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Arrivo. Sudato. Mia madre urla, ha appena finito di lavare il pavimento ed io grondo di gocce salate da ogni poro. Corro ancora, stavolta solo fino al bagno, lasciando tracce di me nel corridoio. Anche oggi non mi sono fatto mancare 20 chilometri di corsa. Ci metto circa 2 ore, doccia esclusa. Non è un tempo eccezionale ma considerando che corro per strade, spesso impervie, posso ritenermi soddisfatto. Il mio obiettivo era chiaro sin dall’inizio.

Percorrere tutte le vie di Napoli entro tre anni.

Calcoli semplici e definitivi. Non posso correre tutti i giorni a causa del lavoro e devo pur recuperare ogni tanto: non posso non riposare mai. Con un po’ di buona volontà, però, su 365 giorni solari, 200 sono una valida proporzione e un ottimo compromesso per raggiungere il mio obiettivo.

Quando mi chiedono “perché” ed io rispondo, le persone restano perplesse. Perché?

Voglio conoscere ogni angolo della mia città, voglio respirare l’aria di ogni antro di Napoli, sentire tutti i suoni. Odorare e annusare tutti i mercati e tutte le mercanzie, vedere il tramonto e la luce in quanti più posti possibili e su tutte le spiagge della città. Troppe volte conosciamo località sul globo lontane migliaia di chilometri e non quanto si cela a pochi metri dai nostri occhi. Purtroppo non vivo in una famiglia benestante. Viaggiare mi piacerebbe, ma devo lavorare e lasciare quasi tutto lo stipendio a casa, per aiutare mamma Carmela e mia sorella Letizia.

Mio padre è morto qualche anno fa. Storie di ordinaria quotidianità qui a San Giovanni: proiettili vaganti, mentre fumava una sigaretta nella piazzetta, dove adesso sorgono due enormi murales: quello di Maradona, nuovo santo laico della città e un altro intitolato Essere Umani di Jorit.

Essere umani, qui nel Bronx, come tutti chiamano i casermoni dove viviamo, è forse la cosa più difficile. Ogni edificio ospita oltre cento famiglie. A Napoli la famiglia media è composta dai genitori, tre figli e quando va bene, se in vita, uno o più nonni. Così quelli che sembrano enormi blocchi di cemento finemente squadrati, diventano città verticali che ospitano oltre duemila anime. Un paese incastonato in meno di un chilometro di superfice. Un paese dove tutti hanno vissuto storie di malavita, direttamente o indirettamente. Un paese dove lo stato si ricorda dei cittadini solo alle elezioni, quando con cinquanta euro si compravendono ideologie, voti e anche anime. Sul sangue della povera gente, non si guarda in faccia a niente.

Allora corro. Sembrerebbe per evadere. Forse. Probabilmente, anzi di sicuro. Evadere da questa mentalità dalla rassegnazione. Corro per non piangere, per non pensare, per non parlare dei guai che ci inseguono e corrono con noi tutti i giorni. Non ho il coraggio di cambiare, di ribellarmi, lottare e nemmeno di andarmene. Allora da buon codardo scappo. Lascio tutti i pensieri di chi la mattina si alza per andare a sfornare chilometri di pane, sabato e domenica inclusi.

Corro perché è economico. Le scarpe le compro una volta l’anno, mettendo da parte i soldi che risparmio da quando ho tolto il vizio del fumo. Ho cominciato presto a fumare, a 14 anni, mi sono reso conto subito che il fiato è più importante e per questo dopo tre anni che ho sottratto alle mie aspettative di vita, ho smesso. Con le sigarette e con l’hashish.

Corro perché è salutare, economico e conveniente. Non c’è bisogno d’iscrizioni in palestra, non servono abbonamenti. Corro perché è veloce, rapido. Torno da lavoro, mi cambio e sono già per strada, per le strade. Corro perché è culturale. Correndo mi godo la città. Almeno quella raggiungibile a piedi o con i mezzi pubblici.

Napoli è il mediterraneo in miniatura, costruita da greci e romani, governata da spagnoli e francesi, contaminata dai liberatori americani. Con un po’ di fantasia è come correre per tutte le strade del mondo senza spostarsi più di tanto. Se si considerano anche gli insediamenti cinesi, qui nella periferia est dove i nuovi napoletani hanno la faccia un po’ più gialla di San Gennaro (ndr per i napoletani San Gennaro protettore della città è detto anche Faccia Gialla), il globo è completo.

La biblioteca comunale non ha una gran selezione di libri ma ha l’accesso gratuito alla rete. Così, prima di decidere di scappare, senza mai lasciare la città, sono riuscito a creare oltre 500 tappe che mi permetteranno, con 20 chilometri ciascuna, di percorrere in meno di tre anni, il 60 per cento delle vie della citta. Su di un block-notes ho creato le tappe. La sera precedente alla corsa, appena finita la doccia preparo già il tragitto per l’indomani. Napoli Est, è conquistata ormai da un anno. Adesso sono in crociata verso il centro, che conto di chiudere quest’anno. Infine sarà il turno delle estremità.

È questo che le persone non riescono a capire. Perché proprio di corsa, perché non usi i mezzi pubblici?

Avete presente quanto è grande Napoli? Non intendo i confini politici, quelli sono paletti mentali che gli urbanisti e gli amministratori utilizzano per spartirsi denaro. Ho tracciato miei confini personali della città. Il riferimento principale è il cono del Vesuvio, che troneggi al centro della mappa. A nord il riferimento invece è il lago Patria ai confini con Caserta. Per gli abitanti del centro e della periferia sudorientale, quella zona sembra appartenere a un altro mondo, invece parliamo lo stesso dialetto, forse con suoni diversi ma comprensibile in pieno. Dialetto è errato. Il napoletano è una lingua e le cadenze locali sono diventate dialetti di quartiere. Al sud il mio confine invece è la costiera sorrentina, oltre c’è quella amalfitana, ma parliamo già di Salerno, che per ora non posso permettermi ma che spero presto di conquistare.

La città metropolitana, così definita anche dalle leggi dello stato, è una delle più grandi del mediterraneo. Non ho un contapassi, poco male sarebbe comunque servito a indicare la strada percorsa, non mi spaventa certo il “quanto manca”.

Le vie della città, ferrate o meno, creano una ragnatela che ho sfruttato per suddividere le tappe. La Circumvesuviana, con le sue 6 linee, le 97 stazioni e gli oltre 142 km che avvolgono il vulcano, dividendolo in spicchi, è uno strazio. Potrebbe servire come attrazione turistica invece è un patema d’animo. Non ci sono orari definiti, non ci sono mezzi adeguati, eppur si muove, come sospinta da una forza geotermica nascosta sotto il Vesuvio. Le stazioni sono quasi tutte devastate da vandali, ma i binari almeno sono percorribili. Ed io quando possibile ci corro di fianco. O la utilizzo per rientrare quando mi spingo verso terre lontane dal San Giovanni. Le 3 linee della Metropolitana del centro invece, quasi tutte sotterranee, non posso costeggiarle. Alcune delle stazioni sono tra le più belle al mondo, vedi quella di Toledo. E ancora le 4 funicolari, la Cumana, la Circumflegrea. Correrò utilizzando sempre le stazioni come riferimento. Ho letto che la distanza media tra le stazioni dovrebbe essere quella che riuscivano a percorrere i cavalli delle corriere prima di avvertire la necessità di fermarsi.

Reti. Ragnatele. Con i decumani del centro, che hanno ispirato gli urbanisti americani e la linea retta – Spaccanapoli – che divideva la vecchia Partenope, inizialmente in due blocchi e poi in miriadi di caselle; come una scacchiera esponenzialmente enorme. Le strade sono pavimentate in mille modi: asfalto, ciottoli, basalto, cemento.

Nuovo giorno.

Parto.

Da via Marina verso la Chiesa del Carmine, risalendo Corso Garibaldi, si raggiunge l’omonima piazza. Questo tratto è un ‘melting pot’ di razze e religioni: di fianco alla chiesa della Madonna del Carmelo c’è una nutrita comunità islamica e per le vie nascoste mercatini ortodossi sovietici che si confondono con le vecchie Mura della città, dove si staglia il mercato del pesce e delle sigarette di contrabbando. Incrocio donne dell’est che contrattano lavori da badante con omoni dalle camice celesti sudate. Passando da Porta Nolana, raggiungo la Maddalena, dove inizia Corso Umberto, che i napoletani chiamano anche il Rettifilo: un lungo stradone ingolfato di auto, dove moscerini in scooter sfrecciano nelle corsie preferenziali. C’è una leggera pendenza risalendo verso via Duomo.

L’affronto con passo deciso fino a piazzetta Gerolomini lasciandomi a destra ancora un murales di Jorit stavolta è il patrono della città, mentre a sinistra nella piazza si trova un rarissimo Banksy. Anche la Street-art a Napoli è mezzo di sopravvivenza. Piccoli uomini si offrono per scattare selfie sotto i ritratti in cambio di centesimi di euro. Faccio il segno della croce e proseguo raggiungendo il chiostro di Santa Chiara, via San Sebastiano conosciuta come la via dei liutai, adiacente al conservatorio. Dalle stanze in alto arriva musica jazz, che fusa con il blues degli yankee rimasti qui dopo la guerra,  è diventata Napoletan Power. 

Continuo la mia corsa passando da Port’Alba e poi Piazza Dante dove bancarelle di librai cercano di diffondere cultura a buon prezzo. Vedo passare tra le mani di giovani sostanze illecite sotto la statua del sommo scrittore. Accelero e mi lancio giù verso via Toledo. Affianco la galleria Umberto e finalmente mi si apre davanti agli occhi Piazza del Plebiscito che mi abbraccia con le sue arcate. Mancano ancora circa 3 chilometri alla tappa odierna. Attraverso Santa Lucia e sbuco sul lungomare Partenope, dove il sale mi aspetta e assale i polmoni in affanno. Tra 500 metri comincia l’isola pedonale e potrò abbandonare anche lo smog. Eccomi. Un chilometro, ancora uno. Vedo Castel dell’Ovo diventare sempre più grande. Ci sono. Rallento. Discendo borgo Marinari e raggiungo un angolo di spiaggia, dove mi siedo sulla rena nera.

Osservo il sole risplendere su Napoli che cerca disperatamente di uscire dalla bruttezza che la speculazione edilizia ha spalmato sul volto della città. L’uomo è stato in grado di sfigurarla.

Alle mie spalle si risaltano le verdi colline del Vomero, che di verde ormai hanno ben poco. I palazzi sembrano una baraccopoli, nonostante siano una delle zone residenziali con il più alto costo della vita. A sinistra il sud, il sud est del mio quartiere. Si vedono gli enormi bracci meccanici che scaricano milioni di container dal porto, diretti verso tutt’Italia. Corrono come me in ogni dove della penisola, dall’hinterland brianzolo alle foci del Po, dal ricco Veneto fino all’abbandonata Calabria. Distribuiscono ogni bendidio cinese. A qualche chilometro dal porto commerciale, quello turistico. Un’enorme nave da crociera quasi nasconde la maestosità del Maschio Angioino. Onde di turisti sono pronte a infrangersi sul molo Beverello.

Sono stufo di questi pensieri. Voglio la parte buona della mia città. Riprendo e vado a cercarla. Mi perdo nella grande villa Comunale parallela al lungomare Caracciolo. Piccoli bambini montano pony addomesticati. Sui volti dei loro genitori una leggera apprensione mista alla gioia. Innamorati di ogni età si scambiano effusioni e promesse eterne. Sono dolcissimi. I clacson della parallela Riviera di Chiaia mi disturbano, torno a spostarmi perpendicolarmente al mare e lo cerco ancora. Mi aspetta come fa con tutti i suoi figli. Lo raggiungo ormai passeggiando in pieno centro strada, grazie alla pedonalizzazione di questo tratto. Ho quasi voglia di baciare l’asfalto, ma mi trattengo.

Sorpasso velocemente l’ambasciata americana e mi trovo ai piedi di Posillipo. Affronterò la sua collina alla prossima tappa, la guardo con occhi languidi ma so che devo fermarmi per oggi. Ripiego verso la metro che mi riporterà a casa. Conosco le stazioni a memoria. Mergellina, Piazza Amedeo, Montesanto, Piazza Cavour, Piazza Garibaldi, Gianturco ed eccomi a San Giovanni.

La stazione è sul corso, mentre mi dirigo verso il Bronx incrocio vecchi amici. Saluto velocemente, resta da conquistare la doccia. Ecco il grigio pioggia dei palazzoni. Attraverso la piazzetta intitolata a mio padre. Un tendone di Evangelici alterna canti a catechesi che le nonnine ascoltano dalle finestre. Il portone verde scrostato è come sempre spalancato. Mancano ormai solo le scale che mi porteranno al dodicesimo piano. 240 gradini. Li affronto tirando alla morte, per aumentare la resistenza dei polpacci. Suono al campanello. La porta si apre e mia sorella sorride. Si sente una voce sgraziata da un remoto angolo di casa che mi minaccia.

“Ho appena finito di lavare il pavimento!”

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Due cose su MaddalenaValentinah

Maddalena Valentina, alterego di Valentina Maddalena. Una ragazza (o forse due) che adorano la scrittura. Le nostre storie sono diametralmente opposte. Maddalena è di Eboli e Valentina di Cercola - o viceversa - (anche se adesso vive al nord). Si sono incontrate a Lourdes (forse) o al liceo Garibaldi di Napoli? All'università a Pisa o a Praia a Mare sulla spiaggia? Buona lettura a tutti

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