Menu

Mi chiamo Antonio, per gli amici Zì Antonio e ho un piccolo ristorante sul lago.

Sono tanti anni che faccio questo lavoro e mi considero un bravo ascoltatore. Spesso mi concedo una sigaretta sotto il pergolato a chiacchierare con un cliente. Così, anno dopo anno, ho raccolto e raccolgo le confidenze, gli sfoghi, gli aneddoti dei miei clienti. Ogni tavolo ha una sua caratteristica congeniale ad un tipo di clientela, ogni tavolo raccoglie intenti e desideri, ogni tavolo identifica e sorregge una persona diversa.

Ogni persona con i propri personali gusti, a volte con tanta voglia di cambiare, a volte abitudinari fino allo stremo, conosco i gusti e le preferenze di tutti e anche qualcosa di più!

FRANCESCO

Francesco è un giornalista sportivo. Piccolo di statura, capelli radi e occhi verdi un po’ socchiusi per gli anni trascorsi e il sole di tante scalinate. Veste in giacca elegante, ma sempre indossata sopra jeans scuri e scarpe da tennis. Da circa 15 anni, tutti i sabati viene al mio ristorante, si siede allo stesso tavolo, quello sul lato sinistro dall’entrata, accanto al grande vaso di ortensie, si accende una sigaretta e apre il giornale rosa. Beve sempre la stessa cosa: un rosato frizzantino che comincia ad assaporare sbocconcellando il pane integrale con le noci che prepara mia moglie Anna. Non consuma il primo, ma gli piace cominciare il pasto con una insalata verde che ama condirsi da solo con molto aceto un pizzico di sale e l’olio profumato. Poi, dopo un ragionevole tempo di attesa gli portiamo la sua frittura di lattarini (sempre quella) che sgranocchia quasi fossero noccioline, con gli occhi assorti la mente perduta in chissà quali paragoni e associazioni. Siccome arriva sempre sul tardi, vicino all’ora di chiusura, non c’è quasi nessuno e mi piace sedermi accanto a lui mentre sorseggia il suo caffè e ci scambiamo pareri sportivi. Lui tifa Juventus, io Roma, ma mai, in tanti anni abbiamo avuto motivo di discussione più che civile. Non so nulla della sua vita personale, non so se abbia una compagna o sia da solo, qui è sempre venuto solo però. So che ha un figlio che vive da molti anni in Inghilterra ma che tutto sommato frequenta poco, forse a causa di una separazione un po’ burrascosa, nient’altro. Ogni tanto nei suoi racconti mi parla delle sue ambizioni di calciatore, del suo passaggio dal campo alla panchina, dalla panchina al tavolino. Sinceramente in lui non trovo rimpianti, ascolto i suoi ricordi, mi ritrovo a rivivere con lui emozioni antiche, forse un po’ fuori moda. Un giorno che il frizzantino sembrava avesse ottenuto un effetto particolarmente liberatorio, fece il nome di una donna, Angela, mentre il suo sguardo si illuminava e la mano destra stringeva e accarezzava il tovagliolo quasi fossero dei capelli: solo un attimo, per un gesto di dolcezza mal contenuta.

Francesco ha un figlio, Paolo, di cui parla ogni tanto, accompagnando le parole con i gesti lenti con cui sorseggia il suo rosato frizzantino. Paolo lavora da molti anni in Inghilterra, a Londra, come ingegnere informatico, ha un compagno che ama e che, più o meno direttamente ha contribuito al suo allontanamento dall’Italia.  Francesco forse soffre di questa diversità, ma mai, nemmeno una parola sulla scelta alternativa del figlio, forse, semplicemente, soffre della sua lontananza…

Ieri ho ricevuto una telefonata: -Buongiorno, mi chiamo Paolo Simoni, lei non mi conosce, ma forse ricorda mio padre il signor Francesco Simoni, giornalista. Un uomo leggermente stempiato con occhi verdi molto attenti coperti solo leggermente da spessi occhiali da vista, corporatura magra, sportivo un po’ classico, ma non troppo… –

-Certo che sì – ho risposto. –Un uomo molto gentile ed educato, con una luce triste negli occhi salvo quando parlava di sport e della sua Juventus. Siede sempre allo stesso tavolo vicino all’entrata tutti i sabati prenota il suo tavolo e puntualmente si presenta alle 8,00. Veramente è un pochino che non lo vedo, sta bene?-

– Mio padre è morto. Un ictus. – Rimango di sasso, non mi è sembrata mai una persona malata o insofferente, almeno a livello fisico.

– Le ho telefonato perché mio padre ha lasciato delle volontà testamentarie molto particolari. La cremazione e le sue ceneri lasciate scivolare nel lago che lui ha amato tanto e non soltanto per la sua bellezza, ma anche per un suo grande amore. Poi ha chiesto che tutte le persone che lo avevano in qualche modo amato che lo vogliano ricordare, si riuniscano presso il suo ristorante, nel luogo dove lui è venuto per tanti anni a mangiare quello che lui mangiava. Bevendo il suo vino bianco frizzantino…

-Rosato – lo correggo io che ben ricordo l’uomo e il gentiluomo e un pizzico di lacrima annacqua il mio bicchiere.

MARIA CARMELA E GIUSEPPE

Maria Carmela è una donna dai capelli rossi. Rosso “menopausa” come dice mia moglie. Da giovane doveva essere stata una bella ragazzona dalle forme procaci e difficilmente contenute. Lampi di pagliuzze colorate le brillano ancora negli occhi. Oggi è una tranquilla signora di mezz’età che indossa prevalentemente larghe tute informi a coprire le forme impigrite dagli anni e dall’inattività. La voracità con la quale afferra grossi pezzi di pane per farli sparire velocemente nella sua bocca la contraddistingue, anche se per un attimo, ogni tanto, si immobilizza, quasi pentita di sé stessa, quasi raccolta in un senso di colpa, ma il riflusso dura solo qualche istante, impercettibile.

Giuseppe è un omino piccolo piccolo. Completamente calvo indossa occhialini dalla montatura dorata tondi e spessi. Con le fessure degli occhi osserva la moglie con l’immutato innamoramento che la miopia ha salvato dagli anni. Come un padre affettuoso controlla e accompagna la fame vorace della compagna e quasi a voler scusare un appannamento della sua virilità negli anni, la invita ad eccedere, almeno in questo. Il loro menu preferito? Cannelloni di luccio e noci, crostino di verdure al formaggio, grigliata  e panna cotta, lei al cioccolato lui al caramello.

Non sono clienti abituali, ma stagionali. Si presentano ad inizio estate, villeggianti anonimi del borgo,dopo la giornata passata sul lago, lui all’ombra di un grande olmo legge un libro (sempre lo stesso) accompagnando la lettura con sonnellini sornioni, lei intenta a sfogliare riviste di gossip per poi, ogni tanto riportarne qualcuno a Giuseppe.

Intanto mangiano la loro pasta “arricciata”. A fine pasto, si spostano nella zona Bar, dove ci sono comode poltroncine di vimini e dondoli sotto il pergolato di vite americana. – Un caffè, anzi due, vero Melina? Il mio corretto all’anice – Giuseppe lo beve velocemente mentre Maria Carmela aspetta che si raffreddi un po’ (troppo caldo le irrita la gola). Poi Giuseppe si accende il suo sigaro, già parzialmente consumato, mentre Maria Carmela si addormenta. Cullato dal dondolo e dal fumo del suo sigaro, Giuseppe si sposta sui ricordi e, se mi siedo lì accanto li racconta un pochino.

– Vede, caro Sandro, pardon Antonio, lei vede mia moglie oggi, una donna un po’ su di peso, senza grandi apparenti desideri e interessi, un po’ sfiorita negli anni e nella lucidità, ma lei avrebbe dovuto vederla da giovane: era uno splendore. Si ricorda la cantante Milva? Con quella cascata di capelli rossi che sembravano non finire mai? Ecco la mia CARMELINA aveva quei capelli, forse più belli che risaltavano con i suoi occhi verdi e la sua pelle di porcellana. Gambe e fisico da modella che avrebbero fatto sparire anche la Loren al confronto e una marea di ammiratori. Eppure lei ha scelto me devoto e innamorato di lei da quando giocavamo nel cortile di casa e avevamo 5 anni. Ma di Milva non aveva solo i capelli, anche la voce era splendida, talmente particolare da procurare brividi e non solo a me che l’ho sempre amata e adorata. Aveva cominciato a cantare nei cori della Chiesa e dalla Parrocchia allo Zecchino d’Oro il passo fu molto breve. Si presentò con un vestito di madras sui toni del verde e i capelli legati in trecce lunghissime. Lei non può ricordarla ma la sua canzone, Il ranocchio innamorato, non solo le fece vincere la gara, ma fece il giro del mondo. Ne fu fatta anche una versione Rocchettara per adulti! Cominciarono a chiamarla in molti posti, era bellissima e bravissima e la ingaggiarono per interpretare le  colonne sonore di programmi e cartoni animati. Io la osservavo sempre in adorazione, le ero vicino, ero il suo confidente. E intanto crescevamo, io sempre innamorato, lei sempre più bella.

Lei non mi considerava oltre che il suo miglior amico. Raccoglievo tutte le sue confidenze, i suoi innamoramenti e, crescendo anche le sue delusioni e le sue ferite. Io ero sempre là ad ascoltarla, sognando che prima o poi si sarebbe accorta di me. Anni fa lei non se lo può ricordare c’era una manifestazione “Castrocaro” dove i giovani talenti e le promesse della canzone si presentavano per la prima vera opportunità di essere lanciati. Melina, bella come non mai, si presentò con la canzone e con un nome nuovo. Allora si usava americanizzare i nomi italiani. -Ecco a voi Joan Look che interpreterà “Soltanto tu”- Rivedo ancora tutta la scena, la sua splendida interpretazione, gli applausi interminabili della folla presente: fu un successo! Melina, Joan ormai, mi corse incontro e mi abbracciò dalla gioia, mentre io assaporavo totalmente il suo profumo e la stringevo a me, mentre io per qualche attimo immaginavo fosse mia, totalmente mia.

Attimi a cui seguirono attimi, interviste a cui seguirono interviste, concerti, canzoni nuove, sempre più in alto e sempre più conosciuta e osannata.  Il suo successo era stato fulminante e lei era diventata sempre più brava. Purtroppo, come sempre accade, la frequentazione di certi ambienti cominciò a cambiarne lo spirito e forse anche le delusioni affettive cominciarono a lasciare il segno. Un giorno, che era particolarmente giù, una sua collega, camminando insieme a lei, inciampò e si ruppe una gamba. La colpa non era certamente di Melina, eppure questa collega la accusò davanti a tutti di portare jella, di essersi fatta male perché era con lei. Forse lei non conosce l’ambiente dello spettacolo, ma può essere estremamente bigotto e superstizioso. In breve tempo, una parola dietro l’altra, mormorii dietro le spalle, associazioni casuali ma pesanti cominciarono a fare il vuoto attorno alla mia splendida Melina. Le richieste delle sue presenze diminuirono, le sue interpretazioni anche. La mia bella dea diventò sempre più triste e preda della depressione e dell’alcool.

Fu proprio una sera che aveva ecceduto con il bere, tornando a casa con la sua macchina, perse la padronanza della guida e dopo aver sbandato in un testacoda andò a sbattere contro un albero.

La ritrovai in ospedale, in coma, attaccata a decine di fili e di macchine che la tenevano in vita, i capelli rasati, il viso e il corpo tumefatto. Passai mesi accanto a lei, quando staccavo dal lavoro correvo da lei e le parlavo per ore, le facevo ascoltare le sue canzoni, soprattutto quelle dello Zecchino d’oro, le tenevo la mano…Piano piano cominciò a reagire, le levarono il respiratore artificiale e le iniziò a respirare normalmente anche se con fatica…aprì gli occhi e mi guardò. Il suo primo sorriso, quel sorriso che aveva incantato migliaia di persone era tornato a splendere sul suo viso, ma a lei erano rimasti dei vuoti di memoria, più che altro le si creavano dei buchi improvvisi  nei suoi discorsi, come se qualcuno staccasse e riattaccasse la spina. Però era viva, era ancora bella e dolce e soprattutto era la donna che amavo. Joan tornò ad essere solamente Melina, la mia compagna di infanzia, alla quale un giorno dopo essere stati al cinema, dichiarai il mio amore e chiesi di diventare mia moglie. Sono passati 35 anni e io la amo ancora come allora.

Nel frattempo la signora si era svegliata e con un grande sorriso chiese al marito di bere qualcosa e poi tornare a casa, il loro cucciolotto di cane li aspettava.

Qualche informazione su Lady Sheldon

Vedi tutti i post
No Posts for this author.
[Voti: 5    Media Voto: 4.6/5]
0