sensazione che mi da la nausea. Vado in apnea. Cerco e trovo rifugio nel pentagramma. Respiro. Adorato e amato, sicuro e certo, stampato e presente. Ho messo dei piccoli segni con la matita, sono le parti su cui devo concentrarmi di più. Termino e mi sento meglio. Ancora un brano, estraggono loro a sorte. Bene Haydn è tra quelli in cui mi sento più sicura. Parto, ma qualcosa blocca il pollice della mano destra. Mi fermo. Chiedo scusa. Riprendo dal principio. Sono sul cornicione del balcone. In equilibrio. Vedo il fondo. Sento una mano sulla spalla che mi regge, ma faccio per scacciarla. Mi fermo ancora. Signorina ci dispiace. Era la mano del maestro. Mi alzo dal sediolino, apro la porta e apro anche gli occhi. Sono quasi le sette, tra due ore devo essere al conservatorio per la prova di ammissione. Mi siedo sul bordo del letto e mi perdo tra le vertigini.

***

“Vengo spesso qui, è un po’ fuori mano ma cucinano in maniera semplice e genuina. Ti piace? L’ho scovato uno dei primi giorni quei a Coloreto. Non avevo i soldi per pagarmi casa in centro, qui gli affitti costano meno. Quando Carlo mi vide arrivare con il contrabbasso, cominciò ad insistere perché suonassi qualcosa. Dopo un paio di battute di Dragonetti capii che dovevo puntare su qualcosa di moderno. Qualcosa di jazz, se non ricordo male improvvisai sul tema degli Aristogatti. Per me spaghetti con il pomodoro, per la signorina un’insalata! Scusa ma il concerto non ti ha messo fame? Io verso la fine pregustavo una pastasciutta fantasmagorica! Mi sono esibito spesso qui in cambio degli ottimi piatti del cuoco. Suonare gratis per mangiare gratis. È un buon compromesso. Sai che Ravel disse a Gershwin ‘Perché volete diventare un Ravel di seconda mano, quando siete già un Gershwin di prim’ordine?’. L’ho letto su Wikipedia. Hai visto la faccia del direttore quando il violino in seconda fila ha accentuato troppo la sesta battuta? Dietro le quinte voleva mangiarselo. Ero presente, ho provato a buttarla sul ridere e lui mi ha invitato a pensare alle mie corde, che secondo lui suonavano vecchie. Scusa sono logorroico. Pensi che vadano cambiate? Posso versarti del vino? Ecco arrivano le portate, così taccio per qualche minuto. Conoscevo le difficoltà insite in quel punto. Fin da ragazzino ho sempre memorizzato le parti difficili, non so fino a che punto sia un bene. I maestri mi dicevano sempre di non ricominciare da capo ogni volta che sbagliavo, ma di dividere i brani in parti più piccole ed esaminarli individuando le difficoltà.

Quanto parla? E poi ricorda tutto. Come fa? Ha fatto una precisa cronistoria di ogni momento vissuto a Parma prima di allora. Dalla prima lezione, nella sala al terzo piano, fino all’ultima nota del concerto. È l’incarnazione dell’euforia. Siamo stati presenti allo stesso tempo e negli stessi luoghi. E per lui è stato importante.

 “Non potrò mai dimenticare il giorno che ti vidi. I tuoi capelli rossi, ricci, che si agitavano davanti ai miei occhi famelici. Arrivai in ritardo. Era la prima volta che ero aggregato ad un gruppo. Nemmeno conoscevo la sala dove si tenevano le prove. Il professore mi accolse con una risata. Ero convinto di essere accordato. Mai rischiare senza aver verificato, una lezione che conoscevo e che non avevo ripetuto. Eri l’unica a non ridere del mio sol, quasi mezzo tono sotto. Necessitavo di un sol. Fu impercettibile, ma tra le risate riuscii a sentire il tasto più basso del tuo piano vibrare, sopra le voci, sopra le teste, fino al mio orecchio. La mia esecuzione fu impeccabile, mi permise subito di cancellare la vergogna. Però non rispondesti al mio ‘grazie’ quando ti avvicinai. Prendesti il tuo libro e raggiungesti le scale appena terminata la lezione”.

Ancora.

“Sai che sei considerata un essere mitologico? Sei la preferita di molti professori. Però fatichi ancora a salutarmi, nonostante il primo semestre passato spesso nelle stesse aule. Hai notato che abbiamo spesso lezione insieme, vero? Per fortuna hai perso. Hai guardato la partitura”.

Non si ferma.

“Ho estorto la tua mail alla violoncellista con una scusa banale. E ti ho scritto. E siccome sei qui, hai accettato e perso la sfida”.

Ricordo il testo della mail a memoria. Come lui la partitura.

Ti sfido. Tu così perfetta, tu così precisa. Tu sempre silenziosa. In gioco, una cena. Se vinci, la smetterò di ronzarti attorno e sarai libera di non salutarmi mai più (non lo hai mai fatto…) e far finta che io non esista. Io non mi permetterò nemmeno di guardarti (sarà dura). Ma se perdi, vieni a cena con me. Ecco l’unica regola. Dopo la terza pagina, alza lo sguardo verso di me, io farò lo stesso. Il primo che torna allo spartito ha perso.

***

E così a chiusura di un cerchio, eccoci seduti uno difronte all’altro, sconosciuti. Separati da distanze enormi. Un piatto di pasta asciutta e un’insalata.

Conoscevo il passaggio meglio di tutto il resto della partitura, ho guardato lo spartito di proposito. Mi trattengo dal dirlo. Inondata dalle sue parole, è piacevole starlo ad ascoltare. Suono Rahpsody in Blue da quando avevo dodici anni. Poi ancora quelle strane sensazioni che prendono forma nella mia testa. Lo riempiono i miei pensieri ed io mi svuoto.

“A cosa pensi?” “A nulla!” “Non puoi, è impossibile!” Non so perché ma lo dico. Tiro tutto fuori, senza alcuna pausa. “Penso al nulla della vita. Che cosa siamo? Cerchiamo di riempire degli spazi, lasciati dal tempo. Ci contorniamo di cose, di parole, d’immagini, per non perderci, ma siamo destinati a essere dimenticati e a dimenticare. La musica mi aiuta, ma non credo più nella vita. Credo di essermi definitivamente persa. Il vuoto, la nausea, il buio quasi totale ad esclusione della musica”.

Suonare è una piccola porzione di luna in una notte sempre più lunga, diretta verso il novilunio. La musica e il pianoforte sono la dimora sicura, il porto e il faro in un mare vacuo, che sempre più si fa spazio dentro di me.

“Se sono qui, è solo perché non ho il coraggio di scegliere e dirti di no!”.

Perché mi sono lasciata andare? Finivo la serata e tornavo nel mio guscio. Invece domani non avrò più il coraggio di farmi vedere. Forse non mi vedrà più nessuno. Se avessi un briciolo di coraggio.

Mi sfiora le mani e sento che le sue sono gelide. Ma non mi ritraggo. Mi fissa. Silenzio. Strano. Ho interrotto il suo fiume in piena con la diga del mio nulla. Come sempre rovino tutto. Si passa una mano tra la folta chioma. “Vieni”. Mi afferra per mano e mi porta fuori. Non paghiamo. Saliamo sulla sua vespa, come all’andata. Sfiliamo lenti sulla strada deserta.

Raggiungiamo una piccola collina artificiale. Qualcosa mi preme sul fondo dello stomaco. Vorrei tirar fuori ancora qualcosa. Gli chiedo di andare via, di portarmi a casa. Sono stata al gioco, adesso basta.

“Ti chiedo solo un attimo ancora. Prova ad alzare lo sguardo”. Un cielo stellato. Ancora silenzio, presto rotto dalle sue parole.

“Per me sono note, anche se non saprei suonarle! È vero siamo destinati a essere dimenticati, dopo due, tre generazioni al massimo. Solo i più fortunati o i maestosi scriveranno i loro nomi nella storia fatta di secoli. Ma non vale forse la pena godersi il presente? Fare durate le note tutto il tempo a disposizione? Dato che siamo nati, viviamo! E perché non farlo cercando di cogliere quanto di più bello c’è in questo tempo?”. 

Dopo tante parole liberate nell’aria, resta in silenzio, all’improvviso. Per me è più semplice farlo. Anche se ancora nella mia mente si scontrano pensieri. Nulla vibra più. Non ci sono semiminime o crome da suonare eppure sento che il vuoto può essere colmato.

Si toglie il cappotto e lo distende, e su di esso noi. Per osservare meglio la volta celeste. Si addormenta, tenendomi la mano in una morsa, forte ma non dolorosa. Non so che ore sono, ma all’orizzonte verso est, le prime luci dell’alba inondano la pianura. E mille tonalità, dall’arancio al blu riempiono il cielo.

Non so perché. Adesso non ho voglia di spiegarmelo. Ho accettato la sua sfida e non posso tirarmi indietro. Ha creato una breccia. Ha strappato un pentagramma stampato improvvisando magnificamente. Apre gli occhi, rossi di stanchezza, ma belli quanto l’aria pulita che ci avvolge.

D’accordo. Sei riuscito a passare in vantaggio. Adesso però continua a giocare e vinci la partita. Mi fiderò. Non te lo dico. Ma lo farò.

Perché senza cercarti, ti ho trovato. Eri quello che cercavo per ritrovarmi.

Due cose su inverosimilmente

Mi chiamo Salvatore Improta, (on line con il nickname Inverosimilmente). Sono nato a Napoli nel 1979, vivo a Bologna dal 2001 e lavoro a Rimini dal 2015 come responsabile di Sistemi di Gestione. Sono un accanito lettore, figlio di un litografo - casa dei miei genitori è invasa da carta stampata. Tra i miei autori preferiti... Saviano, Auster, Fante, Ammaniti, Brizzi...mi fermo solo per questioni di spazio.
Mi sono avvicinato giovanissimo alla scrittura, in primo luogo di racconti brevi.
BRUCIA è il mio secondo romanzo (il primo ad essere pubblicato) è disponibile dal 15 novembre tra gli e-book della grande famiglia Geeko!

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