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In un sogno, Katherine aveva visto chi era veramente.

Aveva visto cosa c’era all’interno della colonna.

Poi, aveva dimenticato tutto.

Da quando era lì, aveva dimenticato anche che il sole sorgeva sempre dai bastioni della cappella di Rosslyn, i quali non era mai riuscita a scorgere dalla finestra della sua abitazione, dove era spesso rimasta ad osservare la strada del villaggio, eppure aveva potuto percepire che poco oltre l’orizzonte, non appena il sole si alzava, le loro mura di pietra la spiavano. E lei si era lasciata completamente spiare.

Una volta, quando il suo noioso lavoro e le sue futili paranoie non l’ammorbavano, Katherine aveva allietato le giornate con degli ameni solitari, si era arricchita dei silenzi della foschia e della pioggia scozzese, lassù in quell’immobile abitato dai locali lemmi e le stanche facciate delle abitazioni. Poi, però, in tutta quella suggestiva tranquillità aveva soltanto desiderato camminare più velocemente, muoversi ancor più lontana, lasciare che la lontananza sradicasse per sempre timori, pensieri e rassegnazioni, perché non aveva più potuto andare oltre una determinata distanza a causa delle sue gambe condannate a cedere giorno dopo giorno. Per questo, aveva spesso sperato che prima o poi sarebbe arrivato qualcuno per accompagnarla un po’ più lontano e che sarebbe stato l’amore della sua vita… Finché, finalmente, aveva trovato qualcosa in cui affidarsi davvero.

Affidarsi alle spinte che, da sempre, le echeggiavano dentro.

Era la voce di Joanna ad aver echeggiato forte, la ragazza arrivata improvvisamente lì in una piovosa e turbolenta sera d’estate per allungarle il passo, seppure per brevissimo tempo, e per liberarle l’ anima.

Per sempre.

Prima che la incontrasse, come addetta all’ingresso della chiesa era stato del tutto irrilevante il fatto di non esserci mai entrata. Nonostante avvertisse i suoi occhi sempre addosso, nonostante avesse sognato la “colonna dell’apprendista”, il suo monumento più enigmatico e affascinante, non aveva mai affrontato quel ventre impregnato di segreti e leggende. Solo Joanna le aveva dato una burrascosa, ma comunque adamantina, ragione per farlo.

Era apparsa all’ingresso della reception, aveva indosso un cappotto di lana bordò completamente zuppo e che aveva inondato il pavimento non appena fermatasi di fronte il tavolo d’accoglienza. Aveva gli occhi grandi, colorati da innumerevoli espressioni, i lunghi capelli rosso fuoco erano raccolti in una treccia disfatta e il corpo fremeva come quello di un’attrice alla sua prima esibizione. Katherine, piccola ragazza bruna dalla carnagione chiara, era stretta nelle sue grucce d’ottone quando se l’era ritrovata innanzi e, dapprima, l’aveva guardata freddamente, rendendo così il blu cristallino dei suoi occhi ancor più brillante. Poi, era stata incapace di nasconderle un disappunto per ricevere quella visita proprio all’orario di chiusura, quando tutte le sue colleghe se ne erano già andate e l’avevano lasciata come sempre indietro. Quindi, l’aveva invitata a tornare il giorno dopo, ma la giovane gitante aveva insistito sfoderando il portafogli e offrendole una mancia di trecento pound.

Perché spendere tutti quei soldi per una visita fuori orario? Perché era per lei così importante? In quel momento, aveva pensato che forse era solo una ricca annoiata che si celava sotto gli stracci da zingara, oppure semplicemente una povera svitata. Tuttavia, oltre a quella mancia irrecusabile, c’era qualcos’altro che non riusciva a cogliere, a cui non poteva resistere, così aveva accondisceso e Joanna, saltando di gioia, l’aveva abbracciata forte.

Essendo sola, Katherine aveva dovuto farle da guida e non sapeva davvero che tipo di comportamento si sarebbe aspettata da quella sconosciuta, ma di lì a poco aveva di certo conosciuto il suo carattere bizzarro e il suo animo in preda al coinvolgimento.

Ed era stato coinvolgente essere sorretta da lei nel breve tratto che intercorreva tra la reception e il portone della chiesa, così da facilitarle il compito di accompagnarla, ed era stato quasi stordente l’eco delle sue euforiche risate non appena entrata nella cappella, mentre Katherine rimaneva fuori per scrutare perplessa quella rumorosa celebrazione, il suo lungo cappotto volteggiare tra le strette navate e la treccia fulva vagare in ogni angolo, in ogni vetrata, sperone o scultura di pietra.

Era stato allarmante, a un certo punto, vederla abbracciare la “colonna dell’apprendista” scoppiando improvvisamente in lacrime.

Poco dopo, nonostante stesse assistendo a un comportamento decisamente insano, aveva però avvertito un’ emozione così potente da farle varcare la soglia per accorrere in suo aiuto. Aveva asciugato le sue lacrime, allora i sussurri ancestrali della cappella le avevano avvolte unendole in una profonda consolazione, nella quale, però, Katherine aveva voluto aggiungere una richiesta di spiegazione a quella fulminante tristezza. All’inizio, Joanna non aveva risposto, ma l’aveva supplicata soltanto di seguirla al giardino di Rosslyn, laddove si sarebbe sentita meglio, e Katherine le aveva risposto che non avrebbe potuto farlo a causa delle sue gambe. Ma la giovane gitante, riacquistando risolutezza e sorridendole, le aveva risposto che avrebbe camminato per lei, per cui l’aveva subito dopo presa in braccio, così spontaneamente e con leggerezza tale che si era lasciata trasportare senza opporre resistenza, viaggiando tra la pioggia a cinquanta centimetri dal suolo, con le grucce poggiate sulle ginocchia e sommersa in viso dalla morbida lanugine dei capelli ormai sciolti di Joanna.

Nel tragitto che attraversava il giardino aveva potuto conoscere di lei soltanto il nome, e quando si erano fermate tra i ruderi di un antico mulino, Joanna le aveva confidato le sue più immense ispirazioni, tutte le sue più feconde sensazioni, i più abissali turbamenti, ma nulla, nemmeno un piccolo indizio, su chi fosse o da dove venisse. Sedute sulla pietra, riparate dal contrafforte di un architrave scialbo, avevano parlato della “Colonna dell’apprendista” e di quanto Joanna ne fosse ossessionata.

La leggenda, che narra del giovane apprendista scalpellino, il quale fu in grado di costruire la colonna disegnata da Sinclair grazie ai segreti che gli erano apparsi in sogno, e che fu ucciso dal suo maestro per invidia, l’aveva tormentata per tutta la vita, l’aveva sempre richiamata a quel luogo come se lei stessa avesse avuto parte in quella storia. Confidando di un irresistibile richiamo, credeva di aver amato follemente l’apprendista in un altra vita e credeva che al suo interno non fosse custodito il Graal, altra leggenda molto discussa, ma il corpo dello stesso apprendista.

Katherine le aveva chiesto con rimprovero, ma anche con una malcelata ammirazione, quanto coraggio c’era per catapultarsi lì, di punto in bianco, solo per seguire un folle impulso, e lei le aveva risposto che non era questione di coraggio: bisognava soltanto ascoltarsi, affidarsi alle spinte che da sempre ci echeggiano dentro. L’altra, però, continuava a porre domande mosse dalla logica e ogni volta Joanna non proferiva parola, si limitava soltanto a sfiorarle con le dita i capelli neri guardando la sua ruvida espressione come se non avesse mai visto nulla di così bello in vita sua. Poi, interrompendola, le aveva sussurrato: « e tu che cosa pensi ci sia davvero dentro la colonna?»

Katherine aveva esitato, quasi sconcertata dalla sua domanda, come se sapesse del suo sogno dimenticato. «Non c’è niente.» aveva risposto con rassegnazione, non riuscendo a distinguere nemmeno un frammento delle immagini che aveva visto, nemmeno una minima idea di ciò che aveva scoperto nel suo sogno. «Il fatto che non abbiano permesso di analizzarla, del Graal o di qualsivoglia altra storia, sono solo leggende e ipotesi mai comprovate».

La sua condotta appariva scientifica, ma dentro nulla di quel che diceva la convinceva.

Quindi, senza apparire contraddetta, Joanna si era accoccolata su di lei cingendole il busto, stanca e improvvisamente desiderosa di calore umano. Poi, si erano addormentate e il silenzio era calato tra loro come il sole era calato al crepuscolo, fino a quando la notte non le aveva sopraffatte cullandole in un sonno sereno e profondo.

Alla prima luce del mattino, col sole ancora coperto dai bastioni della chiesa, Katherine era stata improvvisamente svegliata da un urlo ovattato, si era ritrovata sola e senza più le sue grucce. Era stato allora, per la prima volta, ad essere sopraffatta dal puro e incontrovertibile istinto: aveva camminato, eccome se aveva camminato! Tra i dolori alle gambe e tra gli aggrappi che trovava al suo passaggio, si era diretta alla cappella più in fretta che poteva e non le importava più della sua malattia, non importava se sarebbe crollata o se sarebbe morta. Il suo unico cruccio, in quel momento, era sapere dove fossero le sue grucce e, soprattutto, dove fosse Joanna.

Quella camminata avrebbe potuto annichilirla passo dopo passo, ma lei era comunque riuscita a raggiungere l’ingresso della chiesa, trascinandosi al limite delle forze. Lì aveva trovato la giovane gitante di fronte la colonna con le grucce raccolte in petto, aveva potuto chiaramente distinguere i pomi arcuati dei suoi sostegni d’ottone luccicare al di sotto del mento di lei assieme allo scintillio delle lacrime che le scendevano dagli occhi. Barcollando e sentendosi quasi mancare, Katherine aveva scrutato l’immagine obliqua della ragazza voltarsi su di lei e sentito persino il suo respiro tremolare nel silenzio. «Non hai avuto bisogno di queste» aveva mormorato, riferendosi ai sostegni d’ottone che stringeva a sé. «Ora, ammirale: stanno per comprovare una leggenda!»

Le grucce avevano balenato nell’aria rimanendo un istante sospese, poi si erano scagliate ripetutamente sulla dura superficie del monumento, ma Katherine si era lanciata contro di lei zigzagando e oscillando come un manichino di gomma. Ciò che la sorreggeva erano le sue spinte, i suoi impulsi, che dentro avevano echeggiato forte, sempre più forte e con una furia dardeggiante. Raggiuntala, aveva fermato la mano di Joanna, poi l’aveva guardata negli occhi mentre il sudore le colava lungo il mento e la respirazione diveniva febbrile. Da una fessura della pietra della colonna ormai danneggiata, stava fuoriuscendo vapore polveroso.

In quel momento, in un solo singolo istante, le immagini avevano ripreso forma, la sua vera identità aveva fatto breccia dentro di lei e il suo sogno era tornato vivido, sfavillante e inespugnabile.

«Non osare…» aveva sfiatato minacciosa, ma con l’ultimo grammo di energia vitale che le rimaneva «Non osare toccare la mia colonna!»

Dopo di che, era crollata tra le braccia tremanti di Joanna, il fiato aveva cominciato a smorzarsi pigramente, le gambe erano morte e lei sapeva che ben presto il suo piccolo, delicato corpo non avrebbe più potuto lottare. In una silenziosa agonia, Katherine era rimasta sdraiata sul pavimento pietroso attendendo il proprio destino, ancora una volta il peggiore, e Joanna le era stata accanto fino alla fine, piangendo disperata. «Lo sapevo.» aveva singhiozzato, stringendola forte «Lo sapevo che eri tu»

Katherine si era sentita baciare sulle labbra, una sensazione che le aveva curato ogni dolore e l’aveva resa eternamente felice.

Infine, la sua anima era stata liberata.

Per sempre.

[Voti: 1    Media Voto: 4/5]

Due cose su Ivano Petrucci

Sono un artista poliedrico diplomato presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, mi occupo di pittura e di scrittura.
Sono stato fondatore dell’Associazione Culturale Art & Ground fino a Dicembre 2015.
Ho pubblicato con Montag Edizioni il mio romanzo d'esordio, uno psycothriller dal titolo “Romanticus Dei”, novembre 2016.

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