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SETTIMANA DELLO SCRITTORE  LEZIONE 1

(Nelle orecchie ascolto il compositore Yiruma)

La ricordo ancora quell’emozione, il sorriso che avevo stampato in faccia e l’eccitazione a mille.

Il mio pianoforte.

Io e mio padre stavamo veramente scegliendo un pianoforte per me; non una tastiera elettronica che tanto detestavo, ma un vero pianoforte, di quelli a muro ovviamente e non a coda.

A dodici anni avevo iniziato a prendere lezioni di piano da una signora che adoravo; lei, con il suo inseparabile cagnolino Paco sempre accoccolato in braccio, mi aveva fatto innamorare del suono del pianoforte in pochi minuti.

Non avevo avuto dubbi, dopo una sola lezione desideravo immensamente quello strumento a casa e già pregustavo le ore seduta a suonare quei tasti bianchi e neri.

Non potevamo permetterci un pianoforte nuovo, anche perché mia mamma era convinta che la mia fosse solo una passione passeggera, una come tante a quell’età.

Così, quel giorno, papà mi aveva portata in un negozio di musica a scegliere un pianoforte usato, nero lucido, che ai miei occhi brillava più che mai anche con qualche graffio qua e là.

Ricordo ancora che appena iniziai a suonare un brano di Mozart, i vicini di casa suonarono alla porta. Temevo che venissero a brontolare, magari non era l’orario migliore strimpellare il piano nel primo pomeriggio.

E invece, erano semplicemente entusiasti di sentirmi suonare; loro che d’altronde mi avevano vista crescere e giocare in cortile per tutta l’estate a quelle lunghe partite di “palla prigioniera” che sembravano non finire mai.

Ora quelle risate e le grida in cortile erano state sostituite dal suono dolce di un pianoforte, e per loro era pura bellezza.

Ho ancora lo sgabello in legno su cui sedevo per suonare, l’ho rivestito di stoffa e lo conservo gelosamente qui nel nostro salotto di casa.

Ricordo il metronomo con cui mi esercitavo, che scandiva i secondi con quel suo “tic/tac”; gli spartiti che ancora conservo in cantina, chiusi in chissà quale scatolone.

Per non parlare poi dei saggi di pianoforte, dove arrivavo vestita di viola incurante del fatto che quel colore non è amato dagli artisti, dicono porti sfortuna. Io, con la mia gonna di velluto viola con le balze, mi sedevo tranquilla e mi esibivo davanti agli altri allievi e ai loro parenti.

Felice. Mi sentivo leggera.

Ricordo ancora la gioia di mio papà, amante della musica e batterista da giovane in una band, nel vedermi suonare ogni giorno. Ogni scusa era buona per sedermi ed esercitarmi al pianoforte. Quando arrivava un’amica, un parente, o quando passava in tv lo spot pubblicitario della pasta “Barilla”, ecco che io cercavo di replicare quelle note suonandole.

Lo esibivo come se fosse un trofeo, e lo tenevo con cura, sempre pulito, in ordine, senza un filo di polvere. L’unico a cui permettevo toccare lo strumento, era Puci, il mio gattone nero che ogni tanto decideva di camminare sui tasti proprio mentre io mi stavo suonando.

Mentre le mie amiche erano ansiose di crescere e sperimentavano il primo trucco sul viso, io mi dedicavo alla lettura, alla musica, preferendo dei momenti tutti per me in cui rilassarmi e sognare.

Ancora oggi ascoltare musica classica è per me un toccasana; un modo per sentire mio papà ancora più vicino ora che non c’è più.

Forse dovrei riprenderlo un pianoforte.

Un giorno.

Chissà.

Qualche informazione su Monique

Sognatrice, appassionata di viaggi.
Viaggio, scrivo; il tè caldo è un'ottima scusa per mangiare biscotti.
Un po' Alice nel Paese delle Meraviglie, "gattara", innamorata con la testa perennemente tra le nuvole.
“La cosa più pericolosa da fare è rimanere immobili” (William Burroughs)”

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