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Sono tante le cose che facciamo convinti di non essere visti.
Alcune le si fa sovrappensiero, come quella ragazza che si mangia il contorno dell’unghia con lo sguardo vuoto rivolto fuori dal finestrino.
Forse se sapesse di essere guardata smetterebbe.

Poi c’è il bambino di due file più avanti, ha il sedile rivolto verso di me.
Sta scivolando lentamente giù, anche lui ha lo sguardo perso tra le cuciture del sedile che gli dà le spalle.
Si sta scaccolando il naso.
Fino a pochi minuti fa non riusciva a stare fermo, si agitava sul posto, scendeva e scappava.
Ha provato a invogliare sua madre a giocare a nascondino, ma non l’ha presa molto bene.

Ora, pur di vederlo calmo, lo lascia trafficare con quella povera narice.
Sanguinerà, me lo sento.
E allora saranno altre urla, pianti, corse.

La noia è proprio una brutta cosa.
Cosa saremmo disposti a fare per superare un momento noioso?

Non faccio in tempo a trovare una risposta, il bambino ha ripreso coscienza di sé.
Si sistema sul sedile, braccia lungo i fianchi. Si pulisce il dito sul sedile.
Ora guarda fuori, il treno sfreccia, a dare il senso del tempo sono gli alberi sporadici.

Oh, guarda, una casa.
Il muro doveva essere bianco, gli aloni grigi hanno avuto la meglio e ora diresti che è sempre stata grigia. Le parti bianche sono il cambiamento, sono così perché si è scolorita.
Ecco cosa si potrebbe credere.

Non faccio in tempo a pensare ad altro, a inventarmi la storia di chi ci abita.
La casa non si vede più.
Torno al bambino: si è addormentato.
Devo avergli fatto l’effetto di una favola della buonanotte.

Il treno annuncia la mia fermata.
Mentre scendo passo accanto al bambino, sua madre tiene i piedi sotto al sedile per non infastidere quello di fronte.
Le mani incrociate sulla borsetta, così non gliela frega nessuno.
Non sta comoda su quel sedile, cerca di restare al suo interno più che può.
È a disagio, lo vedo, nonostante tutto.

Passa accanto alla ragazza che si mangiava l’unghia del pollice.
Si sta mordendo una pellicina del labbro, lo spinge con l’indice per riuscire a toglierla senza strapparla.
Lo sa che se la strappa, il labbro brucerà.

Scendo al binario 5 e li lascio proseguire nel viaggio.
Il cielo è carico di pioggia.
Qualche timida goccia mi cade sulla pelle esposta.
Dall’altra parte della strada sento un fischio, e mi accorgo del rumore dei tacchi di una ragazza sul marciapiede.
Un tizio ha chiamato la sua attenzione, lei però non si gira.
Anzi, penso abbia appena aumentato il passo.

Il tizio se la ride con l’altro uomo che gli sta vicino.
Fa qualche smorfia di apprezzamento, lei è troppo lontana per provare a chiamarla di nuovo. La cerco con lo sguardo, mentre attraversa le strisce si gira a dare un’occhiata.
Nella sua testa quel fischio deve essere suonato come un allarme antincendio: prima ti metti al sicuro, poi al massimo vedi se la cosa è affrontabile.

I due tizi sembrano avere cambiato argomento, uno sputa per terra e poi torna a parlare con l’altro.
Quello non fa parte dei gesti che siamo convinti non vengano visti.
Non è stato silenzioso, nascosto e intimo.
Era sgraziato, diretto a tutti.

Continuo a camminare, la nebbia si abbassa e densa.
L’umidità supera la cerniera della giacca, la sciarpa portata sopra la bocca e mi sferza un po’ gli occhi.
È una di quelle giornate in cui perfino sorridere è faticoso.
Toglie parte delle energie camminare con questo tempo, sento la noia di quel bambino penetrarmi nelle ossa.
Attanaglia fin nello stomaco, tanto che mi domando perché continuo a camminare.

Sento il passo saltellato e convinto di qualcuno che corre.
Avrà quarant’anni, è abbastanza alto, i capelli brizzolati tenuti corti e in ordine.
Ha uno di quei completi termini, nero-grigio con delle bande verde acido.
Dal ginocchio in giù è scoperto, a un polpaccio ha una sorta di fascia nera.
Ha le cuffie senza fili, lo Smartwatch che gli starà contando i battiti, le calorie e un’infinità di altre cose.
Non si fa la barba da un po’, ma non è trasandato. Ha solo bisogno di tempo.
Si ferma al semaforo e corre sul posto.
Non può perdere il ritmo.

Viene verso di me.
Potrebbe essere lui, potrei fermarlo e chiedergli se è lui.
Arriva al marciapiede e gira a sinistra, tornando sui miei passi.
Se era lui, lo scoprirò più tardi, quando ripasserò da qui.

All’appartamento manca poco, devo solo passare davanti alla panetteria.
Girare a destra verso le poste, e al palazzo con l’insegna blu con la lettera N spenta, bussare.

La panetteria ha le luci accese, una lampadina manda una luce meno convinta delle altre.
L’uomo sposta un paio di vassoi vuoti, la donna toglie le briciole dal bancone.
Quante briciole raccogliere una panetteria?
Un po’ come i capelli che spazzano i parrucchieri, l’avanzo di chi passa.
Mi fermo a guardare la loro vetrina: è quasi vuota, restano le cose confezionate.
Al soffitto pende una ragnatela, anche questo un avanzo di Hallowe’en.
Meglio che vada, si è fatto ancora più tardi.

Giro a destra, le poste sono chiuse. Non riesco a vederne l’interno, è tutto mascherato.
Cammino fino in fondo alla via, un senso unico in cui sfilano i gatti.
Il palazzo con l’insegna blu è proprio lì: SIAMO OI.
La N del “noi” è spenta come previsto.
Busso al portone usando il battiporta: un anello pesante tenuto tra le zampe anteriori di un coniglio in salto.
La porta si socchiude, dalla fessura vedo un occhio acquoso contornato da rughe.
– Ho i ricordi.
– Tutti?
– Sì, – mi fermo a riflettere. – Ho visto anche qualcuno prima, devo tornare indietro a chiedergli se è lui… – quasi lo domando.
Fa di no con la testa -Passa.
Mi allunga la mano nodosa, gli mancano le due falangi del mignolo.
Mi tolgo il berretto, finalmente sento l’aria rinfrescarmi il cranio.
Il terzo occhio è un po’ arrossato a causa della lana, ma non potevo fare altrimenti.
Dal cotone i ricordi sarebbero passati e scappati via, ci ho già provato.
Mi fa cenno di entrare.
Tra qualche minuto l’occhio sarà di nuovo cieco e tornerò sui miei passi.

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Qualche informazione su Fre

Leggo, scrivo e scrivo di ciò che leggo.
Ho aperto il mio primo blog su livejournal, è stato l'anno in cui ho indossato per la prima volta gli occhiali da vista.
Ora condivido il mio punto di vista su Parola di Quattrocchi, dove mi sento a casa anche quando tolgo gli occhiali.

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