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Il pranzo è pronto, la famiglia è riunita, è giunto il momento di mettersi a tavola. Mamma ha stabilito dove far sedere tutti quanti e con uno sguardo sicuro ha sistemato fratelli, nipoti, il suo unico figlio. Il profumo che dal mattino inonda la sala da pranzo sarà confermato dal gusto dei suoi piatti che, come sempre, ha preparato con amore. Come cuoca dilettante è fin troppo brava.

Gianni ha aspettato tre mesi per prendere quel biglietto, non era pronto a tornare sull’isola. Da quando suo papà è morto, alla fine dello scorso anno, ha messo un muro fra sé e la sua famiglia. Come non bastasse il mare che li separa naturalmente, e che sarà sempre una linea di demarcazione liquida fra lui e loro, fra passato e futuro, ora Gianni ha un altro ostacolo da superare per riunirsi ai parenti che ama. E odia.

Ha preso il suo dolore e l’ha messo in valigia dopo il funerale per portarlo via con sé, assieme ai ricordi degli anni più belli, quelli della giovinezza passata insieme ai cugini, da figlio unico, quando tutto era facile e le responsabilità non sapeva nemmeno cosa fossero. Erano gli anni dei giochi per strada, della semplice vita di paese scandita da orari rigidi che non pesavano, da pasti frugali a orari fissi, da lunghi sonni.

L’anno scorso è stato più difficile tornare sulla terraferma ma poi il lavoro e gli amici l’hanno aiutato a farsi forza, per dare un senso alla sua vita dopo uno strappo troppo forte, lacerante, definitivo. E dopo tre mesi Gianni ha preso il biglietto del traghetto. Un posto, solo andata, passaggio ponte.

La traversata dura quattro ore e il mare, che di solito è liscio come l’olio, quando si arrabbia trasforma un bel viaggio in un inferno. La nave diventa un lazzaretto, con scene di panico degne di un film: gente avvinghiata alle poltrone, file ai bagni per liberarsi di tutto ciò che il proprio corpo non è in grado di trattenere.

Questa volta per fortuna il mare è amico ed il viaggio è un godimento. I passeggeri abituali si riconoscono perché si muovono con sicurezza fra pacchi e valigie, ammucchiati mai abbastanza in ordine negli appositi spazi, mentre le attrezzature e gli accessori di ordinanza sono appannaggio degli addetti ai lavori. Non toccare. Divieto di accesso. Cartelli, catenelle e porte chiuse limitano il movimento a bordo. Tante volte, in tanti viaggi, Gianni avrebbe voluto vedere oltre quelle catenelle e quelle porte.

Invece si è sempre limitato a fare il bravo passeggero offrendo, al bisogno, il suo aiuto. I turisti sono riconoscibili sin dall’imbarco. Salgono a bordo e si aggirano confusi, cercano il bar, vagano su e giù per le scalette strette, chiedono dove sono i bagni. Gianni lo sa e volentieri mostra loro la strada. Il momento dello sbarco arriva così presto che nemmeno se ne accorge, non vede la sagoma dell’isola che lo aspetta né il porticciolo sempre più vicino.

Tassisti avidi si preparano ad accogliere i turisti mentre gli isolani si stringono nell’attesa dei loro cari in arrivo. I passeggeri escono in fila, alcuni con bagagli pesantissimi, altri con niente. Formano un serpentone infinito in uscita dalla nave. Come fanno a starci tante persone? A ogni ricongiungimento familiare scattano abbracci e sorrisi, poi se ne vanno alla spicciolata, gruppetti e coppie, ognuno per la sua strada.

Gianni allunga lo sguardo alla banchina, cerca fra gli isolani ma non c’è papà ad attenderlo. Non c’è proprio nessuno, i suoi occhi si riempiono di lacrime. Che difficile tornare a casa.

Qualche informazione su Gamberettarossa

Classe 1968, sono cresciuta tra la terraferma veneziana e la grande Milano che mi ha accolta in età adulta, per studiare e lavorare. Nella vita normale mi occupo di filiere agroalimentari, fuori dal lavoro scrivo di viaggi e cibo sul mio blog Gamberettarossa.

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