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Poco lontano da dove vi trovate voi che leggete questo racconto vi era un tempo la casa del vecchio Alfonso, una di quelle vecchie case con i mattoni in bella vista, l’assenza di orribili balconi e il romantico tetto a punta che ormai non va più di moda. Il vecchio proprietario era un uomo buono, gentile, che avvicinandosi alla fine della sua vita si ritrovava totalmente solo dopo la morte della sua dolce e unica compagna di vita, la mai dimenticata Anna. Erano passati alcuni anni da quella perdita così devastante, l’uomo mai si era troppo abituato a convivere con la solitudine ma quello che lo teneva lucido era la consapevolezza che, verso la fine dell’anno sarebbe arrivato il giorno di Natale.

Ah, che bello il Natale, tutte quelle luci a decorare i portoni, la gioia che si respira assieme al freddo gelido, zampognari che suonano in giro per le vie del paese, tutti che si amano e si scambiano auguri. Lo spirito del Natale, pure se intangibile e forse sopravvalutato agli occhi di un vecchio lo faceva stare proprio bene. E poi. Al di là delle canzoncine e di “Una poltrona per due” in tv per Alfonso questa festività rappresentava l’unica occasione certa per poter vedere il suo unico e impegnatissimo figlio, con la moglie e i suoi due piccoli bambini. Ogni volta che il figlio veniva invitato infatti accampava sempre mille scuse per non andare a trovare il babbo ma al Natale in famiglia non poteva certo rinunciare. Pareva brutto. Le convenzioni sociali davano al vecchio, almeno una volta all’anno, il diritto di vedere la sua dimora piena di persone amate e questo gli dava un sacco di felicità. Alfonso, vittima di forse troppo tempo libero, iniziava da maggio a sognare questo magico momento e a organizzare l’evento nei più minuziosi dettagli. Per mesi e mesi non fece altro che comprare dolciumi, addobbi di ogni tipo, pulire e sistemare la casa per affrontare in maniera memorabile questo grande e gioioso evento.
E finalmente, dopo tante pulizie e luminarie che gli valsero una denuncia per inquinamento luminoso, arrivò la vigilia di Natale. Il grande caminetto riscaldava il grande salone tutto addobbato a festa e, intorno alle 19, si presentarono gli invitati armati di panettoni scadenti e spumante. Quanta confusione felice! In un angolo un grande abete sintetico pieno di palle dai colori cangianti e lucine scoordinate tra loro rendevano l’atmosfera festosa e sulla tavola iniziò a comparire cibo tra i più golosi mai visti sulla faccia della terra.
I cinque personaggi mangiarono in spensieratezza e allegria. I bambini recitarono poesie infantili, gli occhi di Alfonso evidenziavano commozione suprema. Quello che durante il resto dell’anno veniva considerato un uomo burbero, solo e sconfitto dall’età che avanza, almeno per qualche ora aveva il diritto di avere accanto persone a cui voleva bene. Si sentiva amato, parte integrante di un gruppo felice. Questo era per Alfonso il vero spirito del Natale. Almeno fino a quel momento.
Verso la fine delle portate, esaurito l’ennesimo dolce al cioccolato, i bambini si alzarono per correre e giocare tra di loro mentre i due genitori andarono in cucina a preparare il caffè. Il vecchio nonno, rimasto seduto da solo si avviò col suo passo lento e ciondolante a prendere dei ciocchi di legno in veranda per alimentare un camino privo di troppa energia. Fuori aveva appena iniziato a nevicare, Alfonso sorrideva per quell’immagine così delicata e deliziosamente natalizia ma decise che non era saggio neanche un po’ stare a prendere tutto quel gelo e corse di nuovo dentro a giocare con la legna. Il calore del fuoco, unito al vociare dei bambini, lo stava deliziando nel profondo. Tutto quel tempo passato a preparare la serata perfetta aveva dato i suoi frutti, ora poteva sentirsi orgoglioso. Allungando il braccio verso una credenza vicino prese una bella foto in bianco e nero della defunta moglie e la iniziò ad accarezzare, accennando una timida lacrima.
  • Vedi? Se fossi stata qui con noi ti saresti divertita tanto… – sospirò stando ben attento a non farsi sentire da nessuno.
Il caffè non arrivava, anche se nell’aria il profumo iniziava a farsi sentire. Nel frattempo però quel silenzio che si era venuto a creare nell’istante in cui lui fissava la foto venne rotto dal frastuono dei due bambini che corsero verso di lui.
  • Nonno, nonno. Che fai?
E lo abbracciarono gioiosi.
  • Ehi – li ammonì scherzoso – Quanta forza che avete. Io sono vecchio…
  • Quella è una foto di nonna da giovane. Era bella. – Si complimentò il primo bimbo.
  • Ehm…Davvero. – Ribatté il secondo che, senza riuscirci, avrebbe voluto rispondere con una affermazione un pochino più brillante.
Il vecchio Alfonso sorrise. Preso dai ricordi giovanili invitò i bambini a sedersi per terra e iniziò a raccontare di come avesse conosciuto quella donna di cui era così innamorato.
  • Sapete bambini, Anna era davvero una donna spettacolare, meravigliosa. Voi probabilmente non ve la ricordate però ve lo giuro, era la perfezione fatta donna. Gentile, solare, allegra…Ci siamo conosciuti sotto la guerra, Avevamo la vostra età. Qua in paese era pieno di soldati tedeschi cattivi. Erano prepotenti, dei bulli. E giravano armati.
  • Armati? – Chiese uno dei due bambini stupito mentre fissava il fuoco.
  • Eh già. Voi siete fortunati, all’epoca c’era la guerra, vedevo questi soldati e mi toccava pure sorridergli quando li vedevo sennò va a capire che fine avrei fatto. Comunque sia, verso i primi giorni di dicembre, stavo correndo per arrivare a casa in tempo quando sento un piccolo grido femminile. Di impulso mi giro e quello che vedo è una bambina bellissima, dai capelli ricci, e un soldato che le punta una pistola contro. Non potete neanche lontanamente immaginare. All’inizio ero paralizzato dalla paura ma sentivo, in fondo al mio cuore, che avrei dovuto fare qualcosa. Anche se ero solo un bambino. E quindi…
Mentre proseguiva la storia, mettendoci pure dell’enfasi legata alla nostalgia, i bambini si alzarono scocciati.
  • Vabbè, nonno. Non t’abbiamo chiesto la storia della tua vita. Papà c’ha fatto venire qui per la mancetta! Dacci i soldi che fra poco è mezzanotte e vogliamo andare via…
Il vecchio Alfonso, fissando un punto casuale nel pavimento, prese dalla tasca dei pantaloni il portafogli, estrasse due banconote da 50 euro e le distribuì ai bambini. Poco dopo la mezzanotte andarono via tutti e Alfonso rimase solo, a mangiare in silenzio una fetta di panettone davanti al caminetto. Come ogni anno, a meditare sul vero spirito del Natale.
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Due cose su Francesco

Francesco Curti nasce nel 1984 a Bracciano, paese pieno di baretti alle porte di Roma.

Cresciuto tra Master System, scout e musica punk, passa gran parte della sua adolescenza a suonare il basso nei peggiori locali della contea e a sognare un futuro da nomade digitale. Oltre a nutrirsi in maniera ingorda di tutta la cultura pop anni '80 (e un pochino di quella degli anni '90 ma giusto qualcosina perché, ricordiamoci sempre, quelli erano gli anni delle terribili boyband) che comprende film, musiche e libri di inarrivabile bellezza.
In seguito si laurea in “Lettere e comunicazione”, all'epoca andavano di moda 'sti mischioni tra facoltà che facevano tanto figo, e passa da un lavoro all'altro dimostrando una forte predisposizione al lavoro di squadra e al farsi pagare in visibilità.

Nel 2015 si concede una lunga parentesi australiana e proprio durante questa esperienza Francesco decide di narrare le sue vicissitudini attraverso un blog, diaridiburro.wordpress.com, che gli darà un sacco di soddisfazioni e lo farà litigare con un cinese.

Nel 2017 Francesco Curti va a vedere i Guns'n'Roses.

Favole felici per bimbi bravi vol.1 è la sua prima opera pubblicata. Come suggerisce il titolo stesso, Francesco sta lavorando alla seconda parte.

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