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Il signor Pancrazio Verdelli si spense nel sonno di una pennichella pomeridiana, quando aveva circa sessant’anni. Nella sua vita era riuscito a fare solo del bene, senza mai, dico mai, commettere un peccato che contravvenisse al Decalogo datoci dal Padreterno.

Infatti, sin da bambino, aveva sempre onorato Dio e pronunciato il Suo nome solamente nelle preghiere, dedicandoGli inderogabilmente il riposo domenicale; non aveva mai contrariato Beppino e Anita (i suoi genitori), amandoli fino al loro ultimo giorno; non aveva mai ucciso nemmeno una mosca; l’adulterio non sapeva nemmeno cosa fosse, essendo ancora illibato; non aveva mai sottratto nemmeno una caramella dal vaso di porcellana istoriato ed ereditato dalla mamma che riposava da sempre sul tavolo da fumo in soggiorno; non aveva mai pronunciato false testimonianze né desiderato alcunché che non fosse stato suo, benché avvantaggiato in ciò da una lauta eredità che gli aveva consentito di non lavorare e di dedicare tutto il suo tempo ad aiutare don Zenobio nella parrocchia di Santa Maria delle Frasche Pingui.

Fu così che, giunto in Paradiso, venne accolto da una schiera di angeli addetti all’ospitalità. Il più regale tra loro arrivò spingendo su di un carrello un enorme tomo, che avrebbe dovuto contenere, scritti sulle decine di migliaia di pagine di carta velina, i peccati commessi da Pancrazio e in base ai quali sarebbe stato alloggiato lassù in Cielo. Ogni pagina, disse l’eterea creatura prima di iniziare la consultazione, corrispondeva a un giorno di vita del buon uomo.

Sia Pancrazio, ma soprattutto gli angeli, restarono esterrefatti nello scorrere l’imponente volume, poiché le pagine erano tutte completamente bianche; nessuna traccia nemmeno di un’azione cattiva nell’arco dell’intera vita. Fu così che l’angelo capo si rivolse allora preoccupato al Verdelli: “Innanzitutto mi complimento con Lei; però qui emerge un problema logistico: infatti gli alloggi dei beati sono ripartiti a scendere in senso verticale a partire da quello migliore, dedicato a quel santissimo uomo che abbia commesso un solo peccato in vita sua. L’uomo senza peccati, come pare essere Lei, non è stato contemplato. D’altronde anche il posto del peccato unico e molti altri sottostanti sono ancora liberi e mai nessuno, nemmeno i santi, se ne sono guadagnati il merito.”

Dopo alcuni istanti in cui rimase assorto, l’angelo capo disse che si sarebbe assentato qualche minuto per conferire con l’Altissimo sulla soluzione da adottare. Infatti a breve tornò e queste furono le sue parole: “Il Signore le ha concesso una deroga. Le permette di tornare in vita per due ore e fare almeno un’azione cattiva. Poi morirà di nuovo e potremo finalmente sistemarla al meglio”.

 

Pancrazio si riebbe vivo e vegeto nel suo letto quando il sole iniziava appena a calare e campeggiava in alto, ancora bello luminoso, sull’orizzonte offerto dalla finestra della camera. Un’ora se ne andò mentre il nostro uomo pensava con ansia a cosa avrebbe potuto fare di male. La santissima condotta mantenuta fin da bambino non gli dava spunti nemmeno per cattive intenzioni.

A un certo punto però sentì cantare la melodia del Premio Giovani di Sanremo alla signora Biffi. Costei era una povera casalinga, malvestita, in evidente sovrappeso e con la perenne ricrescita di capelli scuri d’un paio di mesi sulla testa giallo-tinta, che sopportava per ignoranza e abnegazione uno sterile matrimonio con un uomo alcolizzato e violento. Nell’ultimo mese, grazie anche all’arresto del bruto, aveva ripreso, come in passato, ad offrirsi sfacciatamente al povero e imbarazzato Verdelli, mostrandogli le sue vergogne dalla porta spalancata di casa sua nel corridoio del piano terra, forse eccitata anche dall’evidente inesperienza in cose amorose del pio zitellone.

Pronto ora ad approfittare della lussuria di quella “donna d’altri”, dopo essersi lavato, profumato e ben agghindato col solito vestito da cerimonia, Pancrazio notò che era passata un’altra mezz’ora. Doveva fare presto.

Fu così che bussò alla porta della Biffi e il resto venne da sé in un lampo. La sua perdita post mortem della verginità non fu un’esperienza travolgente. Anzi, tutto l’amplesso gli parve essere stato condotto dalla forza impersonale della natura. Nulla di così memorabile che giustificasse la mania per il sesso di tanta gente.

Una volta rivestitosi, con l’accompagnamento dalla tormentosa melodia sanremese che la donna continuava a cantare dal bagno, restò disteso sul letto, attendendo i pochi minuti che lo separavano dal morire di nuovo, nel costante e compulsivo controllo dell’ora sul suo cellulare.

Quando ormai mancava un solo minuto allo scadere delle due ore di vita concesse, egli si fermò sull’uscio della Biffi e si girò per salutarla. La donna lo baciò spontaneamente e, guardandolo fisso negli occhi con intensità, gli disse: “non sai quanto bene mi hai fatto”.

Fu allora, tra la vita e la morte, che il Verdelli capì di non avere più né un posto in terra né un posto in Cielo.

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