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Arrivava sempre alla stessa ora. Con ogni tempo. Nessuno sapeva da dove arrivasse. Portava un bizzarro cappellino in feltro dal quale usciva un ciuffo bianco, le guance erano paffute e un sorriso sempre sulle labbra. Sembrava una bambina con i capelli bianchi. Sedeva composta e regale sull’unica panchina del parco sotto il grande ippocastano. Come una regina sul suo trono. Regina di niente poiché niente possedeva se non due grandi occhi azzurri, un cappellino di feltro e una borsa di finta pelle. In autunno quando le foglie dell’ippocastano coprivano come un mantello la panchina la signora con allegria fanciullesca le spostava facendole volare in aria come farfalle colorate d’autunno. Poi si sedeva, guardava incantata quelle foglie che lentamente si adagiavano ai suoi piedi. Nudi.

Tutti si chiedevano come poteva avere quei piedi sempre perfettamente puliti. Camminava scalza, sul soffice tappeto di foglie con piedi puliti e un bizzarro cappellino di feltro. Anche le mani avevano un aspetto curato, dalla pelle bianchissima. Come le mani di una Regina. Solo gli abiti sembravano consunti e logori; una lunga gonna ampia color del bosco le sfiorava le caviglie sottili, qualche filo dispettoso sfiorava la terra ma a lei, non importava di avere la gonna sdrucita e il golfino sbiadito da troppi lavaggi. Forse un tempo era rosso quel golfino, adesso era di un rosa tenue come le guance di quella donna senza età. Senza tempo.

Varcava l’antico cancello in ferro battuto come sospinta dal vento. Osservavo, nella silenziosa, ovattata, atmosfera del parco, la sua figura avanzare, lunga la stradina del parco. Nel suo camminare con il capo eretto, intravedevo una danza. Forse sarà stata una ballerina. Pensavo. Oppure un’indossatrice visto il suo incedere elegante. M’incantava la sua grazia e quel portamento così fiero. La borsetta la teneva nel braccio sinistro, mi parve non pesasse molto, sembrava il contenitore di nulla. Lei sembrava non percepire la mia presenza, il suo sguardo era sempre rivolto verso i rami degli alberi. Ogni tanto si fermava a guardare, ad ascoltare rapita da ogni rumore, da ogni percezione. Non volevo mi vedesse, cercavo un discreto nascondiglio tra i cespugli, o dietro i grossi tronchi degli ippocastani. L’ora più bella per incontrare la vecchia signora era verso l’imbrunire. Il parco si accendeva del colore rosato del tramonto e dei lampioni del parco. Avrei voluto conoscerla, chiedere il suo nome, sapere da dove arrivava ma non lo feci. Non volevo interrompere il percorso dei pensieri, delle domande che mi facevo. Volevo che quella figura rimanesse così per sempre nei miei ricordi.

Arrivava sempre alla stessa ora. Con ogni tempo. Nessuno sapeva chi fosse.

Portava un bizzarro cappellino in feltro dal quale usciva un ciuffo bianco, le guance erano paffute e un sorriso sempre sulle labbra. Sembrava una bambina con i capelli bianchi. Una vecchia bambina. Sedeva composta e regale sull’unica panchina del parco, sotto al grande ippocastano, come una regina sul suo trono. Regina di niente poiché niente possedeva se non un cappellino di feltro e una borsa di finta pelle.

In autunno, quando le foglie dell’ippocastano coprivano come un mantello la panchina, la signora, con allegria fanciullesca, le spostava facendole volare in aria come farfalle colorate d’autunno. Poi si sedeva, guardava incantata quelle foglie che lentamente si adagiavano ai suoi piedi. Nudi.

Tutti si chiedevano come poteva avere quei piedi sempre perfettamente puliti. Camminava scalza, sul soffice tappeto di foglie con piedi puliti e un bizzarro cappellino di feltro. Anche le mani avevano un aspetto curato, dalla pelle bianchissima con dita affusolate. Come le mani di una Regina. Solo gli abiti sembravano consunti e logori; una lunga gonna ampia color del bosco le sfiorava le caviglie, qualche filo dispettoso sfiorava la terra ma a lei non importava  avere la gonna sdrucita e il golfino sbiadito da troppi lavaggi. O troppi anni. Forse un tempo era di un bel rosso acceso come i tanti tramonti infuocati che lei avrà ammirato. Consumato e infeltrito si era ridotto a un rosa pallido come le guance di quella donna senza età. Senza tempo.

Varcava l’antico cancello in ferro battuto come sospinta dal vento. Osservavo, nella silenziosa, ovattata, atmosfera del parco, la sua figura avanzare, lungo la stradina del parco. Nel suo camminare con il capo eretto, intravedevo una sorta danza. Forse sarà stata una ballerina. Pensavo. Oppure un’indossatrice visto il suo incedere elegante. M’incantava la sua grazia e quel portamento così fiero. La borsetta la teneva nel braccio sinistro, mi parve non pesasse molto. Un contenitore di nulla. Probabilmente teneva quella borsetta stretta a sé come un prezioso ricordo.

Quante cose, quanti frammenti di vita hai tenuto in quella vecchia borsa?

Sembrava non percepire la mia presenza, il suo sguardo era sempre rivolto verso i rami degli alberi. Ogni tanto si fermava a guardare, ad ascoltare rapita da ogni rumore, da ogni percezione. Non volevo mi vedesse, cercavo un discreto nascondiglio tra i cespugli, o dietro i grossi tronchi degli ippocastani.

L’ora più bella per incontrare la vecchia signora era verso l’imbrunire. Il parco veniva accolto dal colore rosato del tramonto e della luce soffusa dei lampioni. Avrei voluto conoscerla, chiedere il suo nome, sapere da dove arrivava, sapere della sua vita. Un giorno non la vidi eppure il sole stava allungando le ombre degli alberi, era l’ora in cui lei entrava in quel parco un tempo appartenuto a una nobile casata. Attesi un poco e già pensavo a un suo silenzioso addio quando, senza accorgermene, me la trovai di fronte. Non seppi spiegarmi quel momento, quell’apparizione ma ero talmente sorpresa da non soffermarmi a capire come non l’avessi vista varcare l’unico ingresso, l’unico cancello. I nostri occhi per un attimo o forse per mille anni si fissarono. E tutto mi parve così chiaro, così straordinario. Mi sorrise. Avrei voluto fermarla, rincorrerla ma non lo feci. Non volevo interrompere il percorso dei pensieri, delle domande che volavano fino a lei. Volevo che quella donna senza tempo rimanesse così. Per sempre nei miei ricordi.

A distanza di anni ho dato un senso a quell’immagine così profondamente impressa in me. Le ho riservato un posto speciale, ordinato e pulito. Quando la rivedo nel film dei ricordi, che la mente proietta sullo schermo dell’anima, mi prende un senso di pace. E di stupore.

Qualche informazione su ornellapatrizia

Scrivo ogni pensiero per non farlo volare via. Scrivo per consolarmi, amarmi, perdonarmi. Scrivo per ricordare, immaginare, volare in luoghi lontani senza fare un passo.

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