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Carmine. Emigrato da Napoli. A Monza. Nel 1980, quando “tutti coloro” che dal sotto il Tevere attraversavano l’Appennino ed il Rubicone per rubare il lavoro, le donne, le case a “tutti coloro” che vivevano nei paraggi del Po’. Erano chiamati terroni. Alcuni nostalgici ancora oggi li chiamano così. Addirittura qualcuno usa ancora il sostantivo marocchino. Con l’arrivo dei disperati sui barconi anche i vecchi e cari terroni si sentono meno marocchini e più altolocati. Ma sempre terroni. Perché un terrone è per sempre. Basta il cognome. Esposito, Catuozzo, Imparato, Luongo, Juliano, Triuzzi, Scopece. E i figli. e i figli dei loro figli, forse più brianzoli dei loro compagni di classe dell’est del mondo, che resteranno sempre terroni.

Carmine e l’italiano. Non metteva due parole in fila senza intramezzarle con un termine dialettale. Quelle esse strascicate, la “shkuola”, la “cchiesa”, l’uso del “voi” per rivolgersi agli estranei, quello “scendere la munnezza” e “salire le valige”. Italiano? Al massimo lo parlano fino a Firenze dicevano in banca. Questi terun con la loro incomprensibile lingua. Le segretarie del collocamento ridevano sotto i baffi. Le commesse al mercato fingevano di non capire. I farmacisti chiedevano conferma di quanto richiesto. Cosa vuole? Prego? “Prego il pataterno signurì” rispondeva Carmine.

Carmine e i muri. Artista della cazzuola, come gli avi emigrati in America. “Fravecatore” – “Chi fraveca e sfraveca nun perde maje tiempo” – Chi costruisce, demolisce e ricostruisce non perde mai tempo. E muri si alzano a bizzeffe. Di mattone, di cartongesso, di pietra e di parole. E Carmine muto. Cazzuola salda in mano e la mente in volo altrove. Ma lo squadro è sempre perfetto. A occhio o con la livella, non c’è testata d’angolo che possa reggere il confronto del Michelangelo marocchino – Carmine o fravecatore.

Carmine e i viaggi. Arrivato con la sua valigia di finta pelle, il cartone dei suoi predecessori che oltrepassavano le Alpi per andare “aLussemburgo” o “AlBelgio” è superato. E le cineserie negli anni ottanta non sono ancora arrivate. Carmine, Antonio, Nando, Giggino e Ninetto, con l’espresso delle 23.15, quello proveniente da Salerno. Odore di friarielli e salsicce. Di provolone piccante e vino rosso porpora. Il biglietto non si paga. Il controllore, in quel marasma, nemmeno ci prova ad entrare per chiedere il tagliando. Ricordi profumati di prodotti non ancora contaminati dalla munnezza dei fuochi criminali. Ricordi bianchi, come la mozzarella di bufala grondante latte e nebulosi, come le mille sigarette fumate nel corridoio, dove i più magri dormono sul bagagliaio o fuori le ritirate, avvolti nelle marroni coperte di panno.

Carmine e la casa. Appartamento difficile da trovare. I lombardi hanno paura a fittare ai terroni “Che poi portano su tutta la famiglia, dal nonno ai nipoti e ci invadono il condominio”; “Magari si portano dietro pure qualche malattia”. E quindi due stanze condivise con altri cinque meridionali, uno per regione: Basilicata, Molise, Puglia, Calabria e Sicilia. A nero, alla faccia dell’evasione fiscale. Per il prezzo che si paga è uno scandalo. Centocinquantamilalire. Una fatica trovarlo e prima ancora, le notti insonni nella sala d’attesa della stazione, con la mano salda a tenere la valigia, che non la rubi qualche marocchino. Ricordi colorati del giallo delle lampade, sostituire poi con il bianco sporco dei neon. E la casa, attaccata alla fabbrica di bottoni, che puzza di ossa marce d’animali, è un buco. C’è un letto a castello nel corridoio e un armadio di latta grigio, di quelli da officina meccanica. Solo finestre, nessun balcone, le scarpe si tengono in bagno, dove gli aromi si mescolano. In cucina la bombola di gas collegata ad un fornello da campo. Ma la macchinetta del caffè viene dalla bocca del Vesuvio e guai a chi la tocca.

Carmine e il lavoro. Si ammazza di lavoro. Dall’alba fino a tarda sera, a casa meglio solo per dormire. Di giorno impasta cemento per le case degli imprenditori arricchiti e all’alba impasta farina per il forno di via Brescia. La polvere sembra uguale. Gli resta tra i capelli, allora prende a rasarli. Sono sempre troppi e danno fastidio. Il pane, almeno, il fornaio lo regala. Quello del giorno prima, quello non venduto che andrebbe buttato. Perfetto. Si mantiene altri tre giorni conservato in un sacchetto. Lo condivide con gli altri. Qualcuno aiuta in campagna e ci sono dei pomodori, dei cetrioli e qualche testa d’insalata. Un altro lavora in un conservificio e c’è uno spaccio clandestino, dove si possono comprare i pelati e la marmellata.

Carmine e la nebbia. Soffocato dalla nebbia e dalla “‘pucundria”. Si ‘pucundria, non è nostalgia, come per i Brasiliani. È uno stato d’animo che ti prende lo stomaco quando non riesci ad essere soddisfatto. Cerca di spiegarlo a Don Filippo, il prete, con cui va a vedere ogni tanto gli allenamenti del Monza. La sera si fumano una sigaretta in due. “Vedete ‘on Filippo, a ‘pucundria te scoppia ogni minuto n’pietto, e comme a nu viento c’ha sconcecato ‘o lietto! Lo canta pure Pino Daniele chill’ guaglione di Napoli che passa la radio! Avete presente?

Carmine e le donne. Speranza, una donna con il nome di un sentimento. Speranza è la sua ‘nammurata, lasciata al paesello. Mettere da parte i soldi per sposarla, perché senza matrimonio Speranza resta una chimera. Non come quelle signore nei condomini dove mostra i muscoli, forgiati sotto sacchette da 25 kg di cemento e con cui ci scappa la terza attività. Ogni tanto ne consola qualcuna. Infondo ci mette poco. Basta uno sguardo, loro non capiscono cosa dice Carmine, ma anche Carmine non capisce i loro discorsi e la loro noia. Ma quelle diecimilalire in più le manda al Sud, che Mamma Filomena ci fa il corredo per le sorelle e qualche mutanda anche per lui, che quando si sposa non faccia brutte figure. E poi a Speranza gli ha comprato un anellino d’oro, con i grani del Rosario, così mentre lui semina al Nord lei chiede perdono per conto suo al sud.

Carmine e Speranza. E così dopo otto anni di viaggi del fine settimana, per stare meno di quarantotto ore a Napoli, Speranza e Carmine, finalmente si sposano. Ottanta invitati al ristorante da Ciro al mare. Cinquanta bianche bomboniere di ceramica di Capodimonte. Confetti ricci e torta nuziale. Ed il viaggio di nozze a Monza, verso il nuovo appartamento che divideranno. Carmine l’ha trovato appena fuori città, a meno di sei chilometri dalla stazione, meno di un’ora a piedi. Ma dura poco. La ‘pucundria di Speranza è più dolorosa di quella di Carmine. Speranza lava il pavimento quattro volte al giorno, potrebbero mangiarci le melanzane che hanno portato nella valigia. Speranza cucina tutto il giorno, stira anche i calzini e lavora all’uncinetto. Speranza che scopre l’amore con il marito e che si aspettava diverso. Ma non gli basta. Speranza, che resta incita un mese dopo e che torna a Napoli perché i figli ‘anna nascere a Napule: Filomena – come la nonna, Antimo – come il nonno e Nicola. E a Napoli ci restano, i figli con la mamma. E Carmine a Monza. A sei chilometri dalla stazione.

Carmine e i soldi. Li sposta verso meridione. Prima li portava nei calzini, poi arrotolati tra le gambe, e negli anni novanta inizia a versarli su un libretto, che nemmeno li tocca più con mano. E allora le signore delle diecimilalire sono la sua parte di salario e inizia a seminare sempre più. Tre figli napoletani con chissà quanti fratelli brianzoli che si sentono superiori a quei terruncelli che emigrano con i genitori, solo perché “vanno vestiti” con i vestiti firmati.

Carmine e la salute. A quarantaquattro anni arriva il 2000. E nel 2001 un infarto non dichiarato sotto il Tevere. Meglio non dir nulla nemmeno al nuovo cantiere per la fiera di Milano. Una forte influenza è più credibile e meno difficile da gestire. Gli fanno male le ossa. L’umidità inizia a farsi sentire. E anche con le signore non è più un gran che. Eppure sono solo 45 anni. Signor Scognamillo deve fumare meno e stare attento alla pressione. E al fumo si può rinunciare. E così adesso che le lire sono state scambiate con gli euro, i treeuro al giorno delle sigarette fanno comodo. Come i ventieuro che gli da la vedova Mariotti: quando c’era la lira erano ventimila, Carmine ci guadagna, il cambio è favorevole, anche se la pillola blu non aiuta per la pressione.

Carmine e i figli. È una vita che ormai vive solo e nel 2010 Filomena ha diciannove anni e si sposa con un marocchino che a Napoli lavoro al mercato. Se si amano, dice al telefono a Speranza, “perché no?”. Speranza non accetta, Carmine si, è stato un marocchino anche lui. Nel 2014 Antimo viene preso dalla Guardia di Finanza con il fumo in tasca. Uso proprio, dice Speranza al telefono e così dice la sentenza. Almeno non si sono aperte le porte di Poggioreale. E Carmine piange, lui si ammazza di lavoro al nord e il figlio si ammazza di canne al sud. L’unica speranza è Nicola, “nu buon juaglione”, peccato che è ricchione. Ma almeno studia e vuole andare all’università. E così Carmine si vende l’oro giallo quello del suo battesimo e quello che gli avevano lasciato i genitori in eredità. “Tiè a papà, portami la Laurea però!”

Carmine e la fine. Carmine è la fine. Chi ha letto questa storia adesso magari si aspetta una fine tragica. Ma non è così. Carmine e la fine del lavoro in Brianza, perché nel 2017 dopo 37 anni di lavoro usurante, Carmine è per miracolo in pensione grazie ai contributi, che cascasse il mondo si è sempre fatto versare. Perché nel 2018 Carmine con i soldi messi sotto alla mattonella si compra pure la casa a Portici tra il mare ed il Vesuvio, in contanti e basta affitti. Perché ha mandato il figlio, ex drogato, a lavorare all’Expo e dopo alla fiera di Rho. E Filomena che ha aperto un’agenzia di viaggi a Malpensa. E Nicola, che domani si laurea in Relazioni di Lavoro alla Bocconi. Tutti a Monza e lui a Napoli.

Carmine e i ricordi. Carmine in Lombardia non ci torna più, nemmeno per i figli, anche se adesso c’è l’Eurostar che ci mette meno di cinque ore da Napoli. Eppure ci pensa. Pensa alle vecchie del parco, che non appena salutato, hanno mormorato tra i denti “finalmente il marocchino torna dalla cornuta”. Pensa al bianco della farina e del cemento e al loro profumo che gli è rimasto nelle narici. Pensa alle vedove e fa i conti sempre in lire e poi divide per due. Pensa a quel cantante che è morto qualche anno fa, dopo aver cantato Terra mia. E la terra di Carmine è proprio lì, a Monza, dove la sua mente torna sempre e volentieri. Perché ci ha passato la maggior parte della sua vita in quelle terre, terre che oggi sente un po’ sue.

Qualche informazione su MaddalenaValentinah

Maddalena Valentina, alterego di Valentina Maddalena. Una ragazza (o forse due) che adorano la scrittura. Le nostre storie sono diametralmente opposte. Maddalena è di Eboli e Valentina di Cercola - o viceversa - (anche se adesso vive al nord). Si sono incontrate a Lourdes (forse) o al liceo Garibaldi di Napoli? All'università a Pisa o a Praia a Mare sulla spiaggia? Buona lettura a tutti

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