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Qualche anno fa, durante le lezioni di psichiatria, ci venne presentato il disturbo di dissociazione; il professore aveva condito la lezione di divertenti aneddoti per tenere alto il livello di concentrazione di noi studenti, tipo quello di un generale dell’esercito che in alcuni giorni faceva il barbone alla stazione della metro e nessuno dei due sapeva dell’esistenza dell’altro. Sono storielle interessanti ma poco comuni – anche se hanno sempre ispirato gli scrittori o aspiranti tali. Il disturbo dissociativo, più spesso, indica dei meccanismi di protezione che la psiche mette in atto, per proteggersi ad esempio da un dolore o dal ricordo di un trauma. Alcuni episodi di dissociazione avvengono ogni giorno anche a noi comuni mortali: ad esempio quando guidiamo lungo una strada conosciuta e arriviamo a destinazione e non ricordiamo il tragitto. Tipico delle dissociazioni è anche lo scarso controllo delle emozioni.

Poi il professore disse una cosa molto interessante: gli adolescenti attraversano una fase di dissociazione fisiologica, perché stanno imparando, appunto, a gestire la propria identità, i propri desideri, la crescita, le emozioni e soprattutto le scoperte. E infatti gli adolescenti sono volubili, incostanti, non sanno cosa vogliono, si perdono, scordano cose, gestiscono malissimo le loro emozioni.

Questo aspetto della dissociazione mi è rimasto incollato nella mente per anni.

Perché dunque scrivere di adolescenti?
Ci sono tantissimi romanzi in cui gli adolescenti sono protagonisti e spesso anche il loro target è quello. La scoperta dei sentimenti, delle emozioni, del sesso, dell’altro e di se stessi,  è estremamente affascinante. È questo aspetto – la dissociazione fisiologica legata alla transizione tipica di quest’età – che mi ha spinto ad avere dei protagonisti adolescenti.
Di solito i romanzi sugli adolescenti scritti da adolescenti (o da poco usciti da quell’età) sono poco interessanti perché chi li produce non ha ancora risolto la sua dissociazione e infatti, al netto di un buon lavoro di editing, li trovo inconcludenti, ingenui e decisamente poco realistici, perché di parte.
D’altro canto, i protagonisti adolescenti di alcuni scrittori ultra-cinquantenni sono ancora più brutti, delle macchiette piene di cliché, luoghi comuni, atteggiamenti a volte troppo logici per un adolescente medio o decisamente fuori tempo (per citare uno dei più orribili scrittori di adolescenti, direi Moccia che, oltre a uno stile pessimo e una scarsa conoscenza della lingua italiana, ha anche dei protagonisti tra i peggiori della storia della narrativa).

 

E io, dove cerco di collocarmi?
Mi piace vantarmi di avere una mente ancora profondamente radicata nei miei diciassette anni, un anno di svolta del quale non ho ancora risolto ogni aspetto. In parte mi sento ancora esattamente quella Margherita, capace di quegli sbalzi umorali, di quella testardaggine idealista, quei pianti disperati e le gioie profonde, il senso di appartenenza al gruppo del momento, le religioni dei cantanti e degli scrittori preferiti (più o meno gli stessi di ora, tra l’altro). Però ho anche un certo distacco, non sono certo un’adolescente, ma una trentenne e pure piuttosto con la testa sulle spalle. Spero di avere il giusto distacco ma anche il necessario contatto con quella parte di me per scrivere di questa età particolare senza scadere nei “già sentito” o nei “mai sentito perché improbabile”. Sapete bene come sono fissata con il verismo moderno!

 

E niente, questo era per spiegare perché i miei due protagonisti, Ale e Pablo, hanno diciott’anni. Avrei potuto raccontare la loro vita un po’ prima o decisamente dopo quell’ultimo anno di liceo ma  li ho trovati affascinanti proprio in quel momento, in quei mesi. Spero di essere riuscita a renderli veri e interessanti. Fra poco uscirà il mio romanzo e potrete dirmi la vostra!

Qualche informazione su MargheritaPace

Margherita Pace nasce alla fine degli anni ‘80 e cresce nei dintorni di Roma. Scrittrice da quando ha imparato a scrivere, da una decina d’anni è anche medico ed espatriata. Sogna, un giorno, di riuscire a narrare le storie dell’emigrazione moderna, dei cervelli in fuga, dell’Africa che ha conosciuto e dei giovani che sopravvivono come possono (magari tutto nello stesso romanzo!). Nel frattempo si accontenta di sperimentare e affinarsi con brevi racconti.
Cronache da un anno italiano è il suo primo romanzo pubblicato.

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