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Dondola nervosamente la barcaccia,

fiuta l’odore,

aspro sentore di tempesta.

Disorientata, sconvolta, sbattuta,

cielo per mare

mare per terra

per l’onde

per onde ancora

capogiro per capogiro

strappata da terra,

ributtata a terra,

osteggiata e livida.

Vomitata dall’onde rigonfie, ubriache e schiumose.

Ad ogni tonfo,

dolorosamente i segni sulla chiglia porta.

Il braccio steso della fune logora e sfinita l’afferra,

legata, come una puledra impazzita,

alla terra frastagliata,

logora, cremisi e selvaggia.

Il cielo, la sua violacea tensione

il suo elettrico respiro,

frastuono fragoroso,

roboante

prolungato richiamo

grido del cielo sul mare in tempesta.

Il mare, suo liquido gemello,

si contrae scuro in viso

accecato dai lampi

s’accartoccia,

si distende con l’onda poderosa

per afferrare,

la schiumosa bianca mano

per afferrare,

per placare il pianto del cielo.

Nel Silenzio improvviso,

fischiano i cespugli spinosi, verdi, brillanti,

intrappolano il vento

Si bevono goccia, goccia,

l’ultima pioggia

illuminata dal sole autunnale.

Arrivata sull’umida ala sciroccata d’un vento meridionale,

una terra straniera,

riveste d’un sabbioso manto rosso ogni cosa.

Si crogiola la barcaccia,

sulla punta d’una terra dimenticata,

sfinita al sole,

si distende.

 

 

 

 

Due cose su SemplicePoesia

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