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Barolo, Bologna, 2103

 

La prima volta che Giovanna vide la sua nuova vicina di casa fu un giorno verso la fine di ottobre, quando fra le strade del paese si cominciavano a vedere i preparativi per la Festa dei Morti.

Era il periodo nel quale i bravi cristiani dei piccoli villaggi si riunivano per offrire i Doni ai defunti; doni, come il pane e il bicchiere di vino, come prescrivevano le tradizioni che si erano diffuse già prima dell’Alba.

La ragazza che era venuta ad abitare vicino a Giovanna era molto bella, e sembrava proprio una persona simpatica, anche perché che spesso la vedeva giocare con la sua bambina nel loro povero giardino, correndo attorno agli alberi ormai secchi a causa delle radiazioni. La piccola non aveva più di quattro anni, e zampettava tutta felice, inseguita dalla madre, ridendo come solo i bambini di quell’età sanno fare. Di pomeriggio in pomeriggio aveva cominciato a farci due chiacchiere, ed era rimasta molto contenta del fatto che la ragazza si fosse aperta con lei quasi subito, tanto che non ci volle molto perché la invitasse a prendere il tè insieme. La villetta era mal tenuta, ma confortevole

La bimba si chiamava Gemma, ed era bella quanto la madre, anche se era molto diversa da lei; Elena era infatti mora e dalla pelle olivastra (tanto da far sospettare a Giovanna che fosse una straniera, e da farle chiedere perché la polizia la lasciasse libera), Gemma invece bionda, con lunghi capelli che le cadevano giù per le spalle annodati in delle trecce. Pelle chiara, visino paffuto e senza gli spigoli di quello della sua mamma, ogni volta che sorrideva riscaldava il cuore. Certo, era anche vero che ogni volta che Giovanna la vedeva si sentiva male, e il motivo era chiaro a tutti i suoi conoscenti. Non poteva non rivedere, in tutta quell’allegria, quella del nipotino morto sotto i bombardamenti arabi verso la fine della guerra, quando metà della periferia di Bologna era stata rasa al suolo dai razzi tattici, assieme alla figlia e al genero della donna. Una disgrazia, e una disgrazia che aveva distrutto tutto il piccolo paese a due passi dalla periferia della città.

In fondo sapeva che stare con Gemma era un’occasione per non pensarci, per non ricordare quanto la sua vita fosse stata rovinata dai bombardamenti e, ovviamente, dall’Orrore e dai suoi effetti. In poco tempo aveva cominciato a passare a casa di Elena e della piccola, a invitarle a pranzo o a cena, a considerare quella ragazza, in fondo, qualcosa di troppo simile a una figlia perché lei non si rendesse conto di aver sostituito la sua famiglia con quelle due sconosciute. Era la prima volta che le settimane scorrevano lente e che ne fosse felice; le prime volte nelle quali la visita a una vicina di casa fosse diventata più un’occasione di gioia e tranquillità che di disturbo. Così passò l’inverno, e intanto la loro famiglia anomala si strutturava sempre di più nelle abitudini, anche quelle più stupide, come il paio di pantofole rosa che donna e bimba le cominciarono a farle trovare in casa loro. Insieme si sedevano sui divani e ascoltavano il Nuovo Duce parlare, ogni sera, e gridare a gran voce che presto l’invasione del sud sarebbe scattata e che l’Acciaio avrebbe travolto la Cintura Islamica senza pietà, per poi procedere all’espansione dell’Impero oltre il Mediterraneo, sino ad arrivare a Gerusalemme, o persino a Pechino.

Erano belle serate, davvero.

Lei ed Elena sedute sul comodo divano di casa e la piccola lì affianco, sul pavimento, scalza, a giocare con le costruzioni di legno. Le ricordavano le storie di sua nonna, che le raccontava di aver visto alcune fotografie di sua madre, piccola, mentre giocava attorno a uno di quei bei fuochi invernali che ormai, ai loro tempi, non erano più necessari. Racconti di un mondo nel quale ancora nevicava d’inverno, e le piogge erano vere piogge, e la temperatura scendeva ben al di sotto dei soliti trenta gradi. Tempi strani da immaginare.

Pian piano l’amicizia diventò amore, e a lei fece uno strano effetto, perché erano anni che non sentiva un amore del genere per qualcuno.

Quando arrivò l’estate, ed Elena inizio a star male, l’anziana si rese conto di temere per la vita della ragazza come avrebbe fatto per sua figlia. Quanto alla malattia, non capì bene di cosa si trattasse, perché Elena stessa non voleva parlarne quando c’era la bambina, e la bambina c’era sempre. Col passare dei giorni si rese conto che quel male non era ben compreso neanche da Elena, né dal dottore del paese, e che probabilmente si poteva trattare di qualcosa di più di un morbo appena contratto. Erano molte le storie di germi maligni sparsi dagli arabi nell’atmosfera per decimare i civili durante la guerra; attacchi batteriologici, come quelli che avevano lanciato sulla città nell’ottobre precedente all’armistizio. Quando Elena era solo una ragazzina.

A volte, però, gli agenti chimici cominciavano a fare il loro dovere solo dopo anni, con esiti forse ancora più terrificanti.

Per tutto l’inizio dell’estate si impegnò a portare fuori Gemma, a coccolarla, a tenerla con sé mentre la madre andava dal medico del paese. Non bastò. La bimba capì qualcosa; se ne accorse dalla strana tosse della madre, e ovviamente dall’inspiegabile imbiancamento di parte dei capelli, così come dalla sua continua debolezza. Sembrò strano alla sua nuova nonnina, ma più che dispiacersi sembrò rimanere del tutto indifferente a ciò che accadeva. Sembrava, infatti, che per lei la sua mamma non stesse male e che non dovesse assolutamente preoccuparsene.

L’anziana tentò di farle capire che, purtroppo, doveva prepararsi a tempi bui, e che forse la sua mamma sarebbe stata ancora più male col passare dei giorni, ma la bambina, a parte qualche tremolio, non ci basò più di tanto. Pensò che fosse strana, e che forse avesse bisogno di un po’ di tempo per accettare la cosa.

Forse di molto; o forse, come poi effettivamente fu, gli eventi sarebbero accaduti fin troppo precipitosamente e la piccola avrebbe dovuto farsene una ragione in fretta.

Era inizio luglio. Alle grandi pantofole rosa per l’inverno avevano sostituito un paio di infradito morbide dello stesso colore, e quella sera, quando accadde la cosa, sia lei che Elena indossavano le loro vestagliette comode da casa. Mentre il caldo le soffocava, loro se ne stavano rannicchiate sul divano a parlare.

Elena stava morendo, e stava accadendo proprio quella sera. E Giovanna piangeva, guardandola.

“Io ti prego di prenderti cura di lei. Di Gemma” le disse, sospirando.

“Certo. Certo, Elena, ma figurati. Non posso non farlo, io… tu sai quanto bene voglia alla bambina, e a…”.

La mano della ragazza, che era andata a prendere la sua, la fermò e fece sì che ammutolisse.

“Lo so. E ti ringrazio, mia cara amica…”.

Alzò l’altra mano, chiusa in un pugno forse dettato dall’emozione del momento, e subito gliela portò al collo, cominciando a quel punto ad accarezzarle la guancia rugosa e morbida.

La donna era sempre più priva di qualsiasi tipo di difesa dall’emozione.

Stringeva i denti per non esplodere in un pianto disperato, mentre la ragazza, sospirando, cominciava a lisciarle i capelli, per rilassarla.

Mai Giovanna avrebbe mai potuto provare gioia più grande di quei momenti; la gioia di una madre che ritrova sua figlia. Il dolore di una madre pronta a perderla di nuovo. Per la malattia. Maledetta guerra. Maledetto orrore.

“Oh, mia cara, io…”.

 

La ragazza era stata lenta; nell’andarla ad accarezzare sulla guancia, aveva aperto il pugno e teso un dito verso il collo della donna. E il dito… il dito era infilato in un ditale.

E dal ditale partiva un ago.

Ed era minuscolo, e ora veniva affondato, in modo lento, nel collo dell’anziana.

E, mentre l’anziana cominciava a vedere annebbiato, l’anestetico aveva già raggiunto il cervello.

***

Elena non l’aveva certo previsto, ma la donna, lentamente, cominciò a rinvenire proprio mentre finiva i preparativi.

Sì.

Giovanna sentì freddo, mentre gli occhi, lenti, si aprivano e lei si rendeva conto di essere per terra, legata, con solo la vestaglia addosso, scalza.

E di essere seduta sul nudo cemento. E di essere abbagliata dalla vecchia lampada al neon sulle loro teste.

La cantina.

“Che… che…”.

No, non sarebbe riuscita a parlare; l’anestetico che le avevano iniettato l’aveva completamente intorpidita, e l’avrebbe fatto ancora per un bel po’.

Riusciva, tuttavia, a distinguere le figure davanti a lei, sì.

Ce n’era una, l’unica davvero ben evidente, che stava inginocchiata sull’altra.

L’altra era quindi a terra, e da quel che poteva vedere era piccola, molto piccola.

“Elena…”

“Aspetta, donna…”.

Una parola spaventata, una risposta secca e strozzata.

Elena, nuda, di fronte a lei, stava facendo qualcosa di orribile. E lei lo capì; sì, capì cos’era la minuscola sagoma ai suoi piedi

NOMIODIONONONONDIRMICHE

e capì perfettamente che era stata smembrata

GEMMANONONO IN NOME DI DIO NO

E che a farlo era stata sua madre.

Perché solo quello giustificava-davvero-tutto il sangue che la donna aveva addosso. Sulla faccia, sulla testa, persino

DIOSULLASCHIENA! COM’È POSSIBILE!

sì.

Lentamente, con un lungo coltello, l’aveva fatta in pezzi piccolissimi, ora sparsi per l’intero pavimento. E, non contenta…

Dio, la bocca della donna era sporca.

“Che hai fatto, Elena…”.

Ma lei sapeva perfettamente cos’era successo, sì.

Era evidente.

“Perché? La… la bambina… la tua…”

“Non era mia”.

Ma se quello fosse stato vero oppure no, non aveva importanza, perché c’era un altro fatto importante.

Un altro evento che la rendeva tanto nervosa, tanto spaventata, tanto capace di immaginare che quel terribile atto, consumatosi lì, davanti a lei mentre dormiva, avesse un preciso scopo.

E allora ricordò le leggende.

Le leggende delle campagne attorno alla metropoli. E le chiacchiere sulla strega.

“I tuoi capelli…” sussurrò.

Neri, come la pece, sì.

Come prima della malattia.

E la pelle tornata splendente, e bellissima, e morbida.

“Tu… tu…”.

Elena si alzò e venne verso di lei, e lei tentò di muoversi e no, non ci riuscì; si ritrovò legata stretta. Legata stretta al palo di sostegno di cemento.

Con una catena.

E quando se ne rese conto era già troppo tardi; la ragazza aveva già avvicinato un nuovo ago al suo collo.

Certo, lei provò a ribellarsi, tentò di muoversi veloce per scostarla, magari di morderla. Ma no, il capo era legato al palo come ogni altra parte del corpo.

L’ago fece quel che doveva.

L’anziana non sentì più niente, per un po’.

Per un po’, finché le squadre della polizia militare del Sacro Ordine non la fecero rinvenire, ore dopo.

È difficile raccontare bene cosa provasse, e la pazzia che ormai l’aveva afflitta dopo aver visto il corpicino smembrato completamente, ma probabilmente si può pensare che la donna non si fosse neanche resa conto di essere stata trovata non legata al palo, ma per terra, affianco al cadavere della piccina.

Con il coltello ancora sporco in mano. Alzandosi si era resa conto di essere circondata; quattro uomini della polizia, armati di manganelli e pistole, con le loro uniformi nere, i teaser e i volti spaventati

ma cos’hai fatto, vecchia, cos’hai fatto…

la tenevano costantemente d’occhio, atterriti. E lei, guardandosi le mani, si rese conto di essere nuda, e completamente sporca di sangue.

Il sole era alto; entrava dalla finestra. La notte era passata

no no no io ho visto che era notte ed era notte solo poco fa io l’ho visto com’è possibile e poi non ero nuda era nuda lei io non c’entro niente

e in un angolo della stanza

era notte io non ero nuda io ero legata io non il coltello non l’avevo non

la ragazza, inginocchiata, piangeva la sua bambina, disperata, vomitando per ciò che vedeva, e lei avrebbe ricordato per sempre quelle urla, le urla della madre della bambina più violata e distrutta del mondo, la donna più triste del mondo, perché la sua bambina era stata uccisa e smembrata dalla vicina

NON È VERO NON SONO STATA IO IO NON C’ENTRO NIENTE

dopo che la vicina malvagia l’aveva fatta svenire con un colpo in testa

così avrebbero detto poi, al processo

NON È VERO IO NON HO FATTO NULLA NULLA

e adesso le guardie la calmavano, tranquillizzandola, mettendole una coperta sulle spalle, abbracciandola, e riservavano all’assassina manganellate, e tirate dei capelli, di quelle tipiche delle guardie dell’Acciaio

NULLA

e poi portarono via l’assassina, a forza, mettendole una copertaccia sulle spalle, sino alla navetta d’assalto di fronte alla villetta, e tutti la guardavano, inorriditi, nonostante la polizia la coprisse il più possibile. Molti urlavano, le urlavano contro, altri piangevano, altri pregavano nelle strade, e gridavano

STREGA

STREGA

STREGA

e già un prete era lì e faceva su di lei il cerimoniale dell’esorcismo e le gridava che era la figlia del demonio, e lei urlava e si disperava e più urlava e si disperava più loro manganellavano e minacciavano e tiravano i capelli, finché non fu dentro il camion, lanciata dentro con rabbia.

MORIRAI

MORIRAI

MORIRAI

 

Il processo fu veloce e il verdetto chiaro.

Lei incapace di parlare.

Davvero.

PAZZA

PAZZA

La vista della bimba l’aveva resa così, nonostante i suoi tentativi di reagire

E quindi il processo presso la guarnigione andò come tutti si aspettavano che andasse.

Per tutte le notti che la separarono dal patibolo, la donna ripensò ai capelli di Elena, e a come fossero magicamente tornati del loro nero corvino dopo l’omicidio che lei

sapeva che era andata così

aveva commesso.

Non aveva più rivisto la donna, ma solo qualche giorno dopo il processo si rese conto che in quei pochi secondi nei quali le guardie l’avevano preparata per essere portata al camion, lei guardando Elena l’aveva trovata di nuovo coi capelli bianchi.

Di nuovo coi capelli bianchi

SOGNO?! MALEFICIO?! MALEDIZIONE?!

Ho forse rimosso tutto per rifiutare la verità-si domandava-angosciata-perché alla fine

IO

ho ucciso quella piccina che camminava goffa in casa mia?! Davvero?! Oh, Signore, quale maledizione s’è abbattuta sulle nostre terre, signore Dio, tale da rendermi assassina spietata e senza neanche ricordarlo?!

Forse sì, era così, e lei, dolorosamente, imparò ad accettarlo.

Sì.

Di giorno in giorno, chiusa nella sezione criminale del campo di sterminio, la donna se lo ripeté ogni giorno e ogni minuto

ASSASSINA!

Assassina, sì, perché non poteva non essere così, perché lei era stata ritrovata sporca di sangue e col coltello e affianco al cadavere

ma erano passate troppe ore da…

Inganno. Inganno della tua mente

ASSASSINA

lei aveva ucciso la bambina perché già folle e perché

PERCHÉ LORO erano felici.

Erano ancora una famiglia, sopravvissuta alla guerra, mentre la mia non più

MERITAVANO DI MORIRE

TUTT’E DUE

 PRIMA LA BIMBA POI LA DONNA

PRIMA LA BIMBA POI LA DONNA

Perché se lo meritavano.

Sì.

Ed era giusto così.

 

Così, la mattina dell’esecuzione, quando in uniforme e ciabatte di plastica venne condotta al rogo sulla piazza d’arme, sotto lo sguardo degli ebrei, dei cristiani traditori, dei musulmani, degli eretici e degli altri criminali come lei, era convinta: sì, convinta.

Non ci pensava quasi più.

Voleva soltanto che finisse, che tutto quel

dIsOrdInE

finisse.

Avrebbe sofferto ancora, certo, e fra le fiamme, certo, ma poi, poi si sarebbe spenta, per sempre. e la malattia, e la sofferenza e l’orrore, sarebbero volate via

come cenere al vento.

Così, lenta, mente il prete gridava al Popolo che il sacrificio di quel giorno era il sacrificio di un demonio che meritava la morte in nome dell’innocente uccisa, della madre da vendicare e  di tutta la società colpita da quell’orrore, abbandonò le ciabatte ai piedi del palco e salì sul patibolo. Venne legata, lenta ma con convinzione, al

palo

con i piedi che le scivolavano sulla legna accatastata.

E poi, finite le formule di rito, con uno sbuffo il lanciafiamme fece ciò che doveva, e il fuoco venne appiccato, mentre il coro della chiesa, chiamato per l’occasione, intonava il suo canto più tetro. In poco

sentì le fiamme divorarla,

lente.


Di-vo-ra-rla.

Sì.

 

Gridò.

IO NON SONO STATA NON C’ENTRO NULLA

bugiarda

                                                           NO NON È VERO È STATA ELENA,

                                                           ELENA

                                                           ELENA

                                   IL SUO NOME È ELENA

Bugiarda. Sei stata te.

DIO CHE ORRORE QUESTE FIAMME DELL’INFERNO

Gridò ancora

e ancora.

Stava per spengersi, come presto avrebbe fatto il fuoco che la divorava.

Le fiamme avevano corroso la divisa da prigioniera, e ora la stavano abbrustolendo lentamente, sì, e i capelli?

I capelli.

I suoi non esistevano più, erano stati distrutti dalla furia.

Ma lei non pensava ai suoi capelli.

Pensava a quelli della ragazza.

La vide. Vide la strega, un attimo prima di morire.

Era in un angolo del cortile, in disparte, e si era tolta il velo che fino a quel momento aveva utilizzato per nascondersi da sguardi indiscreti.

Era lei.

Ne era certa.

Indossava abiti eleganti, e i suoi capelli erano neri. Di un nero splendente. E la sua pelle ringiovanita.

E sorrideva, soddisfatta.

E a lei, mentre si spengeva lentamente fra le fiamme, fu chiara solo una cosa: non era mai stata pazza.

Senza dubbio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Due cose su Fabio Antinucci

SMM e copywriter @Geeko Editor di giorno, scrittore e supereroe di notte. Scrivo roba horror, fantasy e di fantascienza, leggo e guardo un po' di tutto.

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