Menu

“Troppe ore dalla sveglia, e una pistola fra le mani carica”.

Lo sbirro guardò verso il magazzino, con la pistola carica nella mano, e chiuse gli occhi.

L’atmosfera era strana.

Non era la prima volta che sentiva la sensazione di sconfitta sulla pelle appena prima dell’atto finale di una storia del genere.

Da tempo si era dato un codice di condotta, un vero codice di condotta: mai avrebbe pensato per più di due minuti a una qualsiasi delle cose terribili che si ritrovava davanti, per nessun motivo al mondo.

E quel giorno le cose davanti a lui facevano davvero schifo.

Nel caso migliore, avrebbe reso un bambino orfano del padre partito di testa, lasciandogli una madre completamente impazzita che forse sarebbe tornata normale soltanto dopo un bel trattamento da parte di Quello col Cappello.

In quello peggiore, avrebbe trovato due assassini ancora chini sul corpicino insanguinato di un bimbo di sette anni, sgozzato o fatto a pezzi, e avrebbe capito di essere stato completamente sconfitto.

A volte si chiedeva perché avesse scelto la Resistenza, e perché continuasse costantemente a combattere, nonostante quella non fosse la sua guerra. Non lo era mai stata, eppure il pensiero di doverlo fare lo tormentava.

Erano momenti nei quali si rendeva conto che qualsiasi cosa avrebbe fatto, e chiunque si fosse ritrovato davanti, avrebbe dovuto uccidere, per salvare o vendicare qualcun altro.

E l’unico modo per andare avanti sarebbe stato sempre non fermarsi mai.

Scendere dall’auto.

Stringere forte la pistola.

Andare a testa bassa verso la porta del magazzino.

Sfondarla, puntare la pistola sul mostro di turno.

***

Lo sbirro guarda avanti a sé.

E sospira, mentre ha la pistola già puntata verso il centro della stanza.

È facile fare l’eroe quando hai davanti un mostro e basta.

“Chi sei?!”.

A quel punto, appena lo raggiungi, non fai altro che sparare al mostro e farlo ritrovare con la faccia nella fanghiglia.

Nessuno lo piangerà.

In quei casi i Vettori sono scelti fra drogati, disadattati, gente che vive già oltre la soglia fra la vita e la morte. Gente ormai persa. Purtroppo.

Ma stavolta no.

“Abbassa quella pistola, in nome di Dio! Stiamo officiando una messa!”.

(Il bambino piange e grida.

Prova ad alzarsi, ma è trattenuto dalle corde.

Sua madre, che è bellissima, tiene il suo coltello sacrificale troppo vicino alla sua gola).

“Mi hai sentito?! Abbassa la pistola, stiamo oFfIcIanDo un rito sAcrO!”.

Voce da appestato.

Sguardo folle della donna.

(la donna è bellissima, sì.

Deve essere stata una madre dolcissima.

Prima di ammattire).

“sTaI mEtTenDo iN pEricOlO la MiA fAmI…”

Closardi spara tre volte.

Moglie e marito sono a terra.

E sono mano nella mano.

***

“Tutto bene, piccolo…”

“Papà è morto! Mamma è morta!”.

“Lo so, piccolo, lo so…”.

***

La porta si aprì.

La loro stanza era talmente piccola che spesso, quando si sdraiava sul letto, aveva l’impressione che Arperi e gli altri li osservassero in qualche modo dalla sua sommità, forse con una telecamera nascosta.

Forse era pura claustrofobia; quando rientrava così tardi  nel loro alloggio al piano -5 del Nucleo dopo un’azione, Dante Closardi guardava verso il soffitto e rimaneva in silenzio a osservarlo, per qualche secondo, quasi facendo finta che fosse così. Lo avrebbe trovato quasi divertente, e si sarebbe sentito meno solo; soprattutto in nottate come quelle. Nottate nelle quali doveva passare almeno mezz’ora sotto la doccia per lavare via la sporcizia e l’odore di cordite dalle mani prima di stendersi accanto a Elena.

Elena dormiva, e anche i bambini, nella stanza accanto.

Era già passato a dare loro i baci della buonanotte, e ora non doveva fare altro che buttarsi sul materasso e stringere sua moglie fra le braccia, delicatamente, per non svegliarla.

Quando toccò la camicia da notte morbida, in un momento tutti i pensieri sparirono, persino quelli più orribili; erano momenti nei quali chiudeva i pensieri fuori dalla sua testa, prendeva un respiro profondo, sopprimeva i brividi che l’atto di uccidere gli aveva messo in corpo, e riusciva finalmente a chiudere gli occhi. Erano i momenti in cui affondava le labbra sulla spalla nuda di Elena e sentiva l’odore di casa, finalmente. L’odore dei vecchi tempi, quelli dell’estate del 2008, con il caldo asfissiante e il loro secondo bimbo appena nato. Quelli che non sarebbero mai tornati, perché quello era un altro quando, e il loro era scomparso per sempre fra le pieghe del tempo. Non poteva più tirarsi indietro.

“Li hai presi” sussurrò Elena, a quel punto.

Lui sorrise, ringraziando che fosse ancora sveglia.

“Conta questo, non chi erano, okay?”.

Aprì gli occhi, fissando i capelli chiari della donna, appena visibili grazie alla luce di emergenza. Sapeva che gli avrebbe detto così. Lo amava, come lui amava lei, e lo avrebbe sempre protetto, come lui avrebbe sempre protetto lei e i bimbi da chiunque avesse tentato di fargli del male. Più di quanto avrebbe mai potuto proteggere gli altri del Nucleo. A ogni costo.

“Sei d’accordo, vero, ispettore?”.

Per la prima volta, dopo la sparatoria, tornò col pensiero al coltello fra le mani del Folle che aveva ucciso.

E tutto fu molto più chiaro.

“Sì” sussurrò, annuendo.

Due cose su Fabio Antinucci

SMM e copywriter @Geeko Editor di giorno, scrittore e supereroe di notte. Scrivo roba horror, fantasy e di fantascienza, leggo e guardo un po' di tutto.

Vedi tutti i post
No Posts for this author.
[Voti: 0    Media Voto: 0/5]

Le recensioni di questo racconto

Non ci sono recensioni per questo post