Menu

Appena spingo la porta il campanello tintinna.
La signora in attesa alza gli occhi dalla sua rivista e mi rivolge uno sguardo breve, inconsistente.
Non la interesso, lei ha preso il suo appuntamento, non ha bisogno di impettirsi come invece fa la Signora Rosa, dall’altra parte del divano.
«Ci sono io, sa». Mette subito le cose in chiaro appoggiando la borsa accanto a sé.
Nemmeno vuole starmi seduta vicino.
Le accenno un sorriso e torno a guardare verso il salone, riesco a incrociare lo sguardo con Emma.
 «Sara! Vieni, entra, siediti che arrivo subito».
Ecco, la Signora Rosa mi odia. Sento le sue labbra arricciarsi, quasi le si ammosciano gli ultimi boccoli rimasti.
Mi siedo accanto all’altra donna in attesa. Ha i capelli sporchi, unti.
Dovrà farsi il colore.
Se non sbaglio lo consigliano i parrucchieri stessi: il capello sporco è più facile da lavorare.
E poi che senso ha lavarsi i capelli prima di andare dal parrucchiere? Eppure c’è chi non ce la fa a presentarsi così, mia cognata si sentirebbe trasandata. L’ha detto lei, a quella cena a casa dei Lugli.
No, era a casa nostra due fine settimana fa. Mi confondo perché non invitiamo gente da un po’.
Avevo fatto il polpettone quella mattina, poi Claudio ha fatto capolino dalla porta e mi ha chiesto:
«Ti va di cenare in compagnia questa sera?».
No, non mi andava. Ma non mi va mai in questi ultimi mesi.
Quindi ho detto di sì.
«Fai il polpettone? Buonissimo!».
Per lui sarebbe andato bene sul serio, ma non si può fare il polpettone a degli amici che non chiami mai a casa.
Il polpettone è un piatto da famiglia, un piatto veloce che non prevede ospiti.
«No, questo lo tengo per domani. Faccio il pesce, che dici? Antipasto di alici, vado a prendere i gamberoni per un piatto freddo e poi orate».
Mi ha dato dell’esagerata, mi ha detto che il polpettone andava benissimo. Che non c’era bisogno di fare un menù da gala.
Ma Claudio mica l’ha capito che è il menù a darmi la voglia di avere gente a cena.

«Signora Rosa, cosa si deve fare oggi?».
Emma si è avvicinata e io nemmeno l’ho vista, gli zoccoli bianchi ai piedi con qualche capello infilato qua e là. Oggi è vestita proprio come un’infermiera, bianco latte.
Mi sale un brivido.
«Devo rifare i boccoli, domani ho la comunione della mia terza nipotina. Vedessi com’è bella, è tutta suo padre!».
Un’altra mamma chioccia che stravede per il figlio. Potrebbe darle fuoco ai capelli laccati che continuerebbe a portarlo sul palmo della mano.
Non so perché mi viene da pensare certe cattiverie, non mi ha fatto niente la Signora Rosa. È contenta di avere una terza nipotina che assomigli al padre.
Ma che mi importa? Posso pensare male di chi voglio.
«Sara? Ehi…».
Emma mi ha messo una mano sulla spalla e mi sventola l’altra davanti alla faccia.
«Scusa, dimmi, mi ero persa».
«Tranquilla, è un problema se faccio prima la Signor Rosa? ». Mi sta supplicando, vuole liberarsi di quella donna il prima possibile.
Faccio no con la testa e sorrido a entrambe, la Signora Rosa continua a contrarre le labbra sottili come fosse una gallina indispettita.
Ha una bella presenza, però.
È una di quelle signore di altri tempi, quelle che si vestivano giacca e gonna abbinate.
Ha le scarpe con il tacco quadrato, comode e di classe. Hanno un bella fibbia sul davanti.
Maglioncino e camicia, gonna fin sotto al ginocchio.
Si trucca ancora molto bene nonostante l’età. Non deve essere facile truccarsi con tutte quelle rughe, la matita non seguirà la linea dritta.
Già non la segue quando sei giovane.
Al diavolo la Signora Rosa, perché mi accanisco su di lei?
Mi guardo intorno, ci sono solo donne sedute sulle poltrone. Solo donne in piedi vestite di bianco, come infermiere.
Sento le orecchie fischiare, le sento piene come se avessi la testa immersa in acqua.
Nel mare.
Ho un déjà vu, ho già pensato a queste cose. Sono già stata qui, circondata da persone sedute, immobili sotto coperte scure.
L’infermiera tiene in mano il fon, lo sposta tenendo con una mano il filo.
Un filo legato a un asta grigia.
Fa un po’ più freddo qui, accavallo le gambe per tenermi caldo. Non posso incrociare le braccia perché uno dei tubi è dentro la mia vena.
Se tiro mi faccio male, meglio evitare.
Mi viene il vomito a stare qui, chi me lo ha fatto fare?
L’unica poltrona su cui vale la pena sedersi e starci delle ore è quella della parrucchiera.
Chissà se Emma avrà tempo questo sabato…

Le orecchie si stappano, esco dall’acqua.
Mi formicolano le dita, soprattutto sulla punta.
Stendo le braccia, una spalla fa rumore mentre mi muovo.
«Ecco qua, togliamo il foulard…».
Sono sulla poltrona, di fronte a me la mia faccia smunta, gli occhi infossati.
Almeno non ho più il vomito.
Emma mi toglie il foulard e le tre ciocche di capelli che mi sono rimaste scivolano fiacche sulle orecchie.
Sulla mia pelle, quella della testa, sento uno spiffero: è una sensazione che non puoi provare quando hai i capelli.
Una sensazione che forse si smetti di provare quando sei pelato da un po’ di tempo.
Io non so bene a che punto sono, so solo che il mio stadio non è dei migliori.
«Allora, questa è stata realizzata con capelli veri. Le clienti che non sono gelose dei capelli che taglio, li donano e c’è un laboratorio che mi crea parrucche di ogni genere. Sentila, che ne pensi?».
Ci passo le dita in mezzo, i capelli sembrano seta.
«Bellissimi», li detesto.
«Vuoi provarla?».
No, non voglio provarla. Voglio che siano miei, che siano i miei capelli.
«Sì, grazie».
Emma raccoglie i mie capelli stopposi, aridi, e li mette sotto una retina. Con delicatezza mi sistema la parrucca.
«Che ne pensi?».
Non mi riconosco, sento la testa coperta, appesantita. Sento una vampata di calore.
Non fa parte di me.
Annuisco e basta.

[Voti: 0    Media Voto: 0/5]

Qualche informazione su Fre

Leggo, scrivo e scrivo di ciò che leggo.
Ho aperto il mio primo blog su livejournal, è stato l'anno in cui ho indossato per la prima volta gli occhiali da vista.
Ora condivido il mio punto di vista su Parola di Quattrocchi, dove mi sento a casa anche quando tolgo gli occhiali.

Vedi tutti i post
No Posts for this author.
0