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« Mi raccomando Marianne, non farmi fare brutta figura. Sono settimane che aspettiamo il ritorno dei canottieri. »

« Sì, mamma. »

« Vestiti come si addice ad una brava ragazza e comportati bene. Pensa a ciò che ti ho detto. »

« Sì, mamma. »

Da giorni le ripeteva senza sosta le stesse litanie. Iniziava la mattina, quando Marianne scendeva a fare colazione nella sala comune; proseguiva mentre svolgeva i lavori domestici, durante il pranzo e tornava a pensarci nuovamente come il cielo si velava di rosso e il sole si preparava al riposo.

Quella colazione aveva assunto contorni e toni grotteschi; era diventata quasi un’ossessione. Ma ormai era tutto pronto; non poteva di certo tirarsi indietro. Avrebbe disonorato coloro che l’avevano messa al mondo, nutrita e accudita. Non perdevano occasione per ribadirglielo.

Se lo vuoi davvero pensaci. Io ti aspetto. Quelle parole le risuonavano incessantemente nella testa. Tutta la famiglia sarebbe stata presente. Quella sacra famiglia che lei a stento sopportava. Il tripudio dell’ipocrisia.

L’anziana zia Clotilde che non perdeva occasione per farle notare che aveva raggiunto, ed anzi stava superando, l’età da marito (doveva darsi da fare, perdinci), stava per suonare il campanello. Un’ultima sistemata all’abito sulla soglia di casa, un’aggiustatina ai capelli ed era finalmente pronta a entrare in scena. Era sempre la prima ad arrivare, la regina indiscussa di ogni evento mondano. Si palesava nei suoi abiti pomposi, avvolta dalla sua nuvola di eau di toilette che ricordava l’odore della cipria di altri tempi, completamente ricoperta da veli e merletti dalla trama complessa. Non amava stare in disparte; per questo sceglieva con cura le sue vittime e si avvinghiava loro come una piovra. Eleonor aveva preparato con cura il suo cesto porta vivande in vimini. Aveva passato ore a selezionare i migliori frutti da offrire ai padroni di casa. Non poteva di certo presentarsi a mani vuote o con cesti dozzinali come quelli degli altri, solo primizie del suo orto. Il lontano cugino Eduard si era già diretto verso il tavolo dopo aver salutato ossequiosamente tutti i commensali, tranne Marianne. Le aveva lanciato, come di consueto, un’occhiataccia. Quella ragazza non gli piaceva; aveva sempre pensato che nascondesse qualcosa di losco e si comportasse in modo sospetto. Tutti i partecipanti cominciarono ad arrivare e vennero fatti accomodare ai loro posti dalla padrona di casa.

Anche Vincent fece la sua comparsa; cercò con lo sguardo Marianne e si diresse baldanzoso verso di lei. Sapeva già dove andarsi a sedere, non c’era bisogno che qualcuno gli facesse strada. Marianne fece per alzarsi ma era troppo tardi. Vincent era ormai a pochi passi da lei. In un batter d’occhio li raggiunse anche madre della ragazza e disse loro che formavano una splendida coppia. Attendeva con ansia la cerimonia e, con immenso piacere, si sarebbe occupata personalmente del maestoso pranzo. Quel matrimonio avrebbe sistemato le disgraziate sorti della famiglia; poco importava dei capricci infantili di sua figlia.

Marianne si sentì soffocare, come se qualcuno le stesse stringendo con forza una corda intorno al collo. Si fece sempre più inquieta e iniziò a sentire il cuore pulsarle con violenza. No, non posso.

Aspettava solo un segnale. Si sarebbe alzata con una scusa e sarebbe andata in cucina dove l’aspettava Therese, la nuova cameriera, ma per lei molto di più, sua coetanea.

Alla fine aveva deciso. Tra la condanna all’infelicità e il disonore della famiglia, aveva scelto quest’ultima opzione. Era tutta la vita che chinava il capo e sottostava alle decisioni di suo padre. Questa volta sarebbe stato diverso; le sembrava già di fiutare l’odore della libertà. Bramava quell’aroma di sfida e di liberazione. Non sarebbe più potuta tornare indietro, lo sapeva.

Ora sarò libera.

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