Menu

La metro a quest’ora è sempre piena. Ogni angolo del treno è occupato. Sedersi è praticamente impossibile. Studenti maleducati, dirigenti impettiti e badanti in ritardo. Tutte queste persone, a tratti, sembrano un unico corpo contro il mio. Un corpo che oscilla a ogni curva, ondeggia a ogni fermata. Un corpo che parla e trasuda, lingue e umori diversi. Entrare è impresa ardua almeno quanto uscire. Bisogna muoversi per tempo. La voce computerizzata annuncia la prossima stazione: Banksy Street. Tra due fermate tocca a me. Ho la sensazione che salterò la discesa e dovrò tornare a casa, allungando il mio tragitto quotidiano.

Inizio a scegliere tra i possibili scenari a disposizione, sapendo cosa accadrà a breve.

Obay Plaza. Il treno frena bruscamente, non è la prima volta. E riparte con la stessa foga energica. Fatico per non cadere a peso morto sulla ragazza che ho di fianco. Lo fa invece un bimbo, che nonostante la densità di viaggiatori, casca proprio dinanzi ai miei piedi. Lavorando di gomito, mi chino per aiutarlo. Brainwash Park, sento le porte aprirsi e un cospicuo numero di persone, finalmente, lasciare il vagone. Tra queste non ci sono io. Era la mia, proprio come immaginavo. Ormai non posso fare altrimenti. Mi sincero ancora delle condizioni del bambino: sembra più spaventato che indolenzito. Mentre sono ancora curvo tra la folla, scruto nella foresta di gambe quelle maledette scarpe rosse, le noterei tra milioni di calzature.

Ci dividono un centinaio di corpi. Forse è un bene.

Salto ancora una discesa, Jorit district. Devo muovermi con nonchalance, per non farmi notare. La mamma della creatura mi ringrazia, faccio solo un cenno con il capo. Sento l’inimitabile voce che chiede il permesso per passare, simula un accento francese, ma non riesce a camuffare il suono stridulo delle sue corde vocali. Mi volto dal lato opposto e cerco di capire quanto manca alla prossima fermata, Haring Palace, magari ho un’alternativa valida. Almeno tre minuti – penso – quando sento la sua mano posarsi sulla mia spalla destra. Chiudo gli occhi.

Tocca a me o ancora no?

Come fosse la cosa più naturale del mondo, senza pensarci troppo, tiro il freno d’emergenza, proprio mentre il rotabile in accelerazione, sfrecciava al massimo della sua velocità. Il treno sembra inchiodare più del dovuto. Non mi aspettavo una reazione così impetuosa. Una massa d’acciaio, piena di organismi viventi, dal peso di oltre 150 tonnellate rallenta clamorosamente. Sento lo sferragliare e le prime voci in cerca del colpevole. A quanto pare nessuno mi ha notato. Tutti con la testa nel cellulare. Il treno continua a frenare violentemente, scintille si propagano nel tunnel. Cadono diverse persone e cade la linea elettrica. Restiamo al buio. Speravo di creare un diversivo, ma lei sembra non essere soggetta alle forze che ci circondano. Con un gesto fulmineo ci avvolge nel suo mantello nero e diventiamo invisibili e impalpabili. I corpi che prima mi attanagliavano, adesso ci attraversano e posso sentire i loro pensieri in agitazione.

Avvinghiati e complementari.

Moltitudini di parole si affollano nella mia testa. Accade qualcosa. Il treno si blocca e il contesto rallenta. Troppo. Mi sembra di essere in uno slowmotion. Dopo pochissimi istanti, che sembrano durare un’eternità, tutto si ferma. Come cristallizzato. Il mantello adesso scivola nuovamente sulla sua spalla e siamo gli unici a muoverci in questo quadro dadaista dove ogni cosa sembra fuori posto. Vorrei scappare o forse no, so che sarebbe inutile. E poi siamo sotto terra, ad almeno due chilometri dalla prima uscita.

Non era necessario, ti avrei trovato ovunque e in qualsiasi momento” – è disumanamente bella.

Guardo il rossetto sulle labbra carnose, dello stesso colore delle fiamme. È l’unica fonte luminosa in questo momento. Vorrei baciarla o ucciderla, resisto a fatica. Sono come sempre confuso. Vedo un martello frangivetro pendere da una fascetta di plastica. Con un movimento felino potrei prenderlo. Così: penso decido afferro e sferro. Voglio conficcarlo nella sua guancia avorio. Come dovevo immaginare, se lo aspettava e mi cinge dolcemente il polso prima che possa andare oltre. Non avrebbe sortito effetti.

“Vuoi scappare ancora? Ti ho appena detto che posso trovarti ovunque” – che stupido, ha ragione. Mi porta verso il vano intercomunicante di due carrozze. Il suo tocco è lieve ma mi attira con una forza sovraumana, irresistibile.

“Baciami, abbiamo pochissimi minuti, tra qualche attimo tutto tornerà a scorrere.”

A questo punto sarebbe meglio che le cose restassero come sono: congelate per sempre. Ed io con lei, in questo bacio infinito in cui sprofondo, che m’induce a ricordare. Profuma di lavanda adesso. Vorrei chiedergli perché, ma non riesco a proferire parola. La bacio ancora e come sempre vedo l’inferno.

Eccomi. Posso vedermi.

Allora come fosse oggi.

Attendo come tutti i giorni sulla banchina. C’è una gran confusione. Provo a isolarmi nelle note di un rapper d’oltreoceano. Guardo l’orologio. Se il treno è puntuale, dovrebbe comparire tra… tre, due, un secondo all’orizzonte. Eccolo. Faccio un passo indietro, ma qualcosa, un colpo secco, nei fianchi, mi fa perdere l’equilibrio. Inciampo sul marciapiede, spinto non so da chi, diretto verso i binari, dove sta arrivando, ancora a velocità decisamente alta, il convoglio.

Questo è l’inizio di tutto, confabulo nella mia mente, dove lei legge senza problemi.

Mi fermo come afferrato da una mano invisibile. Sospiro di sollievo. Mi avrebbe preso in pieno? Non so dirlo, forse no, anche se un’anziana signora, guardandomi, mi dice: “Stia attendo, i miracoli accadono una sola volta”. Da allora ripeto a me stesso quelle parole ogni qualvolta attendo un treno, incollato alle pareti delle stazioni.

Un treno, dove la vidi la prima volta e tutte le volte a seguire. Non ho una gran memoria fotografica ma iniziai ad imprimere il suo volto nella testa. Era come invisibile. Come poteva una così splendida ragazza passare inosservata. Nessuno sembrava guardarla e vederla davvero. Sempre vestita allo stesso modo. Eleganza da vendere. Avvolta in un tailleur nero, scolpito sul suo corpo a tratti incandescente. Scarpe rosse e tacco alto. Ed una giacca o forse un mantello. Nero come la notte. Ed io perso in quel buio, non so spiegarlo, ma me ne innamorai. Dopo diverse settimane, trovai il coraggio per avvicinarla. O fu il destino a trovarlo per me. Proprio una frenata maldestra del macchinista, che per poco non mi mandò al tappeto. Lei come immobile. Mi fissò negli occhi e subito un pugno allo stomaco mi annunciò che sarei andato in capo al mondo pur di non perderla. Un attimo dopo capii che il mondo stesso si sarebbe capovolto intorno alla mia vita.

Come in un film proiettato in esclusiva per me, compresi tutto.

In un battito di ciglia vidi l’uomo che correva lungo la pensilina sbracciare per farsi spazio tra la calca. E la gomitata che mi ha fatto perdere l’equilibrio. Cadevo, grave, senza rete di protezione. Fino a quando entra in scena lei, materializzatasi dal nulla per il solo tempo necessario a prendermi per il bavaro della giacca. Non sono scampato alla morte per caso o per un miracolo. Semplicemente non era il mio momento, quel giorno toccava a qualcun altro. E la morte mi salvo da se stessa.

Non si cambia il destino. La mano che mi salvò era la sua. Come potevo non amarla per avermi dato la vita? Eppure da quel momento scappo da lei. Ho sempre avuto paura di morire. Anche se una parte di me la ama. Io amo la morte, da cui fuggo terrorizzato. Si, spesso me lo ripeto come un mantra: la morte mi ha dato la vita, la morte mi ha dato la vita, la morte mi ha dato la vita. Io amo la morte, io amo la morte, io amo la morte. E per questo patto eterno, che non ho firmato, non posso sfuggirle. Ogni giorno passiamo insieme pochi, dolorosissimi secondi. Gli unici che per il momento possiamo dividerci.

Domande. Come sempre. Le chiedo le stesse cose, che non riesco a comprendere. Quando mi bacia legge i miei pensieri ed io posso ascoltare le sue risposte.

Perché?” – Conosco già la risposta. La ripeto con lei.

“Mi ami e anch’io” – Come negarlo?

Perché?” – Voglio sapere perché la amo. Ha capito.

“Vuoi non amarmi? Vuoi che sparisca?” – non lo voglio. Cerco di fuggire ma poi non posso farne a meno.

Dimentichi chi sono” – l’angelo della fine.

“Come posso sapere che ogni volta non sia l’ultima?” – Atto di fede o di dolore?

“Non posso rivelarti quando sarà il tuo momento, lo sai.” – cosa cambierebbe.

“Ogni volta non che ti vedo non so se è per amore o per l’ultima volta” – insisto e continuo.

“Preferirei morire! Potremmo fuggire insieme.

Il treno riparte. Cercano il colpevole della frenata. Mi vedranno nel video delle telecamere a circuito chiuso. Ma non adesso. Lei, intanto, non c’è più. Resta solo quel potente sapore sulle mie labbra. Scendo alla prima stazione disponibile, non so nemmeno dove mi trovo di preciso. Fingo lo stesso timore degli altri viaggiatori arrabbiati e in ritardo. Passeggio lungo la banchina e mi avvio lungo le scale mobili. Poi torno indietro. La stazione si è svuotata. Consumo uno snack al cioccolato fondente preso al distributore automatico. La voce annuncia l’arrivo del treno in direzione Okamura. La mia. Il treno dovrebbe comparire tra… tre, due, un secondo, all’orizzonte. Eccolo. Faccio un passo indietro e m’incollo come sempre ad una parete. Il convoglio sta arrivando, ancora a velocità decisamente alta. Lo guardo.

Sai che io posso mostrarti la fine. La fine di tutto.

Decido. In un attimo. Con te per sempre o mai più. Se non è ancora il mio turno ci penserai tu a salvarmi. E continueremo il nostro amore a fermate alterne. O ci ameremo per sempre. O non ci vedremo più, nel buio eterno senza le tue labbra incandescenti.

Scatto in avanti. L’impatto è devastante.

Eccola. Questa è la fine.

Qualche informazione su inverosimilmente

Mi chiamo Salvatore Improta, (on line con il nickname Inverosimilmente). Sono nato a Napoli nel 1979, vivo a Bologna dal 2001 e lavoro a Rimini dal 2015 come responsabile di Sistemi di Gestione. Sono un accanito lettore, figlio di un litografo - casa dei miei genitori è invasa da carta stampata. Tra i miei autori preferiti... Saviano, Auster, Fante, Ammaniti, Brizzi...mi fermo solo per questioni di spazio.
Mi sono avvicinato giovanissimo alla scrittura, in primo luogo di racconti brevi.
BRUCIA è il mio secondo romanzo (il primo ad essere pubblicato) è disponibile dal 15 novembre tra gli e-book della grande famiglia Geeko!

Vedi tutti i post
[Voti: 0    Media Voto: 0/5]
0