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Per arrivare in ufficio dovevo prendere ogni giorno la metropolitana.
Per carità, io adoro prendere la metropolitana, anche se c’è tantissima confusione ad ogni ora del giorno, ma mi piace poter vedere così tante facce differenti in continuazione.
Le vedo e mi immagino quale sia il loro percorso, la loro vita. Mi piace immaginare cose.
Così, lasciato il mio appartamento, mi diressi alla fermata per prendere il treno che mi avrebbe condotto a lavoro.
Adoro questa routine, adoro avere una scaletta giornaliera.
Tirai fuori l’abbonamento dalla tasca, lo passai al lettore, oltrepassai la transenna e scesi le scale fino alla piattaforma del treno che devo prendere.
Da lontano vidi che il treno era appena arrivato, così iniziai a correre per paura di perderlo, nonostante non ce ne fosse affatto bisogno; aspettai che tutti scendessero e seguii il flusso di gente che saliva, reggendomi al palo vicino alla porta opposta rispetto a quella da cui eravamo entrati.
Eravamo tutti stretti come sardine, tra turisti e lavoratori, essendo l’ora di punta.
Davanti a me c’era una numerosa famiglia svedese formata da madre, padre e quattro bambini, tutti maschi e biondissimi, che bloccano il passaggio, seguiti da due ragazze con l’uniforme di una scuola privata, verde e gialla, con lo stemma che racchiude una S dorata cucita sulla giacca e sul bordo della gonna.
C’erano, inoltre, un paio di uomini in giacca e cravatta, diretti ai loro uffici, una donna sulla trentina che leggeva dal Kindle, e una giovane coppia, forse europei, con dei grandi zaini da escursione e le macchine fotografiche appese al collo.
Stavamo tutti in piedi, perché i posti a sedere erano occupati e nessuno sembrava intenzionato ad alzarsi.
Tutti diretti in centro.

Il mio telefono iniziò a suonare; era la seconda sveglia, cioè non quella che effettivamente mi sveglia ma quella che mi ricorda che per quell’orario devo uscire di casa per non arrivare in ritardo. Quindi oggi sarei arrivata in anticipo.
Iniziai a frugare nella borsa con fatica, dovendo reggermi per non perdere l’equilibrio, e  non riuscendo a prendere subito il telefono mi vidi costretta a tirare fuori le cose più ingombranti.
Quando finalmente riuscii ad afferrare il cellulare e silenziarlo, evitando che “Bye bye bye” degli N’sync venisse ascoltata ancora per molto in tutto il vagone, rivolsi lo sguardo verso la porta diagonalmente opposta a quella a cui ero appoggiata.
A circa tre metri da me c’era un ragazzo, probabilmente mio coetaneo, cui aspetto mi lasciava a pensare.
Mi sembrava di conoscerlo, ma forse era semplicemente un’impressione; capita spesso di scambiare una persona per un’altra.
Lui era alto quanto me con indosso i tacchi, o almeno così sembrava dalla distanza; capelli scuri e arruffati, stile “cuscino”, con zigomi alti e guance piene. Non riuscivo a riconoscere il colore dei suoi occhi per la lontananza, né notai ulteriori particolari del viso, ma in lui c’era qualcosa che davvero mi colpiva.
Non indossava auricolari né giocava col telefono, teneva semplicemente lo sguardo fisso sulla porta, assorto.
Indossava un giaccone verde, forse troppo pesante per la primavera, con sotto un pullover viola scuro e un paio di jeans.
Nonostante l’abbigliamento piuttosto casual, aveva con sé una ventiquattro ore marrone e un po’ malandata, da cui fuoriuscivano dei fogli sparsi, e da una tasca del giubbotto si intravedeva un piccolo taccuino.
Prendo il treno sempre tra le otto e le otto e un quarto e non l’avevo mai visto, nonostante io, di solito, mi metta ad osservare tutta la gente che mi sta intorno.
Mentre l’osservavo il treno si fermò, le porte si aprirono e proseguì il solito flusso di gente che scende e sale, e in quei secondi lui voltò lo sguardo verso di me.
Arrossii, beccata sulla scena del crimine, e tornai ad osservare il mio cellulare che tenevo ancora in mano.
Senza essermene resa conto ero quasi arrivata a destinazione; scesi alla fermata successiva e salutai col pensiero quel ragazzo che, in qualche modo, mi affascinava.

Arrivata a lavoro preparai subito il caffè per il signor Ross, il mio capo.
“Decaffeinato, macchiato con un goccio di latte e due zollette di zucchero!” sentivo risuonare nella testa.
Era talmente presto che posso osservare tutti i miei colleghi che pian piano arrivavano in ufficio; alcuni passavano dal cucinino, si fermavano a salutarmi e prendevano il caffè.
Notavo come mi guardavano, come e se mi parlano, e chi era troppo indaffarato per anche solo degnarmi di uno sguardo.
O semplicemente non voleva farlo.

“Lorraine, il signor Ross ti vuole nel suo ufficio” mi disse Kimberly, la segretaria della reception.
Versai il caffè in una tazza e presi un fazzoletto, per poi recarmi nell’ufficio del capo.
“Buongiorno signore, ecco il suo caffè!” dissi raggiante, poggiando fazzoletto e tazza sulla sua scrivania.
“Ciao Lorraine, chiudi la porta ed accomodati”, disse lui. Normalmente non mi chiedeva mai di accomodarmi, tanto meno di chiudere la porta, così iniziai a preoccuparmi.
“Non c’è assolutamente nulla di personale, Lorraine, però devo licenziarti”; disse schiettamente, senza preamboli e guardandomi fisso negli occhi. Non ero certo preparata ad una cosa del genere.
“Prego?”
“Purtroppo l’azienda ha richiesto di fare un taglio al personale, e nella nostra politica sono gli ultimi arrivati i primi a doversene andare, così dobbiamo licenziare la signorina Edwards, la ragazza della posta, e lei.”
“Ma, signore, io…” sentivo già la voce tremare. Non riescivo mai a mantenere la calma in situazione di stress, e sapevo che non sarei riuscita a trattenere le lacrime per molto.
“Mi dispiace, davvero. Ha fatto un ottimo lavoro in questi due anni con noi, ma preferiamo assumere una stagista, soluzione molto meno dispendiosa. E so che non sarà difficile per lei trovare un nuovo lavoro, è davvero piena di qualità” continuava a ripetere parole che a me sembravano solo scuse.
“Se ha bisogno, posso scrivere per te una lettera di raccomandazione in qualsiasi momento. Inoltre, qui”, allungò una busta bianca e sigillata verso di me, “c’è la sua lettera di liquidazione”.
Guardai la busta e allungai la mano, afferrandola. Mi asciugai gli occhi con le dita, cercando di non rovinare il trucco, e mi alzai.
“È… è stato un piacere lavorare con lei” dissi, cercando di reprimere le lacrime. Aveva ragione, sono una ragazza in gamba e avrei trovato un nuovo lavoro!
Ma si era comunque comportato da carogna.
“Non esiti a contattarmi, se le serve qualcosa” disse. Annuii, poi girai le spalle ed uscii dal suo ufficio.
Tutti mi guardavano, così volsi subito lo sguardo altrove, dirigendomi verso la mia postazione.
Indossai la giacca, gli occhiali da sole, e, senza salutare nessuno, tirai dritto fino all’uscita.

Stanca morta e stressata, decisi di tornare a casa, così da poter fare un bagno caldo con tanti sali mentre ascoltavo gli Smiths, approfittando della casa libera.
Così, di nuovo, presi la metropolitana per tornare verso casa, riuscendo questa volta a trovare posto a sedere.
Niente svedesi, niente liceali, ma comunque tanta gente. Giocavo a Candy Crush sul cellulare per ingannare l’attesa, ma proprio mentre cercavo di ignorare tutto e rilassarmi, ricordai come schifosa era stata quella giornata, e a quando il signor Ross mi aveva avvicinato la busta con la liquidazione. E gli sguardi impietositi dei miei colleghi, il caffè macchiato, tutto cio’ che e’ successo dopo.
Tutto iniziava a tornarmi in mente come un rigurgito, e le mani iniziavano a tremarmi, tanto che il cellulare mi volò di mano finendo ai piedi di un ragazzo con un cappello con scritto “Obey” e i pantaloni che lasciavano vedere le mutande. Lo raccolse e me lo porse, senza farmi alzare. Gli sorrisi, anche se probabilmente cio’ che ne uscì fu una smorfia, e lo infilai in borsa.
Tirai fuori dalla borsa i fazzoletti imbevuti e mi asciugai il viso, anche se questo significava tirar via anche il trucco dagli occhi. Ormai non faceva più alcuna differenza.
Indossai gli occhiali da sole, nonostante fossimo in un posto chiuso, e continuai a sfregarmi le mani ininterrottamente come Lady Macbeth.
Dopo una ventina di minuti di tragitto, finalmente la voce metallica dell’interfono annunciò la mia fermata, così mi alzai, pronta a scendere; fu allora che rividi il ragazzo della mattina, quello col giaccone verde.
Mi stava guardando, ma quando lo notai spostò subito lo sguardo verso le porte che si aprivano.
Entrambi scendemmo dal treno in quel momento, però prendendo differenti direzioni.
Chissà se l’avrei incontrato di nuovo.
Chissà se la sua giornata era stata disastrosa come la mia.

Qualche informazione su Licci

Scrivo.
Tante storie, quasi tutte incomplete.
Alcune ancora solo dentro la mia testa, che cercano le parole per uscire.
Frequento il corso di Scrittura Creativa alla Scuola Internazionale di Comics e un giorno spero di pubblicare i miei racconti.

Leggo.
Per imparare, per divertirmi, per provare emozioni e per vivere.

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