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Il Verismo è una corrente letteraria che si sviluppa sul finire del 1800 e che vede come suo principale espositore Giovanni Verga. Si rifà al Naturalismo francese.
Al liceo tutto siamo obbligati a leggere diverse novelle di Verga e sicuramente anche I Malavoglia, il suo romanzo più famoso. Io non feci eccezione.
Ricordo che mi piacque molto, non tanto ciò di cui parlava (una povera famiglia siciliana dell’epoca è piuttosto lontana dal sentire di un’adolescente post 2000), quanto il modo in cui la loro storia è raccontata.
Verga dice: io voglio raccontare la vita così com’è, voglio che i miei personaggi siano veri, voglio che parlino come parlerebbero se fossero reali, voglio che accada loro ciò che accade alla povera gente, sempre.
Ricordo che pensai che era ciò che volevo fare anche io, scrivendo: eliminare ogni artificio volto a caricaturare i miei personaggi, evitare come la peste eventi improbabili, concentrarmi sulla vita, quella vera. Non sempre è facile, perché la vita vera non risponde necessariamente a logiche di narrativa e ogni buon racconto che si rispetti deve rispettare uno schema preciso o risulta senza senso. La sfida è proprio là.

Ricordo che la professoressa, che era una in gamba, ci fece fare un’analisi comparata dell’Addio monti di Lucia (I Promessi Sposi) con l’addio che ‘Ntoni rivolge al suo paese quando lo lascia per sempre. Ci si potrebbero scrivere pagine e pagine (e quanto vorrei farlo!), ma di base la differenza è questa: Lucia parla con la voce di Manzoni, utilizza figure retoriche, linguaggio altisonante, stile ricercato che sicuramente non era quello proprio di una contadinotta del 1600; ‘Ntoni invece parla proprio come un uomo di fine 1800 in Sicilia.  

 

Per fare un esempio moderno: i romanzi di Moccia sono letame perché sono finti, caricaturali, montati, improbabili. Un romanzo che mi è piaciuto, invece, proprio perché rispecchia la vita così com’è, è Acciaio della Avallone, che vi consiglio fortemente.

 

Quali sono però le tecniche utilizzate da Verga per raggiungere il suo scopo?
C’è l’artificio della regressione, che appunto è il fatto che Verga non usa il proprio linguaggio, ma quello dei personaggi. ‘Ntoni parla come un povero pescatore in disgrazia, non come Giovanni che ha studiato ed è uno scrittore.
C’è la tecnica dell’impersonalità, cioè evitare il narratore onnisciente (proprio Manzoni!) e mostrare il fatto nudo e crudo, senza emettere alcun giudizio, lasciare, al limite, che siano i personaggi stessi a esprimere la loro idea, non certo quella di Giovanni Verga.
Infine c’è il discorso indiretto libero, ampiamente utilizzato in futuro poi da autori dello stream of consciousness come la Woolf o Joyce. Il discorso indiretto libero consiste nel riportare i pensieri o le parole di un personaggio senza utilizzare i due punti e le virgolette, né una oggettiva introdotta da che, né i verbi del dire.

 

Tutto questo per dire che, da quei giorni liceali in cui studiavo Verga, ho cercato sempre di incorporare e fare miei questi principi, scrivere del Verismo moderno. Anche Cronache da un anno italiano è stato scritto con queste tecniche ben presenti davanti a me. Adoro l’artificio della regressione, amo che Ale e i suoi amici parlino come dei ragazzini di periferia romana. Ho fatto lunghe ricerche affinché Pablo parli uno spagnolo caraibico e non uno della Spagna, come ad esempio quando risponde al telefono dicendo: “¿Alò?

 

Utilizzo poco il discorso indiretto libero perché, almeno per ora, mi sembra che, invece di avvicinare il lettore al personaggio, ponga una mediazione fra i due, obbligando il lettore a capire chi sta parlando e perché ed inoltre aggiunge, a mio parere, un’aura poetica (penso ad autori come Baricco) che falsa comunque la narrazione, la rende artificiosa anche quando legata ad eventi realistici. In passato ho comunque utilizzato il discorso indiretto libero in abbondanza, come ad esempio nel racconto “La fuga del tempo”, scritto nel 2005 e inviato questo mese per il contest sugli incontri in metropolitana; lì volevo dare, appunto, l’idea di una coralità di voci, il caos colorato delle mille voci che si sovrappongono nella stazione di una metropolitana, senza che necessariamente si debba capire, ad una prima lettura, a chi appartiene ogni pensiero o parola.

 

A proposito della tecnica dell’impersonalità, non sono sicura di padroneggiarla al meglio; so di esprimere a volte dei commenti sui miei personaggi, anche se cerco di mascherarli da pensieri loro. So di assumere, a volte, un atteggiamento paternalista verso Ale e Pablo, perché dall’alto del miei trenta anni mi sento assai più vecchia di loro liberi adolescenti, e mi fanno tenerezza. Forse è qualcosa che cercherò di eliminare dai miei prossimi scritti, forse mi basterà scegliere personaggi di età maggiore (ciò a cui sto lavorando ora prevede personaggi fra i quaranta e i sessant’anni, quindi forse ce la farò).

 

Per oggi questo è tutto. Mi fa piacere condividere un paio di riflessioni sulla tecnica e sullo stile, trovo che al giorno d’oggi ci si concentri un po’ troppo sui contenuti e meno sul come. L’arte di scrivere è, per l’appunto, un’arte e, nonostante sia lungi da me l’idea di poter anche solo avvicinarmi a scrittori come Verga, trovo sia utile, in ambienti come questo, poterci confrontare, quasi fossimo alla corte di un lungimirante mecenate.

Alla prossima!

Qualche informazione su MargheritaPace

Margherita Pace nasce alla fine degli anni ‘80 e cresce nei dintorni di Roma. Scrittrice da quando ha imparato a scrivere, da una decina d’anni è anche medico ed espatriata. Sogna, un giorno, di riuscire a narrare le storie dell’emigrazione moderna, dei cervelli in fuga, dell’Africa che ha conosciuto e dei giovani che sopravvivono come possono (magari tutto nello stesso romanzo!). Nel frattempo si accontenta di sperimentare e affinarsi con brevi racconti.
Cronache da un anno italiano è il suo primo romanzo pubblicato.

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