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Sala d’attesa. Attesa che si condensa, rendendo l’aria opaca e claustrofobica. I pensieri delle persone si arrampicano sulle pareti, graffiano i muri, vanno ad annidarsi negli angoli del soffitto, annerendo l’intonaco di muffa. Pensieri concentrici che sfrigolano nell’aria, rumorosi e inutili. In questa stanza si soffoca. Persone sedute eppure in sospeso sulle anonime sedie metalliche. Vite in stand-by. Sguardi che si rincorrono, si scontrano per sbaglio e cambiano all’improvviso direzione, offesi. Ma soprattutto questo silenzio sporco di preoccupazioni, rimpianti, delusioni. Mi rende ancora più indigesta l’attesa in questa sala anonima.

Ma sono io ad attendere o è qualcuno che attende me? Magari la mia vita, che ho sempre rincorso, aumentando l’asma che mi dilania da dentro? Le prospettive sono rette che si intersecano in grovigli che non riesco a districare. Non riesco a capire. Non riesco a ricordare come ho fatto ad arrivare qui.

Alcune preoccupazioni emergono dal mucchio appiccicoso che ristagna nell’aria, le percepisco con una vibrazione più intensa. Seduta accanto a me, mia madre ha un’espressione corrucciata, un lunga linea orizzontale divide a metà la fronte ampia, gettando ombre sugli occhi grigi e algidi. È arrabbiata con me. Ostinatamente con le mani liscia la gonna verde a fiori che indossa, senza rivolgermi sguardo, né parole. Preferisce concentrarsi sulla porta grigia in fondo alla sala, quasi potesse scardinarla con gli occhi, mostrandole i segreti che cela. Ma la porta respinge i suoi attacchi, che le tornano indietro ad alimentare la sua ansia.

Ho provato a spiegarle che non avrei voluto arrivare a tanto, ma lei non ha voluto ascoltarmi. La mia intenzione era solo quella di attirare l’attenzione, come sempre. Come quando da bambina le nascondevo i trucchi sotterrandoli in giardino. Oppure quando da ragazza facevo tardi la sera, sperando in una sfuriata con tanto di ceffoni, come capitava alle mie amiche. Invece quello che ricevevo era sempre il gelo, il disinteresse. Sguardo severo, parole come lame gelate: “Mi hai deluso ancora una volta”.

È una vita che deludo lei e forse, prima ancora, me stessa, incapace di essere all’altezza di come penso che lei mi vorrebbe. Fin dalla prima adolescenza mi era parso chiaro che, per quanti successi potessi collezionare, a scuola, nelle lezioni di canto e nei tornei di pallavolo, non avrei mai potuto ottenere la sua approvazione, non avrei mai potuto competere con la sua distaccata superiorità di madre sola e lavoratrice, costretta a rinunciare alle sue ambizioni per colpa mia. Lei questo non me l’ha mai detto, ma io lo percepivo nelle cene gonfie di silenzio, nelle mani distratte che gestivano i miei disastri e concedevano rari abbracci. Davanti a me si giustificava dicendo che era stanca, che la “colpa”, se tale si può chiamare, era di mio padre, morto per un insensato incidente stradale quando io a malapena cominciavo a comprendere che le persone non sono immortali.

Percepivo la spossatezza di mia madre, ma il mio egoismo di adolescente mi fece decidere di abbandonarmi alla pigrizia e all’incuranza, sperando inconsciamente di risvegliare in lei l’istinto di proteggermi. Abbandonai tutti i miei interessi di bambina intelligente e capace, quella bambina che certamente ero stata, e di cui oggi rimane soltanto una foto in salotto, con un sorriso sdentato e un maglioncino color verde intonato agli occhietti vivaci.

Ho strappato il mio diploma di ragioniera dopo sei anni svogliati di patteggiamenti con gli insegnanti e ore perse a girare per bar con i compagni, marinando la scuola e boicottando i compiti. Ma non è servito a capire qual è il mio posto nel mondo: non riesco a tenermi nessun lavoro, mi stufo subito dell’impegno, mi arrabbio per poco, litigo con qualcuno e mi faccio cacciare dopo un mese o due.

Avrei voluto che mia madre mi consigliasse, ma mi è sempre parsa irraggiungibile. Odio questo mio comportamento capriccioso: alterno periodi accidiosi, in cui mi trascino da uno svago momentaneo all’altro, a momenti di ribellione, in cui mi faccio del male, per sentirmi più viva. O per ricevere una carezza di mia madre, che curi le mie ferite.

La mia ultima ribellione è stata andarmene di casa, per convivere e farmi mantenere dal mio ragazzo, Ivan.

In questo momento siede davanti a me, capisco che è nervoso da come si mordicchia le unghie della mano destra, fissando di sbieco, con timore, un punto imprecisato della porta grigia. Con mia madre quasi non si parlano, tra loro c’è un freddo scambio di formale cortesia. Ivan è spaventato dal distacco che mia madre ostenta in tutte le situazioni, anche quando ha dovuto buttarla giù dal letto alle due di notte per dirle che ero stata ricoverata in ospedale per un coma etilico. Dal canto suo, lei lo tratta con sufficienza perché lo ritiene una persona debole, come me. Per lei non esistono mezze misure: o si riesce a reagire davanti agli smacchi della vita, come fa lei, o si continua a dondolare senza meta, annaspando, come me.

Forse è vero che Ivan è un debole, non so. A volte mi chiedo perché sto con lui. E la risposta che mi rimane, sul fondo, una volta scartate tutte le ipocrisie che ci costruiamo per nasconderci la nostra meschinità, è che lui mi sopporta. Mi dimostra il suo affetto nonostante abbia visto l’eccesso che metto in tutto quello che faccio: troppa noncuranza del mio futuro, troppo disgusto nei confronti del tempo che mi scivola addosso, troppa foga nel tentare di annientarmi. Durante il nostro ultimo litigio l’ho fatto spaventare a morte passando un’intera nottata di novembre fuori di casa, senza che lui sapesse dove fossi. Su quella panchina scrostata dove non sono riuscita a chiudere occhio, ho provato un sottile piacere nel percepire il freddo che si impossessava di me, allontanandomi dal mio corpo e oscurando i miei pensieri. Le due settimane seguenti Ivan si è preso cura di me, nella lenta guarigione da una brutta bronchite.

Non sono in grado di calcolare le conseguenze delle mie azioni e non penso che qualcuno possa preoccuparsi per me: mia madre non ha mai dimostrato di farlo. Quando mi rendo conto di come lui sia stato in pensiero per me i rimorsi mi invadono. Non riesco a sostenere il suo sguardo caramellato, pieno di premure, e il mio ennesimo errore è riversare su di lui la mia rabbia nei confronti di me stessa.

“Stupido! Non vedi come ti tratto? Non sono mica come Alessandra, la tua amata sorellina, non stare a preoccuparti tanto, non me lo merito!”, mi verrebbe da urlargli anche ora, aggrappandomi a lui e perforando con le unghie la sua pelle, per arrivare a segnargli l’anima. Mi frena soltanto la presenza di mia madre, ma se potessi bere un paio di vodka lemon non mi preoccuperei neanche di lei. Ho la gola secca, ma qui non sono ammessi alcolici.

Alzo di nuovo lo sguardo su Ivan. Ha la camicia beige che gli ho regalato, ma è stropicciata, come il suo viso lentigginoso: sicuramente è sveglio da diverse ore. Che ore sono? Ho perso la cognizione del tempo. Dentro questa sala sembra tutto immobile e torbido. Vorrei andarmene, ma non posso. Lui invece rimane, tenacemente: solo per me, lo so. E all’improvviso mi faccio prendere dalla tenerezza, la rabbia di poco prima dissolta repentinamente, come sempre; il suo amore mi arriva con ondate calde, che mi scuotono e mi commuovono.

So che aspetta da me una spiegazione per quello che ho fatto, ma non riesco a dargliela, non lo capisco neanche io. Riesco a comprendere soltanto che dentro di me ci sono paesaggi contrastanti: ansie ripide e imponenti come montagne, che riesco a esternare solo con gesti violenti, e sterminati deserti di solitudine, terreni vuoti che non so come riempire. Ora intuisco che solo con l’aiuto di chi mi sta accanto e che mi vuole bene posso intraprendere il viaggio tra le zone oscure del mio cuore.

Ivan è di fronte a me, ma è come se fosse distante miglia e miglia di pensieri, concentrato sulla porta grigia. Anche mia madre appare lontana, come offuscata da attese e silenzi interminabili, incomprensioni lasciate a mettere radici, inquinando l’amore che, nonostante tutto, ci lega. Noto all’improvviso che è invecchiata: i suoi capelli scuri sono raccolti in una coda morbida come quando ero bambina, ma sulla pelle si sono depositati attimi pesanti di apprensioni, paure, solitudini, stanchezza, rendendola spessa e segnata. Eppure, nonostante tutti gli schermi che il tempo ha interposto tra di noi, mai come ora riesco a intravedere i dubbi che la logorano dietro la maschera che indossa di fronte a me, i rimpianti per la sua difficoltà nel dimostrarmi il suo affetto, senza scalfire la diga che contiene tutte le sue emozioni sommerse.

“Sono io che avrei dovuto starti più vicina, mamma. Sono io l’egoista che non capiva quanto tu avessi bisogno di aiuto!”, cerco di dirle, ma le parole mi si incollano alla gola, raschiandola.

In questa sala d’attesa immobile nel tempo e immisurabile nello spazio, rivedo la mia vita e capisco che posso provare ad essere una persona diversa, che le persone che mi amano mi staranno accanto per ascoltarmi ed aiutarmi a non autodistruggermi.

In questo attimo di consapevolezza qualcuno alza le serrande e la luce del mattino mi ferisce gli occhi, mi inonda l’anima. Allungo le mani davanti a me e tiro: il nodo delle prospettive attorcigliate che non riuscivo a sbrogliare si scioglie, e la mia visione delle cose si rovescia. La sala d’attesa dove stanno mia madre e Ivan si trova al di là di questa porta grigia chiusa, davanti a me. Non percepisco più il ronzio muto di pensieri, né le preoccupazioni degli altri. Mi arriva al naso un odore tenue e mischiato, di disinfettante e di medicine.

Socchiudo gli occhi e vedo sagome sfocate che aprono la porta, mentre sento una voce maschile esclamare:

– Si è svegliata dal coma!

La prima sensazione che mi arriva nitidamente è il calore delle lacrime di mia madre sul viso.

Qualche informazione su Alba Grazioli

Responsabile editoriale di Geeko Editor. Amo intessere e raccogliere storie, rincorrere sogni, catturare la luce in ogni attimo. E bere caffè.

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