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I viaggi in treno quando fuori piove sono parentesi interminabili nelle nostre esistenze. Ma il tragitto pare sempre più breve quando siamo accompagnati dall’impazienza di incontrare qualcuno al loro epilogo. Ed è così ch’io ora mi sento: come un bambino ansioso di scartare il suo regalo di Natale.

Osservo le gocce scivolare lungo il finestrino e i pensieri mi travolgono. Quella giornata di maggio la ricordo come una fotografia vivida nella mia mente: la metro semi-deserta, io con gli occhi pieni di insicurezze e tu con quegli strambi calzini, pieni di vita. Per la prima volta i nostri sguardi si incrociarono distrattamente.

Recarmi da Stan non fu più la stessa cosa da quell’istante. Macinare chilometri per una misera ora di terapia (a parer mio peraltro inutile) assunse tutt’altro sapore da quando scoprii che ti avrei incontrata ancora e ancora: tutti i giovedì, stessa ora, stesso vagone, intenta a recarti al lavoro.

Ti trovai bella sin da subito, di una bellezza mai scontata. Dio solo sa quanto mi hai salvato la vita. Una vita a dir poco in frantumi, devo ammettere. L’incapacità di intrattenere relazioni umane mi stava trascinando sempre più verso il buio tunnel della solitudine. “Trova un appiglio David!” – Stan me lo ripeteva sempre -. Le paranoie e gli antidepressivi erano le uniche cose alle quali ero in grado di legarmi. Ma poi sei arrivata tu.

Stan dice che la nostra relazione è insana, ma a me non importa.  Sei un’anima libera, sfuggevole. Ti osservo e vedo il riflesso di ciò che vorrei essere. Dunque ben venga il rifiuto, se questo potrà significare uscire dal mio limbo di apatia giornaliero.

Quando inizio a fantasticare perdo completamente il contatto con la realtà: difatti, ecco che mi accorgo di essere giunto a destinazione. Raccolgo velocemente i miei effetti personali e scendo dal treno. Il freddo pungente giunge fin dentro le ossa. Mi dirigo ansioso verso la metro. L’immagine del tuo viso appare sempre più lucida nella mia mente, sempre più prossima alla realtà tangibile. Quale nuova stramba storia mi racconterai oggi? E io starò ad ascoltare, perché è ciò che amo di più al mondo: le tue parole emanano un entusiasmo inconcepibile e ammirevole al contempo da parte mia. Vorrei essere in grado di meravigliarmi ed emozionarmi per le piccole cose, come fai tu.

Ti scorgo tra la folla che sopraggiunge dalla via principale. Puntuale come sempre. La tua chioma rossa, il tuo modo di camminare. Anche se di spalle, è impossibile confonderti con un qualunque passante.

Provo un misto di sorpresa e delusione quando mi rendo conto che quella ragazza non sei tu. Il che è molto strano. Se avessi avuto un contrattempo, mi avresti sicuramente avvisato. Sarai pur sopra le righe, ma ciò che non posso negarti è un’immane precisione per gli appuntamenti. Sono io il ritardatario, genericamente. Per fortuna la settimana scorsa mi hai lasciato il tuo numero di cellulare. Lo compongo con dita tremanti, esito per qualche minuto prima di farmi forza e chiamare. … “Il numero selezionato è inesistente”.

Lì, impalato nel bel mezzo della frenesia di tutte queste persone, mi pare di vivere una scena a rallentatore. Credo di essere stato immobile come una statua e con lo sguardo perso nel vuoto per almeno 20 secondi abbondanti.

Ma cerco di tornare alla realtà. Percorro nervosamente le scale e giungo alla banchina. Nulla. Non sei neanche lì. Ci siamo solo io e un uomo vestito di scuro. Ha un’aria strana, ma non ho tempo di curarmi di lui.

Perché ingannarmi in questo modo? Perché prenderti gioco di me? Per la seconda volta decidi di sparire. E dimmi, quanto altro ancora dovrò aspettare per rivederti? Quanti mesi a contare il tempo con il nodo alla gola? Sai bene che senza di te non posso farcela, ne avevamo già parlato.

Giunge la metro e l’uomo scorto poco fa nei pressi dei binari, si siede proprio di fronte a me, nonostante il vagone sia praticamente vuoto. Mi guarda con insistenza, anche con una certa aria di sfida. Sento i suoi occhi addosso come una morsa che mi stringe lentamente. Le pareti si deformano e comprimono.

Voglio uscire. Due soste ancora e potrò allontanarmi da questa presenza oppressiva, respirare aria fresca e ripetermi quella filastrocca.

Tutto d’un tratto però, pare lasciarmi in pace. Ora è impegnato con il cellulare. Espiro profondamente: non vuole nulla da me, credo siano le mie solite manie di persecuzione. Devo formulare idee rassicuranti. Come diavolo faceva quella filastrocca?

Sobbalzo quando sento il mio telefono squillare. Sei forse tu? Lo spero davvero tanto. Accendo il display e appare invece un messaggio ricevuto da un numero ignoto. Recita così: “Lei non c’è più. DIMENTICALA.”

Il battito del mio cuore è accelerato. Il respiro sempre più corto.

Quell’uomo di fronte a me. Deve essere stato sicuramente lui. Alzo lo sguardo con cautela e noto con sgomento che mentre ero in preda al mio attacco di panico, probabilmente lui era già sceso alla fermata precedente.

Nella mia testa è il caos. Voci e urla strazianti prendono il sopravvento sui miei pensieri razionali. Sto perdendo il controllo, sto mollando la presa.

Un passeggero si accinge a me. Non capisco ciò che dice. E’ un suono ovattato, lontano. E se fosse in combutta con il mittente del messaggio minatorio? La mia reazione è immediata: lo spingo con violenza e corro fuori dal vagone. Devo respirare.

Quella losca figura dallo sguardo penetrante e dalle vesti scure riappare. Mi sta seguendo, mi sta perseguitando.

Sfreccio come una saetta. Lo studio di Stan è poco lontano e solo lì sarò al sicuro. Via Gattenwick, 93. Pochi isolati da qui. Non sono mai stato un abile corridore né ho vantato particolari doti di resistenza fisica. Ma l’adrenalina del momento riesce miracolosamente a sostenere il mio istinto di sopravvivenza.

Citofono insistentemente e urlo a squarciagola. Sono completamente fuori di me. La voce della segretaria risponde flebile: “Terzo piano”.

“Singor Dave? Venga, venga pure.. La stavo aspettando”. Ho il fiato corto e non riesco a dire una singola parola. Le vene del mio collo sono gonfie come un pallone pronto ad esplodere. Vista annebbiata. Buio.

Al risveglio, non capisco esattamente dove mi trovo. I miei occhi cercano disperatamente un riferimento familiare. La stanza è del tutto asettica, di un bianco che mi acceca. C’è solo un orologio dal ticchettio alquanto disturbante. E una porta socchiusa.

Mi pare di sentire la voce di mia madre in lontananza. Credo stia piangendo. C’è anche Stan. I due conversano a bassa voce, ma riesco a carpire qualche loro frase. “Ancora con la storia della ragazza in metro?” – sì, è decisamente la voce di mia madre. – “ Purtroppo.. ma questa volta ci duole notare un peggioramento riguardo a…”. Una terza voce maschile li interrompe bruscamente: “Ha ripreso conoscenza”.

Stan irrompe nella mia camera. Sorride, ma intravedo in lui un velo di tristezza. “Buongiorno signor Dave.” Provo a rispondere ma mi fa cenno di ascoltare in silenzio. “Cerchi di rilassarsi e faccia meno sforzi possibili. Ieri ha vissuto un episodio schizofrenico molto aggressivo. La via intrapresa fino ad ora per la terapia sembra in realtà aver accentuato il suo disturbo. Pare difatti che l’elaborazione fantasiosa di questa donna immaginaria le abbia permesso di affrontare la sua paura dei viaggi in metro. Ma ci sono anche effetti collaterali. La mente è ancora troppo scossa per il suicidio della sua ex moglie, Eleanor, così agisce d’istinto per proteggerla da una realtà che la terrorizza. Crea, inventa. Vorrebbe permetterle di condurre una vita normale. Ma le rimane impossibile cancellare quel tormento. Glielo ripresenta periodicamente, sotto diversi aspetti del quotidiano. Lei vede persone che non esistono, signor Dave. E per assurdo, anche l’inganno cerebrale che non volendo mette in atto, ha vita breve. Si tramuta nei mostri che teme di più. Vede, quando è entrato nel mio studio in preda all’angoscia, lei mi ha riferito il contenuto del messaggio anonimo ricevuto sul suo cellulare. E’ alquanto paradossale il fatto che riportasse la stessa identica frase che sua madre le disse qualche mese dopo il suicidio di Eleanor. Lo aveva ferito profondamente. E lo è altrettanto il fatto che la sua fantomatica infatuazione metropolitana, sia scomparsa a pochi metri dal palazzo dal quale si gettò sua moglie. Ricorda? Rimase in mezzo alla strada per un’ora intera, senza proferire parola, totalmente di ghiaccio. Non si riusciva ad allontanarlo dal luogo della tragedia. Cerchi di rammentare, signor Dave. L’unico modo per sconfiggere il suo passato, è accettarlo.  Ripeta insieme a me la nostra filastrocca, signor Dave.”

“Vivere il presente

Il passato è andato

Non ingannare la mente

Ricorda ciò che è stato”

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