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Entro nell’atrio di un vecchio albergo.
C’è ancora il banco della reception sulla destra, in legno, che curva per chiudere la postazione di lavoro.
Ora non c’è nessuno lì, il mobilio è impolverato, il campanello in ottone ha cambiato colore.
Anche se è lui ad avere l’occhio tra le dita, così che non possa accumulare più ricordi, sento l’aria che lo sfiora dargli sollievo: ha bisogno di inumidirsi un po’, il berretto lo ha irritato parecchio.

-Quanti giorni hai accumulato?-, mette il piede sul primi gradino e si gira in attesa di una risposta.

Le rughe lo segnano così in profondità che non distinguo le sue espressioni facciali.

-Cinque-, sono troppi, lo so bene. -Ho fatto prima che ho potuto.

Fa un verso che pare un rantolo, disapprova.
Per gli Sguardi accumulare troppi ricordi significa annodarli tra loro. I ricordi tendono ad assemblarsi, fino a formare ricordi diversi, cose mai avvenute o avvenute solo in parte.

-Mi spiace, ho seguito una persona per troppo tempo-, appena lo dico mi accorgo che non avrei dovuto.

-Seguire? Voi Sguardi siete stupidi, degli sciocchi siete-, sale i gradini a fatica. A ogni passo sembra si pianti nel terreno per avere la forza di salire il gradino successivo. -Voi non dovete seguire le persone, dovete accumulare ricordi. Ricordi di passaggio. Cos’è che non capite, eh? Credete di fare il loro bene?

Non è la prima ramanzina che subisco, non è la prima che sento.
A volte chi si occupa di pulire il terzo occhio urla e scalpita, altre si irrigidisce. Lui invece è contrariato e insofferente: chissà quanti occhi ha liberato, chissà quante volte gli saranno arrivati ricordi intrecciati e confusi.

-No, l’ho trovato interessante. E attinente alla sua scheda.

Schiocca la lingua contro il palato e si gira a guardami, -La scheda. Quelle schede sono robaccia inutile. Inutile, hai capito? Quelle persone hanno perso un pezzo del loro lato umano e noi dobbiamo ridarglielo. Il più banale dei ricordi ha una forza unica.
Torna a girarsi per continuare la scalata, mancano ancora cinque gradini all’ascensore.

-Non importa di cosa si tratta, è come lo vediamo che è determinante. Quel ricordo è solo una fotografia nel tuo occhio, ma nella sua testa…-, si ferma di nuovo, ma questa volta non si gira.
Fissa un punto davanti a sé, le labbra socchiuse e tremolanti in cerca delle parole giuste.

-Nella sua testa quel ricordo diventerà memoria. Ed è lì che trovi te stesso.
Ricordi e memoria per me hanno sempre avuto la stessa valenza. Perché farla tanto difficile?

Entriamo in ascensore e saliamo al quarto piano, dove ci sono le vasche per il passaggio dei ricordi.
È un momento molto piacevole, che termina con la strana sensazione di abbandono.
Non so se ho più voglia che inizi il processo o che finisca, così da lasciarmelo alle spalle.
Si infila le mani in tasca in cerca delle chiavi, le trova e infila quella più piccola nella toppa.
La porta in legno si apre su una sala bianca, luminosa e asettica.
Ormai non mi stupisce più entrare in un posto in rovina e trovare al suo interno una clinica all’avanguardia.
Per il momento questa non è una pratica diffusa e aperta a tutti.
Noi Sguardi non siamo ancora parte di questo mondo, non proprio almeno.
Lo giriamo, ne cogliamo le sfumature, ma chi osservo non sa di me. Non sa quello che faccio.
Se lo sapesse ne avrebbe il timore, così ci hanno detto: -Per il momento è meglio che stiate nascosti.

-Sai come funziona, no?

Gli rispondo di sì, e lui mi fa un cenno con la mano. Mi ha detto “bene, aspetta”.
E io mi siedo ad aspettare.
Qualche minuto dopo torna indietro e mi chiede di seguirlo, sempre con un gesto.
Entriamo in una stanza con una vasca bianca piena di acqua.
C’è un forte odore di cloro, hanno appena disinfettato tutto.
Seduta a guardare nel microscopio c’è una donna. Sta guardando il mio occhio.

-Ne hai presi tanti e diversi, è una buona cosa.

Accenno un sorriso.

-Alcuni però sono annodati e non so quanto potranno aiutarci-, si alza e si toglie i guanti. -Bene, possiamo procedere.

-Bene-, e inizio a spogliarmi.

-L’acqua della vasca è già a temperatura, quindi puoi entrare. Sdraiati e chiudi gli occhi. Come al solito sentirai una leggera vibrazione, non preoccuparti è la macchina che trasmette le onde per liberarti della memoria che hai accumulato.

Ecco, memoria. Lei l’ha chiamata memoria.
-Memoria?-, lo chiedo restando in piedi senza vestiti.

-Sì, i ricordi che accumuli producono memoria. Ogni cosa che vedi, la percepisci in un modo unico. Il tuo. Questa percezione ti porta a tradurre ciò che vedi, a fare considerazioni personali e a definirti come individuo. La memoria è ciò che sei come persona, come essere umano.

Se la memoria è ciò che sono, perché me la portate via?

Entro nella vasca, l’acqua è calda al punto giusto.
Mi immergo: resta fuori solo il mio viso.

-Ora faccio partire le onde. Rilassati.

Tengo gli occhi chiusi e rivedo i cinque giorni passati a camminare tra le persone.
Vedo il tramonto, vedo il treno, vedo la calca.
Sento tutto questo passare e scivolare verso la punta delle dita.
Si allontanano le sensazioni, i miei pensieri.
Il bambino che si pulisce il dito sul sedile.
Non so cosa significa.

-Nell’altra stanza stanno sistemando Daniele Marchi, procedimento numero 34D7.

Sento la voce della dottoressa farsi più bassa, parla con l’uomo che mi ha aperto.

-L’occhio ha abbastanza ricordi per lui e per il procedimento numero 67T4, Camilla Lari.

-Tempo stimato di passaggio?

-Venti, trenta minuti al massimo. Potrà pulire l’occhio e riposizionarlo tra un’ora. Questo Sguardo si è portato parecchio oltre, ha una memoria ben radicata.

-Diventano sempre meno manovrabili. Ci toccherà prendere precauzioni.

Precauzioni, quella parola l’ho sentita dire da una ragazza alla sua amica.
Si era fatta insistente, senza precauzioni era meglio evitare.
Le precauzioni proteggono.
Perché vogliono proteggersi da me?

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Qualche informazione su Fre

Leggo, scrivo e scrivo di ciò che leggo.
Ho aperto il mio primo blog su livejournal, è stato l'anno in cui ho indossato per la prima volta gli occhiali da vista.
Ora condivido il mio punto di vista su Parola di Quattrocchi, dove mi sento a casa anche quando tolgo gli occhiali.

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