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Mi spieghi come posso dire ai miei genitori che voglio andare a vivere a Milano? Cioè, hai presente mio padre? Austero, burbero, che ama ripetermi quanto gli sono costata durante gli studi? Andrea, illuminami, dimmi come potrei convincerli a lasciare il lavoro in famiglia”.

Senti Carolina, ci conosciamo da anni. E sono anni che brontoli, come una pentola a pressione; sbuffi, ti arrabbi, urli, piangi, mi cerchi nel cuore della notte in preda alle tue paure, e ora, che sei decisamente arrivata al punto di non ritorno continui a piangerti addosso? Eh no, ora basta. Devi affrontare tuo padre, che non è l’uomo delle caverne, è solo un uomo scontroso, ma che ti ama, e lo sai!”

Al diavolo Andrea, se non hai voglia di stare ad ascoltare le mie paturnie, mi spieghi perché mi dedichi canzoni al telefono, mi scrivi mille mila lettere ed intasi il mio whatsapp?”

Eccoti qui, la solita scontrosa Carolina, chissà da chi avrai preso? Ha ha. Io ti voglio bene, e sai che sono qui per spronarti a viverla davvero la tua vita. Non puoi riempire la tua bacheca di instagram di scatti dei tuoi dolci pazzeschi, e poi passare le giornate in un ufficio tra fatture e computer. E’ ora di andare, di lasciare il nido e di buttarti. La vita vera è li’ fuori e ti aspetta”.

Come sempre Andrea aveva ragione. Con i suoi modi gentili ed il suo tono pacato mi aveva calmata, coccolata e spronata. Anche se viviamo lontani, sono ben impressi nella memoria i suoi sorrisi ed i suoi occhi, così profondi e sinceri. Sapevo di potermi fidare di lui, era la mia coscienza più vera, determinato a vedermi e sentirmi felice.

Grazie ai nonni avrei avuto un aiuto economico, e nonno Francesco, con i suoi modi tenaci avrebbe tenuto a bada l’ira iniziale di papà. E forse, forse solo per questa volta, mamma si sarebbe esposta, mi avrebbe sostenuta. Come quella volta che mi aveva trovata in lacrime sotto le coperte, perché da buona fifona che ero, non ero salita sulla seggiovia e papà si era imbufalito.

Tanto lo sapevo che lui voleva un maschio!”

Erano queste le mie uscite a sei anni. Ero convinta che mio padre non mi degnasse di uno sguardo perché in fondo non voleva una figlia, ma un maschio. E questa storia che amavo sfornare dolci e volevo farne un lavoro gli dava alla testa.

Ma quando si era aggravato, l’avevo sentita tutta la paura nella voce tremante della mamma al telefono. Un attimo prima stavo decorando una torta di meringhe al limone, e quello dopo mi sono sentita risucchiare dalla terra sotto i piedi.

Papà si è aggravato, è in rianimazione, ma i medici dicono che ormai hanno fatto il possibile”.

L’avevo visto pallido, emaciato e stanco l’ultimo natale che ero tornata a casa. Ci eravamo presi una tazza di tè nel suo studio, solo io e lui, e per la prima volta dopo tanto tempo mi aveva davvero chiesto come stavo e come procedeva il mio progetto di aprire una pasticceria.

Pensavo si fosse ammorbidito perché durante le feste non era al lavoro, ed era quindi più sereno, invece c’era già qualcosa che non andava e non me l’aveva voluto dire. Mi aveva protetta, lasciandomi vivere la mia vita.

Si era accarezzato il suo ciuffetto grigio in testa, e poi mi aveva messo una mano sulla spalla, senza dire nulla.

In fondo in fondo papà era buono, e mi amava. Aveva ragione Andrea, come sempre. Mi ero chiusa nel mio mondo per anni, sfidando il suo, senza cogliere segnali di distesa che papà forse mi aveva mandato, ma che io avevo ignorato.

Avrei voluto dirgli “papà, prendiamoci un’altra tazza di tè”.

Qualche informazione su Monique

Sognatrice, appassionata di viaggi.
Viaggio, scrivo; il tè caldo è un'ottima scusa per mangiare biscotti.
Un po' Alice nel Paese delle Meraviglie, "gattara", innamorata con la testa perennemente tra le nuvole.
“La cosa più pericolosa da fare è rimanere immobili” (William Burroughs)”

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