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Greta aveva sperato venisse a nevicare quella mattina.
I segnali c’erano tutti: le temperature erano calate, il cielo si era fatto di un grigio luminoso e mancavano appena trenta giorni a Natale.
Rimase a fissare la strada per qualche minuto, prendendo il primo sorso di infuso caldo dalla tazza.
Ritirò indietro le labbra: troppo caldo, ancora troppo caldo.
Avrebbe dovuto capirlo dalla tazza, che riusciva a tenere in mano solo grazie al rivestimento in tessuto spesso mezzo dito.

L’aveva trovata a un mercatino e ne era stata molto contenta.
In quel mercatino ci era finita per caso, era andata a fare un giro in centro e bam!
Eccolo: colorato, agghindato con lucine e ghirlande. Elfi ferma porta, addobbi natalizi, libri di favole, stufette elettriche che imitano caminetti… C’era di tutto.
Era quello che ci voleva per risollevare una giornata così uggiosa.

Il periodo prima di Natale Greta si concentrava per fare in modo che le cose procedessero tutte per il verso giusto.
Era capitato che novembre riservasse brutte sorprese, che poi si protraevano fino all’anno nuovo.
Ma il giorno di Natale no, quel giorno desiderava solo sentirsi bene.

Con il tempo aveva capito che pensare al Natale in anticipo le faceva bene.
Era bello ripensare a quando da bambina sgattaiolava in salotto per beccare sul fatto Babbo Natale.
Le piaceva anche ripercorrere tutti i ristoranti in cui era andata con tutti i parenti.
Negli anni le diatribe familiari avevano diminuito i partecipanti, e questo un po’ l’aveva rattristata.
Anche la mamma ci era rimasta male quando aveva litigato coi suoi fratelli.
Troppe cose irrisolte, troppi rancori che la morte della nonna aveva riportato a galla.

Nonna aveva sempre scusato troppo il figlio più piccolo.
Era uno di quegli amori incomprensibili, quelli viscerali: lei desiderava piacergli, si vedeva.
E con il più grande risaliva tutto a tempi lontani e inafferrabili.
Nonna era stata sposata con un altro uomo.
Avevo visto qualche sua foto, anche se un po’ sbiadite, non sembrava il tipo che era.
Doveva essere andata così: lui non sembrava il tipo che era.
Un uomo violento, che aveva picchiato la nonna fino a farle perdere il latte per il loro figlio.
Così le aveva raccontato una volta, quando era andata a casa sua a prendersi un caffè d’orzo coi biscotti.
Aveva tredici anni, ed era stata l’unica conversazione da adulti che le avevano concesso.

-Al tempo le regole su chi eri e cosa volevi, non le facevi tu. Il mondo girava in un verso solo: si stava dalla parte degli uomini, anche noi donne.
-Tutte?-, le aveva chiesto con un filo di voce.
-Non tutte, ma quasi.
Il sorriso di nonna, sottile come le sue labbra tinte di quel rosso papavero, le era bastato.
-E tu che hai fatto?
-Non potevo stare con quell’uomo. Non volevo più quelle botte. Mi sentivo vuota-, con le piccole mani sta imbastendo la coperta nuziale per la nipote. Un quadrato alla volta.
-O finivo in galera o accettavo di lasciare tuo zio Luca con suo padre.
Per un po’ aveva continuato a sferruzzare, in silenzio.
A Greta si era asciugata la bocca, la lingua secca come un biscotto prima di finire nel caffè.
Sul palato fremeva la domanda, che trovò risposta poco dopo.
-Luca è cresciuto con tuo padre, all’età di 16 anni è venuto da noi, da me e tuo nonno. Non mi ha mai perdonata per quello che ho fatto, si è sempre sentito il figlio abbandonato. Tuo nonno ha fatto i salti mortali per farlo sentire a casa, ma niente.
Gli occhi le erano diventati lucidi, sulle labbra un sorriso accennato che parlava di rimpianti.

Era già qualche anno che a Natale si riunivano solo con i parenti di papà, la mamma ormai non aveva più radici a cui aggrapparsi.
Il suo passato era svanito, e se da un lato aveva significato niente più litigi, dall’altro…
Eh, come stava mamma?

Greta si allontanò dalla finestra e si lasciò cadere sul divano.
Per poco l’infuso non si rovesciò sui nuovi cuscini: dopo chi l’avrebbe sentita mamma…
Ci teneva a mostrarli intonsi ai parenti il giorno di Natale, ad amici e vicini negli altri giorni.
Aveva perfino spostato la foto della nonna sul comodino di fronte, come monito per chi si sedeva sul divano con bevande e cibo.
In pratica solo per Greta.

Come lo faccio quest’anno l’albero?

Si chiese, le chiese.
Nonna la guardava con quel suo sorriso pieno di racconti, le labbra del solito rosso papavero.
Confortante, denso, sicuro, pieno, calmo.
Era una tosta sua nonna, aveva sempre la risposta pronta.
Sì, sua nonna era pronta a tutto, perché sapeva cosa voleva dire anche prendere scelte che non vorresti mai prendere.
Sapeva lottare per se stessa, per riuscire un giorno a salvare suo figlio.
Era stata pronta a farsi odiare.

Rosso, lo faccio rosso. E rosa, con un po’ d’oro. Diranno tutti che è femminile, ma che male c’è?
L’anno in cui l’ho fatto blu nessuno mi ha detto che era troppo maschile.

-Ehilà, c’è nessuno in casa?-, la voce di sua mamma le arrivò squillante come al solito.
Sperò fosse stata una bella giornata per lei.
-Io, ovviamente.
-Come stai tesoro? La febbre è calata?-, le chiese avvicinando le labbra alla fronte.
-Sì, ora è a trentasette e mezzo.
-Bene, più tardi prendi una Tachipirina a 500 per dormire bene. Se non sale vuol dire che ormai è fatta.
-Pensavo di fare l’albero rosso, rosa e oro. Che dici?
-Bello! Ma non sarà troppo femminile?
-E quindi?
-No, così. Ma è una bella idea, sarà molto elegante.
-Come la nonna.
-In effetti la nonna metteva spesso tutti e tre i colori. Sai che dovrei avere su una sua giacca rossa coi bottoni dorati? La gonna chissà dov’è finita.
-Sembra bella.
-Ha le spalline, ma si possono togliere! Se vuoi provarla…-, le ultime parole arrivarono con un po’ di incertezza, per tastare il terreno.
-Sì, volentieri.
-È molto elegante, ma anche coi jeans deve stare benissimo-, è un suo tratto distintivo. Ogni volta che ce l’ha vinta, deve provare a vendere quello che hai già accettato di comprare.

Greta si sdraiò sul divano, a pensare a quella giacca sui jeans. Le scarpe con tacco d’oro che ancora non aveva ma che avrebbe potuto comprare.
Per metterle anche a Capodanno, con tacco largo per stare più comoda.
E il rossetto color papavero come tocco finale.

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Qualche informazione su Fre

Leggo, scrivo e scrivo di ciò che leggo.
Ho aperto il mio primo blog su livejournal, è stato l'anno in cui ho indossato per la prima volta gli occhiali da vista.
Ora condivido il mio punto di vista su Parola di Quattrocchi, dove mi sento a casa anche quando tolgo gli occhiali.

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