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1.

“L’atelier al momento ha solo 3 quadri. Qualitá, prima che quantitá”, mi dice il vecchio Simon. Come no. Come se ci fosse mai stato tutto questo gran mercato per arte astratta che assomiglia a vomito radioattivo.

No, non c’è mai stato un mercato per l’arte del vecchio Simon, men che meno adesso. Soprattutto adesso.

Però sorrido e sto al gioco: il vecchio Simon mi ha sempre trattato bene, dopotutto. Gli ho scheggiato la vetrina da bambino, giocando a pallone, eppure lui non si è scomposto, nè me l’ha fatta pagare. Mi ha solo fatto promettere davanti ai miei genitori che avrei scelto altri posti in cui giocare, lontano dal suo atelier.

E invece eccomi qui, anni o secoli dopo, che sto giocando ad un gioco diverso, ma dritto dritto nel luogo proibito. Stavolta, al vecchio Simon, potrei fare molti più danni, rispetto ad una semplice vetrina scheggiata.

“Prendi un caffè, Paul?”, mi chiede.

Io gli faccio cenno di no con la testa.

Lui sorride sorpreso. “Come no? Ti è sempre piaciuto il mio caffè! Te ne sei scolato un bel po’ quando eri piccolo!”

“Forse è quella la causa dei miei problemi di reflusso, allora”, replico seccamente.

Il suo sorriso gli muore in faccia. “Comunque, sì, qualche caffè ricordo di averlo bevuto, ma non così tanti”, aggiungo.

“Ah, ma sarai tu che non ricordi bene”, prova a insistere il Vecchio Simon. “Sei stato in questo posto tante volte. Ti ricordi di quella volta che col pallone-“

Lo interrompo subito. “Non ho mai giocato a pallone in vita mia, forse mi confondi con uno dei miei amici da ragazzo”

Non è necessario renderla più dura del previsto. Non è necessario rivangare il passato. È già dura così com’è.

Lui non riesce a ribattere nulla. Forse, solo per un’infinitesimale frazione di secondo effettivamente dubita della sua memoria.

Non dura: ben presto, posso capire dalla sua espressione che è tornato in sé, di nuovo sicuro di sé, del suo passato, della sua vita. Ma per un attimo l’ho fatto tentennare, ed è stata un’esperienza tremenda per il vecchio Simon. Posso aggiungerlo alla lista dei miei peccati da espiare.

“E il tuo amico invece prende un caffè?”, chiede Simon, ancora perplesso, rivolgendosi a Henry.

“Collega, non amico. E no, grazie”, ribatte Henry. Sono contento che abbia chiarito che non siamo amici. Se non l’avesse fatto lui, ci avrei pensato io.

È finito il tempo dei convenevoli, e il buon vecchio Simon lo sa. Gli small talk sulla sua arte e sui ricordi erano solo il tentativo di mettere toppe ad una falla grande quanto le nostre vite, un contenere il diluvio dei nostri tempi con secchi bucati.

È nervoso, il vecchio Simon, ma sa che è ora di passare agli affari. Se sono bravo, non si accorgerà che sono più nervoso di lui.

“Allora, quanto mi offrite per chiudere?”, chiede Simon, con un misto di rassegnazione e rabbia, malcelati dall’ennesimo suo sorriso finto.

È terribile. Quel che sto facendo è terribile…

2.

“Cos’è che fai?”

VSD, dovrei rispondere. Virtual Speed Dating. L’ultima frontiera in fatto di interazioni sociali frivole e superficiali, perfettamente venduta con un acronimo tanto accattivante, quanto vuoto.

VSD. Quasi come LSD. Solo che quelli che si facevano di LSD a volte qualcosa di profondo lo vivevano. Col VSD di profondo c’è solo la generale pochezza di contenuti, di tatto, di stile, di-

Se rispondessi che sto facendo un VSD alla mia attuale sparring partner (“Tempo rimanente 4:43, clicca qui per chiedere di prolungare la conversazione”), darei una meta-risposta, direi la verità, ma finirei anche con l’irritarla e farla andare via prima del tempo (“Esperienza negativa? Clicca qui per chiudere immediatamente la conversazione”).

Sono sicuro che dirò comunque qualcosa che la lascerà perplessa, lei cercherà a quel punto di guadagnare tempo per arrivare allo scadere, oppure, semplicemente, di piantarmi in asso.

È inevitabile, e non posso farci niente. La meta-risposta è invece evitabile, quindi tanto vale darne un’altra.

“Faccio…” – sto per dire “schifo”, ma anche questo tipo di umorismo è meglio evitarlo. “Faccio l’impiegato comunale. Sai, seguo pratiche, progetti, le solite cose”

Lei mi guarda, se possibile, ancora più confusa. “Cioè? Puoi essere più specifico?”

Niente, non c’è modo di evitarlo. Mi tocca confessare i miei crimini.

“Bè, al momento sto seguendo un progetto che consiste nella riqualificazione di aree urbane di Berna”

Ancora non ci siamo. Tanto valeva che le leggessi il Finnegann’s Wake.

“Insomma, faccio chiudere vecchie botteghe per far posto a nuove attività”

L’espressione sul volto della mia sparring partner muta dalla confusione al disgusto. “Cosa? E perché lo fai?”

“Bè, i rami secchi portano ben poco nelle casse comunali. Quante tasse pensi che possa pagare un povero in canna che vende cappelli usati? Mettici al suo posto un kebabbaro e, voilà, se lo stronzo è appunto stronzo e non abbastanza furbo da costruire un sistema di scatole cinesi che finiscono in qualche paradiso fiscale, ci sono più entrate per lui e, di conseguenza, più entrate per le casse del comune. Chiaro ora?”

“Capisco… capisco la logica del Comune. Ma tu nello specifico, perché lo fai?”

“Bè, che domande… un lavoro è un lavoro… e poi, sì, devo ammettere che non è piacevole fare il becchino di attività e persone che conosco da una vita, ma ha i suoi lati positivi…”

“Ah, sì?”, risponde lei, sempre più inorridita. “Per esempio?”

“Bè, diciamo che non tutte le botteghe a cui dovrò far visita appartengono a persone verso le quali sono neutrale o provo affetto. Magari guardo la lista e trovo l’attività di una certa persona… una persona che mi ha fatto del male, e quindi non devo l’ora di andare in quello specifico negozio, sprangarlo e sbattere la sua proprietaria sulla strada, sotto la pioggia”

Lei (manco mi ricordo il nome) annuisce, abbastanza incredula. “Ma… insomma, alla fine ti piace o no come lavoro?”

6 secondi rimanenti. È una domanda chiusa, da sì o no. Ha scelto bene, per usare il tempo a disposizione. Di prorogare non se ne parla, lo sappiamo entrambi.

Io però faccio la solita faccia da poker. Fino a che…

Tempo scaduto.     

Altro giro, altra giostra. Non se n’è andata prima del tempo, wow! Questo sì che è un successo!

E il discorso stavolta non è nemmeno finito sui rischi di diluvi a Berna, con conseguente inondamento di negozi, che io li chiuda o meno.

Si tratta, dopotutto, di un argomento importante, ergo, non adatto al VSD.

3.

Una ventina d’anni fa, piovve molto a Berna. Certo, non è che quella sia stata l’ultima o l’unica volta che abbia piovuto intensamente. Per esempio, anche adesso sta piovendo, sta piovendo da un po’, chissà quando smetterà. È solo che quella volta di venti anni fa me la ricordo bene, perché tanti negozi che si trovavano nel seminterrato furono inondati.

Come il buon Hans e il suo negozio di ciarpame – timbri, bolle di sapone, gatti di ceramica che salutano e così via.

Tutti quegli oggetti sfidarono la logica comune e cominciarono a fluttuare – se uno non si fosse accorto dell’acqua, oltre ad essere scemo forte, avrebbe scambiato quella disobbedienza alla normale gravità per magia.

Tutto fluttuava in quel luogo che all’improvviso sembrava più profondo della Fossa delle Marianne, (ir)raggiungibile solo con le scale che dalla strada scendevano, in maniera ripida e irregolare, verso il cuore di Berna. Un cuore che grondava acqua.

Ricordo il buon vecchio Hans (non così vecchio, allora) che piangeva e si disperava, mentre cercava alla bell’è meglio di pescare qualche oggetto che non era andato troppo a fondo.

Sapete come sono i bambini, spugne (vendeva anche quelle, il vecchio Hans) che assorbono tutto, carta copiativa (anche quella disponibile) su una tabula rasa (idem, quanta te ne serve?) – così mi misi a pescare anche io, gettando le mani in quel pantano senza fondo, e riemergendo con tesori modesti – riuscii a pescare timbri ormai inutilizzabili e bottiglie di bolle di sapone aperte dall’acqua scrosciante – non ci sarebbe stata alcuna bolla, il sapone si stava diluendo all’infinito in un’enormità di liquido che non aveva alcun bisogno di essere lavato.

Che pazzi, che siamo stati. Io, a copiare i gesti scriteriati di Hans. E Hans, che a ripensarci ora, avrebbe potuto scivolare e finire laggiù, nel suo negozio, diventato per l’occasione una bara aperta. Senza contare che continuava a piovere, e presto forse anche il porticato di Berna e tutta la strada circostante avrebbero potuto traboccare d’acqua. Sì, era improbabile forse, ma non impossibile.

Perché stavo pensando ad Hans? Ah sì, perché l’indomani sarei andato da lui. E non stavo veramente ricordando, stavo sognando, come ci tiene a farmi sapere la sveglia.

Vorrei zittirla, chiamare al lavoro e darmi per malato. Vorrei davvero, come Hans voleva recuperare i frammenti della sua vita all’interno di quei numerosi metri cubi di acqua. E – come Hans – il mio volere è destinato al fallimento.

Poco dopo, io e Henry visitiamo la bottega del vecchio Hans.

Ci aspetta con la stessa ansia con cui si aspettava i soccorsi, circa vent’anni fa. Soccorsi mai arrivati, ovviamente. Chissà come se la sbrigò, allora. Chissà quando è tornato alla normalità, il negozio. Così come Hans. Forse, mai.

Sì, Hans ci attende come gli angeli salvifici, eppure non siamo così diversi da quella calamità naturale venuta quasi a seppellirlo. Anzi, noi siamo quella calamità, quel diluvio, quel muro d’acqua venuto a crollargli addosso, a spezzarlo come un fuscello e a trascinarlo via. E non ci fermeremo all’altezza del gradini, nossignore.

Forse la pioggia difficilmente potrà coprire le arcate e sommergere le strade di Berna, ma noi possiamo, oh sì, siamo qui per questo – qui per portare la furia del tempo, lo scorrere incessante della storia, per affondarvi e far emergere il nuovo che, gioco forza, non siete voi, come il caro vecchio Hans qui presente.

Mi sorprendo a guardare muri e fessure, cercando segni di umidità lasciati da quel Diluvio bernese. Grosso errore. Henry ne approfitta per lasciarsi distrarre a sua volta.

Sta guardando gli yo-yo e le calcolatrici che si rifiutano di andare oltre le 4 operazioni basilari. Io non ho bisogno di contemplare la vita di Hans – ciarpame era, e ciarpame resta. In vent’anni, la vita delle persone non migliora di certo – degrada, si corrompe, ma col cavolo che migliora.

“Buffo, eh?”, dice Henry.

“Cosa?” – Hans è perplesso a quell’uscita. Comincia a capire, forse, che c’è poco di salvifico, in noi.

“Che oggi basta comprare un oggetto,per averne tanti altri inclusi dentro. Qui siamo all’opposto. Il concetto che se vuoi una calcolatrice, ne compri una – e se vuoi una torcia, ne compri una –è davvero affascinante. Avevo dimenticato che le cose fossero andate così, un tempo”

Ci manca solo la filosofia spiccia del mio collega, che rischia comunque di valere più di tutti gli oggetti qui presenti messi insieme. Ci siamo fermati anche troppo, per cui faccio cenno ad Henry di andare, e lui a malincuore annuisce. Non prima, però, di notare una foto appesa sul muro dietro la cassa. Una delle poche cose non in vendita in questo posto.

“Quella foto risale alla grande pioggia di 30 anni fa?”, domanda Henry.

Hans sorride, amareggiato. “È stato più vicino ai 20 anni fa. E sì, quelli siamo io e alcuni amici del quartiere che stiamo drenando il locale. Devo dire che quella volta fu davvero dura. L’acqua qui dentro arrivava poco più sopra delle ginocchia”

Henry rimase a bocca aperta. “Ginocchia? Ehi, Paul, ma non mi avevi detto mentre arrivavamo qui… che…”

“Basta!”, lo interrompo, stufo della situazione. “Ha firmato l’accordo, non abbiamo più nulla da fare qui, per cui andiamocene!”, taglio corto.

Hans ha ragione, ovviamente. Agli occhi di un bambino, tutto è più esagerato. Un sogno che ripercorre un episodio dell’infanzia, poi, non ti dico a che vette (o profondità) di esagerazione può arrivare.

Vorrei dire che è tutto lì: un sogno, un ricordo fanciullesco. Vorrei che fosse così semplice.

Vorrei non pensare costantemente a negozi colmi d’acqua.

Vorrei non vedere costantemente persone che stanno affogando, senza che loro se ne rendano conto.

Vorrei non essere l’unico apparentemente consapevole di tutto ciò. Io non posso dirlo. Chi mi crederebbe?

E così devo fare finta di niente, mentre gli altri intorno a me camminano anziché nuotare.

Altro giro, altra giostra.

4.

“Cos’è che trovi particolare a Berna e che non c’è altrove?”, mi domanda la sparring partner di turno al VSD.

Vorrei rispondere che a Berna i ritmi sono più calmi, che é una cittadina che ti giri a piedi, tranquilla ma con i suoi angoli bizzarri, quando vuoi.

Vorrei dire questo e altro, ma sarebbero solo patetiche bugie.

“Bé, quello che mi capita solo a Berna è di vedere gente e locali sommersi dall’acqua. Voglio dire, può capitare, no? Soprattutto nei tanti tipici seminterrati… o forse ha a che fare con i soffitti bassi… in alcuni portici quasi ti devi abbassare, per non sbattere con la testa… viviamo in piccole scatole, e le scatole si possono riempire…”

Lei rimane interdetta. “Ehm, stai scherzando, vero?”

“No. So bene che non è reale e non c’è nulla da temere. Ma ho comunque queste… non lo so, visioni? Il termine mi sembra esagerato… immagino, ecco, mettiamola così – immagino luoghi chiusi o solo apparentemente aperti, riempiti d’acqua… oppure persone coperte fino al collo dal mare, mentre attraversano al semaforo, per metà guardando un’onda e per metà su asfalto concreto… immagino tutto questo, e capita solo a Berna”

“E perché vieni a dirlo a me? Questo é un appuntamento, teoricamente, non una seduta psichiatrica!”

“Ehi, sei tu che l’hai chiesto. Non domandare, se non vuoi davvero sapere!”

Mi pianta in asso. Che sorpresa!

Qualche appuntamento dopo, l’argomento ritorna. La tizia nel monitor in questo caso non mi prende chiaramente sul serio. “Figo, in pratica sogni di essere come il Capitano Nemo!”

Eppure, in quella sua battuta, c’è molta più verità di tante affermazioni “serie” che di solito le mie controparti esprimono basate sul “ti dovresti far vedere da uno bravo” o “vai a farti fottere”.

“Bè, ora che ci penso”, rispondo, “il Capitano Nemo era un misantropo. Forse è questo che ci accomuna”

Lei ride, stavolta meno convinta, poi esce dalla chat prima del tempo con una scusa.

Ventimila leghe sotto i mari. Mi chiedo se almeno laggiù si possano trovare dei sentimenti autentici.

5.

Oggi l’agenda proponeva inizialmente il negozio di marionette. Non esiste proprio, è troppo presto. Ho convinto Henry a spostarlo. Il meglio per ultimo. La vendetta va preparata per bene.

E così, oggi mi tocca invece il negozio a tema floreale, che non c’era ai miei tempi. Intendo, nell’età dell’innocenza, ammesso che io sia mai stato innocente.

Sciarpe floreali, asce dal manico floreale, palloni floreali, persino un paio di crepe nel muro sono state decorate con fiori.

Alexa – credo che la titolare barra pseudo artista si chiami così – non c’era ai miei tempi, è arrivata dopo, molto dopo. Il suo negozio è un’anomalia nella mia lista – non si tratta di un’attività vecchia di lustri o decenni, ma ha in comune con le altre l’assurdità della merce in vendita – ci sono già tante cose inutili da comprare, chi cazzo va a spendere soldi su un oggetto decorato da fuori dipinti?

Mancando anche qualsiasi debole legame nostalgico-affettivo, e preso dalla rabbia per il dovere essere io a chiudere quest’assurdità – quando dovrebbe pensarci semplicemente il Fato o il Mercato – le propongo un’offerta più bassa di quelle standard, un’offerta ridicola, ben oltre l’offesa.

Alexa non ci sta. “Non sono in vendita. E poi, con questi soldi che ci faccio? Non mi state mettendo nelle condizioni di affittare nemmeno un bagno chimico. Dove dovrei esporre i miei oggetti, se me ne vado da qui?”

Henry, bontà sua, prova a intortarle qualche banalità. Io mi guardo attorno. Non importa, vorrei ribattere ad Alexa. Non importa dove andrai, tutti questi colori, tutta questa positività, tutto verrà inghiottito dall’acqua. Non lo senti quanto piove, fuori? Non accenna a smettere…

Henry è riuscito a renderla solo più nervosa. A questo punto, qui c’ha detto male, tanto vale andare via. Non le puoi vincere tutte, e altre stronzate del genere.

Nel vederci andar via, Alexa si zittisce. Prova a calmarsi. Poi, quando siamo quasi sull’uscio, ingoia il suo orgoglio. “Aspettate! Se aumentate l’offerta, anche di poco, accetto!”

Henry sorride. Sta per prendersi l’impegno. Lo stoppo prima che sia troppo tardi. “No, l’offerta di prima non esiste più”

Henry mi guarda stupito e prova a sussurrarmi qualcosa. Non mi importa. Lui è il mio angelo custode o, più cinicamente, quello con esperienza messo a controllare il novellino. Ma comando io, quindi le cifre le stabilisco io.

“Bene, fammi una nuova offerta”, ribatte con aria di sfida Alexa.

“Quanto sei disposta a pagarci?”, le chiedo.

“Cosa? Io… pagare voi?”

“Certo”, insisto. “Il protocollo prevede un’offerta, diciamo, standard, che però hai rifiutato. Ora sono libero di fare qualunque offerta. E, guardando ‘sto posto, dovresti essere tu a pagarci per porre fine alle tue miserie. Tra 2-3 mesi al massimo chiuderai comunque, quindi perché dovremmo pagare noi per un qualcosa di inevitabile?”

Alexa non crede alle sue orecchie, così come Henry. Solo che Henry mi farà solo una ramanzina, dopo. Alexa si dirige all’ascia dal manico floreale. La parte non decorata di quell’oggetto è ancora letale. “Andatevene via, SUBITO! Prima che vi tagli a metà la testa!”

Henry le crede, e corre. Io non cambio passo. Non potrebbe fregarmene di meno.

Non smette di piovere. Per quanto tempo ancora le nostre fragili strutture terranno la pioggia confinata lì fuori? Prima o poi tutti gli argini cederanno, e allora tutti quei fiori, quei colori – non potranno nulla, sott’acqua. Nessun colore brilla sott’acqua.

6.

“Okay, ammettiamo che sia tutto vero, che non mi stai prendendo in giro. E se queste visioni di luoghi inondati non fossero altro che un modo di riempire di significato un posto che per te non ce l’ha più?”, mi domanda la mia più recente “conquista”.

Vedi, per la legge dei grandi numeri, al VSD ogni tanto becchi pure una conversazione con una parvenza di senso.

“E invece quale sarebbe il significato delle persone che si muovono noncuranti in mezzo a onde gigantesche?”, chiedo io, ben sapendo che, intelligente o meno, difficilmente in questa sede si farà luce su alcunché.

“Non lo so. Depressione?”

Gesù Cristo, è riuscita a farmi arrabbiare. Ce ne vuole, eh!

“Quanto vorrei che la gente non buttasse lì quella parola con la stessa facilità con cui si fa un selfie con le labbra a culo di gallina, o come l’ennesimo ‘Ti amo’ sparato a caso. Ora, io sono quello che sono, ma la depressione è una cosa seria, centinaia di milioni di persone ne soffrono e devono prendere farmaci per questo. Io c’avrò tanti problemi, ma se riesco a reggere una conversazione con un’oca giuliva senza bisogno di assumere farmaci, bè, forse c’è ancora speranza per me!”

“Io sarei un’oca giuliva? Guarda che ho fatto degli studi al riguardo, so quello che dico!”, ribatte lei, piccata.

“Ah sì? Ce l’hai ancora lo scontrino della laurea? Dalla indietro, và! Preferisco quelle che mi accannano subito o che girano intorno all’argomento, rispetto a una che si mette lì volenterosa nel volerlo sviscerare, e riesce comunque a mancare il punto di chilometri!”

Dopodichè chiudo. Per una volta, sono io a farlo. Che liberazione. Adesso capisco come si sentono tutte le altre quando sono loro a chiudere con me.

“Riempire di significato”. Che idiozia. È proprio il contrario. Si tratta di sommergere i vecchi significati, le vecchie storie. Sommergerle di nulla di specifico, come l’acqua.

Sono io quell’inondazione. Sono io che inondo il passato. Io che sommergo i significati delle vite delle persone con il nulla.

7.

Bè, il bello o il brutto dell’essere direttamente invischiato in questa storia, è che posso ammirare in prima persona i risultati del mio lavoro.

Molte delle botteghe che ho visitato sono proprio sulla strada di casa mia. Forse nemmeno Henry, il mio fido controllore, si rende conto di quanto io sia coinvolto da questo progetto.

Mi chiedo se però Henry abbia notato i miei vicini, quando passiamo qui. L’ha visto anche lui, quello sguardo accusatore nei miei confronti, quel “quoque tu”, traditore che non sono altro?

Non lo so, e poco importa. Per quelli come Henry, questo è un lavoro come un altro. Coordinare gli addetti al tagliaerba o tagliare i rami secchi commerciali e sociali, poco cambia.

Chissà se Henry e gli altri colleghi sono così distaccati solo per via dell’esperienza che li ha resi sordi al dolore, o perché semplicemente non sono coinvolti quanto me?

Sarebbe bello, consolante, se la prima ipotesi fosse quella corretta. Vorrebbe dire che tra 5-10 anni, lavori come questo faranno un baffo alla mia ulcera emotiva; vorrebbe dire che è solo questione di tempo.

Sarebbe bello se bastasse solo quello, il tempo. Perché l’alternativa è ben peggiore – sono chiaramente convolto, adesso, ma, in fondo, cos’è che non mi coinvolge, quando si tratta della mia città?

Se questo orrido presente dovesse continuare nella sua marcia trionfale verso il peggioramento continuo, al Comune potrebbero anche decidere che è ora di chiudere un po’ di utenze idriche ai poveracci, no? E se dessero a me questo compito, mi sentirei bene a farlo, semplicemente se fosse in un altro quartiere? Davvero l’esperienza renderebbe questo incarico meno disgustoso?

Ma sto divagando, e nel frattempo passo proprio davanti al Comune, con casa mia che è nel segmento di strada successivo.

Era nel mio destino, il Comune: innumerevoli volte ci sono passato davanti, diretto a casa. Non avrei mai immaginato che un giorno mi avrebbe provocato dei sussulti solo nel vederlo. Mai immaginato che potesse diventare il luogo di un delitto sociale e morale. Nessuno bada mai a questi aspetti, quando si fanno bilanci e analisi costi-benefici. Nessuno stima mai, per dire, il costo di un artigiano che improvvisamente non può più mettere insieme il pranzo con la cena e da lì –

(Incredibile come quasi tutti i negozi abbiano già passato la mano a catene di fast food, catene di moda, catene di oggetti… catene e basta…)

– da lì il poveraccio porta le tensioni a casa, discussioni, urla –

(E io che usavo i vecchi negozi come punto di riferimento… casa mia era tra il posto di libri usati e il barbiere – non barber shop, un barbiere tradizionale, di quelli dove si alternano tagli a schitarrate e pezzi di batteria, dove i clienti che aspettano contribuiscono a suonare la loro miglior versione possibile di “Another brick in the wall”… ecco, casa mia era lì, tra queste due attività così specifiche, così evidenti…)

– e alla fine magari la famiglia si sfascia, si arriva ad una separazione o ad altri traumi… chi è che paga allora, eh? –

(Non trovo casa mia… non trovo casa mia, cazzo! Ho perso tutti i riferimenti, so che l’ingresso è qui, su questa strada, ma non so dove… il negozio di waffle e quello di caffè sono troppo recenti, non possono aiutarmi, nessuno può… sono già 3 volte che percorro l’intera strada e ancora nulla… aiuto! Aiuto!)

Poi mi sveglio. Era solo un incubo. Non ne ho fatti molti, durante questo progetto, sono riuscito a tenermi freddo e distaccato. Forse ora sto cominciando a cedere perché ci siamo.

Ci siamo, nel senso che è quasi finita.

Ci siamo, nel senso che presto dovrò andare nel negozio di marionette di Tina. L’unico buon motivo per aver accettato quest’incarico del cavolo. La vendetta. Il negozio di marionette di Tina.

Ed è esattamente questo che mi dice Henry, un paio d’ore dopo, quando il disagio e l’ansia dell’incubo stanno sfumando.

“Abbiamo quasi finito, Paul. Che ne dici se oggi iniziamo con quel negozio di… che roba è… ah, sì, marionette?”

Il negozio di Tina. “No. Non solo non voglio iniziare con quello, ma manco passarci in giornata. Quello sarà l’ultimo dove andremo”

“E perché?”, chiede incuriosito Henry.

“Il meglio alla fine, sai come si dice”, rispondo, cercando di prodigarmi in un sorriso che sembri il meno possibile finto. Non so quanto ci riesca.

Henry è chiaramente ancora più curioso e fa altre domande. Non c’è problema. Sono un maestro nello schivare il mio passato, dovrebbe essere chiaro a questo punto…

8.

Trovo buffo quando le squinzie qui sul VSD scrivono sul loro profilo che sono epicuree. Cos’è, credono nella deviazione casuale degli atomi? Ah no, probabilmente si tratta di un modo alternativo di appellarsi al carpe diem, se non proprio al libero allargamento delle gambe.

Comunque, la squinzia che mi ha fatto incavolare l’ultima volta è di nuovo qui, pronta a parlare con me.

L’algoritmo deve aver fatto cilecca stavolta, dato che se non scatta la scintilla, difficilmente rimette allo stesso tavolo virtuale 2 persone che hanno già parlato.

Ecco cosa intendo per epicureo. Questo è un evento epicureo. Una deviazione casuale di atomi che si muovono in microcircuiti di silicio. Un glitch. Un errore. Un imprevisto. Sono quasi emozionato. Non capita tutti i giorni di uscire dai binari.

Lei si chiama Anja. Parlare una seconda volta con lei mi obbliga a ricordare il suo nome, “ehi tu” non è più adeguato.

Si apre la chat e lei sembra meno sorpresa di me. Provo a biascicare un saluto (ehi, nulla di tutto questo è normale, cioè, chi cavolo incontra una stessa persona 2 volte, al giorno d’oggi?), ma lei non me lo consente! Parte in quarta, senza formalismi. Comincia a piacermi, Anja.

“Ascoltami, cafone”, (Non è un buon inizio), “Visto che sei andato sul personale, l’ultima volta, ho pensato alla nostra conversazione. Probabilmente la mia ipotesi riguardo le tue strambe visioni era sbagliata – che cioè tu stessi cercando di riempire di significato luoghi che non ne hanno più. La tua reazione, per quanto maleducata e scomposta, sembra suggerire questo, con sincerità. La sincerità è l’unico aspetto positivo della tua sparata”

“Mi scuso per il modo in cui ti ho risposto”, sento qualcuno dire in modo umile. No, non è qualcuno. Sono io. Strano…

“Sì, bè, me ne frega tanto delle tue scuse. Comunque, ho un’altra teoria: con le tue visioni di inondazioni, stai solo esternalizzando un processo interiore. I luoghi sommersi e sprofondati non sono quelli reali, sono quelli dei tuoi ricordi, del tuo passato. In qualche modo, stai cercando di fare affogare chi eri, di togliere qualunque significato e legame al tuo passato”

Resto a bocca aperta.  

“Poi, l’altra parte, quella delle persone che si muovono in un misto di scena reale e mare che le travolge, con indifferenza, ancora non mi è chiaro, ma non ti devo nulla. A te scoprirlo se vuoi, da solo o con un aiuto. Mi scuso solo per il riferimento alla depressione, se quello ti ha offeso”

“È strano che il sistema ci abbia fatto re-incontrare”, riesco solo a dire.

“Nessun sistema. Ti ho cercato io. È possibile cercare le persone, qui, anche se non lo fa quasi nessuno, meglio affidarsi al caso”

(O al moto casuale degli atomi. Forse siamo davvero epicurei, dopotutto)

“Ma non ti montare la testa. Ti ho cercato solo perché dovevo rimetterti al posto tuo. Ciao!”

“Aspe-“

Non riesco nemmeno a finire. Ha staccato.

Sono un po’ sconvolto. Che fine hanno fatto quelle asettiche chiacchierate sul VSD? Quelle che si muovono esclusivamente in un’area di comfort insensibile, quelle che ti ricordano il sapore della plastica.

Anche se devo dire che è stata una bella sensazione, un po’ come quando fai scoppiare una pustola. Fa schifo e male, all’inizio, ma poi ti rendi conto che è una bella sensazione, liberarsi di quel dolore, di quella tristezza, di quella malinconia.

Non far esplodere la pustola, passandoci solo l’acqua, non aiuterebbe a nulla.

(Non so più se sto parlando della pustola, del passato o di entrambe le cose)

9.

Ed eccoci qua. Il meglio per ultimo. Il negozio di marionette di Tina.

“Perché hai voluto lasciartelo come ultimo posto dove andare?”, insiste Henry, evidentemente non convinto dalle mie balle e mezze risposte.

Forse dovrei dirglielo, che Tina è la mia ex, che siamo stati insieme a lungo, che abbiamo convissuto, che è finita male e che la vendetta è un piatto che va servito freddo.

“Andiamo, un negozio di marionette? Chi cazzo compra le marionette al giorno d’oggi? Sono stanco, in questo periodo ho lavorato troppo, per cui ho pensato che era meglio lasciarmi un caso facile per ultimo”

Stavolta sembra che io abbia fatta centro. Henry se l’è bevuta. E io?

Entriamo. Non c’è nessuno dentro, ma parte il “ding dong” attivato dalla fotocellula. Tina non ha bisogno di essere qui per tutto il tempo, avrà sì e no 2 o 3 visitatori al giorno, da quel che ricordo. E se solo uno di loro compra una marionetta, è un mezzo miracolo.

Ma questa era l’attività del nonno e poi del padre. Ora tocca a lei, anche se non l’ha mai avvertita come un peso.

No, per lei questo negozio è una delle sue tante attività, uno dei suoi tanti interessi. Lovely Tina. Quanto cazzo mi manca, ancora dopo tutto questo tempo. Vorrei non provare questa tristezza, questo senso di vuoto, vorrei…

Tante attività per Tina, sì, ma questa ha chiaramente un valore speciale.

Sicuramente sarà nel retro, nel piccolo giardino a badare alle sue piante, oppure semplicemente a godersi un caffè con i gatti, seduta sull’altalena.

Il “ding dong” l’avrà ormai raggiunta. Posso vederla chiaramente, la mia Tina di Schrödinger: sta piantando le zucchine, sente il “ding dong”, fa un sospiro, si asciuga le poche perle di sudore sulla fronte e si alza da terra – no, sta dondolando pigramente, sorseggiando il caffè e richiamando a sé i gatti, che forse la ignorano, forse no (ah, quante possibilità, mio caro Schrödinger), quando le giunge il “ding dong”, con lei che dice ai gatti di stare tranquilli, guarda la tazza per valutare se può finire in un ultimo sorso il caffè rimanente o dovrà lasciarlo per dopo (altri mondi paralleli, Crisi sui Cuori Infiniti) e infine si alza.

Immaginerà di chi si tratta? Dovrebbe aver sentito dagli altri negozi e dai vicini di questi 2 avvoltoi che vanno in giro a fare offerte affinchè attività storiche e di nicchia chiudano per fare posto alla modernità e a un flusso di entrate più stabili per le disastrate casse comunali. Se sono fortunato, avrà saputo anche che ci sono io di mezzo. In fondo è anche per questo che ho lasciato il negozio di marionette per ultimo. Volevo che Tina sapesse che sarei passato.

Volevo che Tina sapesse che questa è la mia vendetta.

“Pensi che ci sia qualcuno che verrà, qui?”, mi domanda Henry.

Non ho nemmeno il tempo di dirgli “Oh, sì, fidati”, che Tina entra dalla porta interna.

Dal suo sguardo capisco che mi aspettava, anche se è in parte… cosa? Sorpresa? Delusa? Arrabbiata?

Fuori piove parecchio. Piove da un bel po’.

Cos’è che provo io, invece? Rabbia, per aver amato la persona sbagliata? Malinconia, come un fantasma che si aggira sui luoghi che gli furono cari in vita? Delusione a mia volta? Tristezza? Sì, sicuramente tristezza.

Non facciamo in tempo a dire alcunché, che la mia visione infine si realizza.

L’inondazione non era una stramberia, frutto di stress o altro. L’inondazione era una premonizione. E ora è qui, è reale.

La pioggia del mondo di fuori ci sorprende all’improvviso, ricordandoci che dobbiamo fare i conti con la natura implacabile, altro che soldi e sentimenti traditi.

Non ce n’eravamo accorti, mentre davamo le spalle al mondo di fuori, ma l’acqua aveva cominciato a passare sotto l’uscio della porta e le finestre rivelavano ora un mondo meno trasparente, più opaco e liquido.

Tina l’aveva invece notato, guardando in quella direzione. Ecco la ragione del suo sguardo, non c’entravo niente io e quello che c’era stato tra noi.

Ma Tina non ha avuto il tempo di avvertirmi. La porta è stata forzata e le finestre si sono frantumate, il tutto all’unisono, sotto una pressione insostenibile.

Un mare si è riversato nel locale, e da lì non c’è stato più nulla da fare.

Le marionette hanno nuovamente preso vita, animate non da fragili e caduche mani mortali, no, quelle le avrebbero condannate, come sempre, a vite brevi; questa volta, è una forza della natura a muoverle, ad agitarle – una forza immensa e perenne.

Questa volta le marionette non si fermeranno più.

Mentre tossisco e mi accorgo di non riuscire più a respirare, mi passa davanti la marionetta di un vecchio sorridente col bastone.

Ora potrà ridere per l’eternità, mentre i ruoli si invertono sul chi vive e chi muore, tra noi 2.

Henry e Tina sono alle mie spalle, non riesco più nemmeno a scambiare un ultimo sguardo con loro, mentre mi accascio.

Spero che si siano messi in salvo, che abbiano avuto il tempo di prendere la porta interna, anche se ne dubito.

L’acqua ha riempito ora il locale completamente, e io sto galleggiando nel nulla, morendo. Non provo nulla, e so che resterò così per sempre.

“Paul, ti senti bene?”, mi chiede Tina.

Alla fine, ho scelto che anche questa fosse una visione. Sarebbe potuta essere vera, se avessi voluto. In fondo, la scelta era tra quel totale annichilimento – di tutto, incluso il mio dolore – o il dover fare i conti con ieri, oggi e domani, con questa tristezza, con questa persona davanti a me che è stata più importante della mia stessa vita.

Sarebbe stato facile e semplice affogare tutto, non sentire niente. In fondo, è quello che faccio da un po’. Perché dovrei smettere proprio ora?

Anche Henry mi guarda preoccupato. Non è certo la prima volta, da quando abbiamo iniziato questo progetto, ma credo che anche lui capisca che oggi è peggio del solito.

Guardo le marionette dell’uomo dalla testa di Sole e quello dalla testa di Luna.

Mi sentivo un Sole con te, Tina, luce costante, calda, rassicurante, tempi splendenti e splendidi.

Poi sono diventato quella marionetta di Luna. Mani che reggono una testa sformata a spicchio, troppo fantasiosa per essere reale. Luna che illumina solo di riflesso, che accompagna paesaggi bui, freddi, silenziosi. Spicchio di Luna, una forma che ricorda la falce della morte. Ecco la mia metamorfosi, il mio passaggio di stato. Luce, giorno, caos, vita; buio, notte, silenzio, morte.

Ma vivere è un atto di coraggio, stare al Sole richiede volontà, perché la luce acceca, brucia, ferisce. Ci vogliono coraggio e forza, e io voglio vivere, voglio smetterla con questo letargo dei sentimenti, voglio smetterla di affogare il mio dolore.

È tempo di far uscire il pus.

“Tina, noi… siamo qui… noi siamo qui per…” – non ce la faccio, sento che la mia voce è rotta, sto iniziando a piangere.

Mi precipito fuori. Ha smesso di piovere, finalmente. Finalmente, sta uscendo il Sole.

Henry potrebbe continuare anche senza di me, ma si scusa con Tina e mi raggiunge fuori, sotto i portici. Per una volta mostra un po’ d’umanità e mi lascia sfogare.

Quando finisco, parliamo un po’. Mi aiuta a schiarire le idee, a capire cosa fare.

Alla fine, dopo circa una mezz’oretta, rientriamo. Tina è rimasta lì, nonostante il forte richiamo del giardino e dei gatti. Troppo inusuale come giornata, per perdersela.

Adesso sto bene e la mia voce è decisa, ma qualcosa è comunque cambiato. “Tina, siamo qui per farti un’offerta…”

Lei se lo aspettava, ma rimane spiazzata. Pur riconoscendo quelle parole e dove vogliono arrivare, lei si attendeva odio, rabbia,vendetta, dietro quelle parole. Cavolo, persino io volevo tutto ciò. Invece c’è qualcosa di inedito nella mia voce – qualcosa che sa di sollievo, di pace, di perdono, di un abbandonare i ricordi spiacevoli per dare risalto solo a quelli belli.

Sorrido e, per la prima volta da non so quando, il mio è un sorriso autentico, solare, quasi che riscalda.

La tristezza è ancora lì con me, ma non è più Tina, quella tristezza, è spersonalizzata, ora, e si può sorridere anche se tristi, in fondo va bene così, perchè di sicuro, non si può sorridere da morti.

Per quanto difficile, il resto della conversazione procede in maniera civile e senza momenti spiacevoli.

È finita.

10.

È finita, penso mentre dipingo una scena familiare: 5-6 persone (i contorni sono vaghi, arte che imita la realtà) attraversano la strada al semaforo fuori la stazione di Berna. In primo piano, un ragazzo sta fissando il cellulare, mentre una donna affianco a lui ha un comportamento civico più responsabile, guardando la strada mentre attraversa.

Né il ragazzo, né la ragazza, però, si accorgono di essere minacciati da un’incombente onda di qualche misterioso mare, non visibile nel quadro, dove si può vedere solo la parte terminale di quest’onda, che copre parzialmente il ragazzo e fa ombra alla ragazza.

È uno dei quadri della serie “Mare di Berna” e, mentre lo dipingo, non provo angoscia.

Mi chiedo se sarà apprezzato, se riuscirò a venderlo. Alla fine, ho deciso di licenziarmi da quel lavoro schifoso e mettermi in proprio.

Sono tornato a dipingere, dopo anni, e ho aperto il mio Atelier, rilevando uno dei negozi più fragili dove il proprietario aveva già mollato prima che arrivassimo noi.

E così, eccomi qua, una bella inversione a U: partito come dipendente comunale in versione sciacallo che fa chiudere negozi particolari per far aprire l’ennesima insensata catena, mi ritrovo dimissionario e di nuovo aspirante artista, in un negozietto che frutterà poco che niente alle casse comunali.

Chissà quando riceverò la visita dei galoppini che avranno lo stesso incarico che abbiamo avuto io e Henry?

Scherzi a parte, mi piace pensare di aver lanciato un segnale con questa scelta. Di aver ricordato che le realtà locali e particolari contano, e spero che in molti possano seguire il mio esempio, e tutti insieme invertire la rotta –

(Suona la sveglia)

– troppo bello, eh? Troppo bello se questa non fosse un’altra delle mie visioni mista a sogno e a pensieri, prima del risveglio.

Un esempio, come no. Ci mancava solo che mi girassi verso la telecamera immaginaria e ammiccassi al pubblico non presente, mentre mi ergevo a paladino del nulla.

Quale matto andrebbe a rinunciare ad un lavoro sicuro per buttarsi in una totale scommessa? Magari, aggiungendoci pure il predicozzo sopra.

Bè, non io, signori. Anche questo posso dirlo a favore di telecamera, se solo ce ne fosse una.

Non io.

La realtà è molto più dura e complessa di scenette idilliache.

11.

Mentre mi reco al lavoro, pronto a iniziare un nuovo progetto, ripenso alla chiacchierata con Henry, fuori il negozio di marionette.

(“Lasciato per ultimo perché era il più facile, eh? Quasi quasi non si direbbe…”)

Ma quando ha visto che stavo ancora piangendo, si è ammorbidito e mi ha dato un po’ di tregua.

Poi…

(“È chiaro che senti un legame con questo negozio, così come con gli altri che abbiamo visitato…”

“No, assolutamente, è solo –“

“È solo un bel niente! Niente più balle, Paul. Tu sei un ragazzo della Berna vecchia, dell’Altstadt, lo sanno tutti in ufficio. Non ci vuole mica Sherlock Holmes per capire che questo progetto ti avrebbe suscitato delle emozioni…”)

A quel punto, per quanto volessi, non aveva più senso continuare a negare.

(“Bè, se dobbiamo parlare apertamente… sì, l’ho sofferto, il dover tradire e ferire persone che conosco da anni e anni. Far chiudere luoghi della mia infanzia non è esattamente piacevole”

“Credo che tu ti sopravvaluti, Paul”

“Cosa?”

“Mi hai sentito. Guarda che tutti questi negozietti facevano fatica già anni fa, quando l’economia andava bene. Anni di magra hanno messo alla prova tutti, figurarsi loro. Molti di questi negozi oramai stanno aspettando solo un filo di vento per crollare. Noi siamo stati quel filo di vento”

“Sì, bè, scusami se queste parole non mi consolano, Henry…”

“Io credo che chi ha chiuso – chi ha accettato le nostre proposte, avrebbe chiuso comunque. E poi tutti, indistintamente, sono stati fortunati a ritrovarsi te come negoziatore”)

Detto ciò, Paul aveva sorriso. Il non capire dove volesse andare a parare mi aveva distratto dalle sensazioni che mi avevano spinto al pianto.

(“Che intendi?”

“Intendo, caro Paul, che tu sei stato un pessimo negoziatore. Io svolgo questo tipo di progetti, basati sul formulare offerte, da anni – anche se per fortuna raramente con questo impatto sulle vite delle persone, ma, ehi, è il segno dei tempi. Comunque, ho imparato a capire chi è disposto a cedere, e lì non ha senso offrire tanto, e chi invece è un osso duro, e in quei casi bisogna mettere di più mano al portafoglio. Tu, da questo punto di vista, sei stato un disastro: hai offerto cifre da capogiro a chi avrebbe detto comunque “sì” anche a un quinto dell’offerta, e sei stato tirato con chi non voleva mollare, e quindi hai finito per invogliarlo ancora meno”

“Mi sembra un quadro troppo irrealistico”

“Ah sì? Peccato per te che io ero lì ad osservarti e a prendere note. Ti ricordi il negozio a tema floreale? Quella donna voleva chiaramente mantenere la sua attività, ma ha avuto un momento di debolezza. Tu le hai ridato forza con la tua seconda proposta ridicola secondo la quale avrebbe dovuto essere lei a pagare noi”)

A quel punto i miei occhi erano di nuovo asciutti. Possibile? Possibile che fossi riuscito a passare attraverso tutte quelle prove senza sporcarmi indelebilmente?

(“Uno potrebbe quasi dire che questo era tutto un tuo piano dall’inizio. Il ragazzo che salva i negozi storici del suo quartiere”)

No, così era troppo. Non era chiaramente vero.

(“Non c’è stato nessun piano, Henry, davvero. Niente più balle. Non avevo nessun piano. Stavo cercando solo di portare a termine un progetto nel modo più professionale possibile”)

A quel punto, Henry aveva sorriso di nuovo, indicandosi il capo.

(“Chi lo sa, Paul. Magari l’hai fatto inconsciamente. Ce ne sono di cose che succedono qui, nella nostra testa”)

Eh sì, ce ne sono di cose che succedono nella mia testa. Tipo, visioni di inondazioni a Berna. Chiaro.

(“Henry… quindi… scriverai nel rapporto che non sono stato performante?”

“Nahhh! Certo, non posso scrivere che sei talmente bravo da meritare una promozione, ma la butterò in politichese… gap da colmare, margini di sviluppo, bla bla. Era un progetto del cavolo, comunque, e mi hai fatto un favore, a tenermici esposto solo in maniera indiretta, quindi ti sono debitore, suppongo”)

E aveva chiuso con un occhiolino.

Poi eravamo rientrati nel negozio di Tina, dove avevo iniziato il mio viaggio di redenzione e perdono. Dopo tanto tempo, mi sentivo di nuovo vivo. Ma sono sicuro che sappiate a cosa mi riferisco.

(Ora sono io che faccio l’occhiolino)

12.

Il sogno di qualche giorno fa, dove aprivo un atelier a mia volta, era troppo irrealistico, ma alcuni elementi erano validi.

Ho ripreso davvero a dipingere e ho già composto alcuni quadri della serie “Mare di Berna”, incluso quello con i pedoni che attraversano la strada con l’onda che incombe su di loro, proprio come nel mio sogno.

Qual è il significato? Bè, è arte, ci penserà qualcun altro a trovarci un senso, se proprio ne varrà la pena.

E a proposito di persone che cercano significati, è ora di collegarmi al VSD, il sempreverde e sempre necessario Virtual Speed Dating, per cercare una ragazza che vorrei conoscere nel mondo reale e, soprattutto, lentamente.

Anja, ricordo il nome. Chi cerca, trova, e sono contento che a volte la realtà sia banale come questo detto.

Certo, Anja potrebbe anche non accettare di riparlare con me. In quel caso, le sarò comunque grato per avermi tirato un paio di ceffoni virtuali che mi hanno fatto un po’ risvegliare. Sarebbe un peccato se i miei modi l’avessero allontanata, ma se così fosse, lo considererei il prezzo necessario del mio crescere, purtroppo.

Invece no, accetta. Stavolta è lei ad essere sorpresa.

“Bene, bene, guarda chi si rivede… che fai?”

Io mi irrigidisco un attimo, ma poi riesco a tornare rilassato. Se fino a ieri questi erano tempi nuovi, oggi per me sono tempi nuovissimi.

“Uhmmm… visto che sei così deduttiva e perspicace, ti dico che c’è una domanda molto più importante di questa…”

Lei è incuriosita. Ci pensa su, ma solo per un attimo.

Quant’è intelligente. E bella.

“Giusto… chi sei?”

“Oh, finalmente. Pensavo che nessuno me l’avrebbe più chiesto…”

E così le rispondo.

Dopo, è lei a dirmi chi è. E da lì si va avanti, essenzialmente.

Essere, è questa l’essenza di tutto.

L’essenza.

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