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Continuava a guardare il suo boccale di birra senza bere. Una Brooklyn Brewery lager. Ormai era diventata una brodaglia. Da due ore ormai si scrutavano. La schiuma bianca e soffice quasi traboccante dei primi secondi era evaporata o forse si era sciolta nella birra stessa. Anche le goccioline di umidità che stillavano sul vetro si erano esaurite sul sottobicchiere, che prima si era inzuppato e dopo si era scolorito. Erano solo loro due. Il bicchiere e lui. Un duello senza testimoni. Una partita a porte chiuse. Si, è vero, il locale pullulava di gente, ma lui non conosceva nessuno per fortuna. Non era il suo pub. Ognuno poteva essere chiunque. La barista, una prosperosa mora, gli chiese più volte qualcosa che nemmeno ricordava di preciso ed ebbe in cambio sempre la stessa risposta.

“Se non do fastidio.”

Fastidio non ne dava. Era lì, al tavolino più nascosto del locale, dove al massimo potevano sedersi due persone. Ma lui era solo con la sua birra da due ore. Continuava a guardarla. Come se si aspettasse da un momento all’altro che quella iniziasse a parlare. A tratti gli sembrava di sentire la sua voce.

Che cosa aspetti. Bevimi. Prendimi e portami alla bocca. Prima un sorso piccolo. Poi, dopo che il sapore ha invaso le pareti del palato, puoi anche inondarti. Fammi scendere lungo la tua gola, lasciami andar giù. Tranquillo non devi fare nessuno sforzo se non quello di estendere l’avanbraccio, aprire il palmo e richiuderlo attorno al bicchiere. 300 ml e il boccale, pesano meno di mezzo chilo. Anche se non sei uno sportivo puoi sollevarmi facilmente. Poi mentre mi svuoto il peso diminuisce. Mi alleggerisco ed anche tu. Potrei dirti che sono la migliore ma ti mentirei, non sono spillata da una botte di rovere e non sono nemmeno al doppio malto. Fino a poco fa ero in una latta gigante. La barista, si la maggiorata, mi serve a centinaia di clienti per sera. Ma non essere geloso. Questo boccale è tutto per te.

Si rese conto che forse la sua mente aveva preso vita propria contro le sue volontà. Non riusciva a controllare la voce della birra. Allora decise di pensare ad altro. Si ma cosa?

Allora provò a inscenare una rissa.

Poteva prendere il boccale e rovesciarlo in testa a quella gattamorta che continuava a fare le fusa al riccioluto energumeno del tavolo di fianco. Lo stesso che gli aveva preso il parcheggio per invalidi. Forse il suo ragionamento era un pregiudizio, d’invalido il tizio aveva di certo il cervello. E poi anche lui non era invalido, ma portava comunque l’auto di suo nonno con il patacchino che gli dava accesso alle ZTL e alla sosta quasi ovunque. I due inscenavano un teatro disgustoso. Il tipo portava una camicia aperta dalla quale s’intravedevano i segni della ricrescita dopo essersi depilato il petto e lei gli puliva i punti neri dal naso.

“Ma cosa..?”. Molto probabilmente ci sarebbero stati dei secondi di scollamento dalla realtà.

Così senza alcun motivo uno sconosciuto rovescia una pinta di birra sulla testa di una ragazza. Superati quei secondi d’impasse, sarebbe partita la rissa. O meglio, l’esecuzione, perché lui, rammollito, non avrebbe saputo tirare nemmeno un pugno. Le avrebbe prese di santa ragione. Immaginava già l’impatto del jet nello stomaco. Ancora, non mi sono fatto niente. Ed ecco uno spintone e uno schiaffone a palmo aperto, con le cinque dita che si stampavano sul viso facendogli ballare i molari mal messi. Finalmente il dolore. Talmente forte che anche nell’immaginazione sentiva il calore a posteriori dell’impatto. Meglio pensare ad altro.

Allora immaginò di andare sotto casa della sua ragazza quasi ex, per cantargliene quattro. Fantasticò di uscire dal locale, nella sua mente doveva diluviare, ma era una tranquilla serata di primavera limpida. Chiuse gli occhi e finalmente arrivò la pioggia. Torrenziale. La giacca s’inzuppava immediatamente. E anche la testa. Viveva a meno di un chilometro, o forse a oltre dieci ma per il momento bastava un chilometro. Con la pioggia avrebbe impiegato una decina di minuti. Quanti millimetri di acqua possono cadere in dieci minuti, nello spazio di mille metri? Si perse in conti surreali, immaginando formule mai esistite. Quanti secchi avrebbe potuto riempire con tutta quell’acqua? E se fosse stata birra?

Basta, non era quello a cui voleva pensare.

Allora si concentrò e ritrovò la strada di casa di Ermelinda. Via Giotto finiva su una piazzetta chiusa al traffico ma aperta al parcheggio selvaggio. Non serviva alcun permesso. Avrebbe suonato il citofono senza sosta. Voleva incollare il pulsante con un chewing gum che non aveva. Allora nel suo viaggio virtuale ebbe la necessità di fermarsi a un bar. Entrò sgocciolando tutta la pioggia sul pavimento tempestato di segatura. Un euro e venti per un pacchetto di gomme da masticare. Cavolo in tasca solo una banconota fradicia da cinquanta. Tenga, mi deve un euro e venti. La barista era stata clemente. Era la gemella della prosperosa.

Doveva masticare il giusto altrimenti la saliva avrebbe reso poco appiccicante la cicca.

Eccolo il citofono Ermelinda Caruso, la donna più bella di tutta Treno, venuta direttamente da Mondragone per rubare il cuore di tutti i roveredani. Eccola al balcone in vestaglia. Con chi stava facendo l’amore? Eccola che inveisce contro di lui nel suo dialetto campano. Terrona. Da dieci anni al Nord e ancora non ha perso il suo accento. “Sei rimasta una sguaiata. Incantevole vaiassa. Radiosa.” Ed ecco le altre finestre che si aprono e altra gente che si affaccia al balcone. “Si affacciatevi tutti” – urlava – “siete in fila?”

“Scusi… scusi… vuole che le cambi la birra? Ormai sarà imbevibile….”

Si sieda per favore. Resti qui con me. Posso parlarle? Vorrei dirle delle cose. Cosa? Ehm… Vede quel tipo lì. Mi ha appena sferrato un gancio micidiale allora per non sentire il dolore sono uscito di corsa nonostante la pioggia e sono andato direttamente sotto casa della mia (ex) ragazza e le ho cantato tutta la mia rabbia. Come potrà notare non ho messo nemmeno una virgola nel periodo precedente. È che sono un po’… come dire, un po’. Un po’ è basta. E adesso ho bisogno di compagnia. Lei cosa fa dopo la chiusura? No, sia chiaro non le chiederei mai di venire a letto con me. Anche perché direbbe di no, quindi ci farei solo una figuraccia. Lei è così bella in quest’abito (cos’è tradizionale della baviera?) il seno sembra voler esplodere. Le chiederei però di indossare qualcosa di meno inquietante. Ho solo bisogno di essere ascoltato. Mi deve lasciar parlare. Di tutto e di niente. Come adesso. No, non sono un maniaco e può star ben sicura che domattina sarà integra come lo è adesso.

“No, lasci pure questa… Se non do fastidio.”

Era quasi riuscito a tirare fuori i suoi pensieri, quelli veri; poi si era perso dietro il lei. Troppa distanza. Se vuoi approcciare una ragazza di nemmeno trent’anni non puoi usare il lei. Anche se vuoi solo parlarci.

E così la ragazza, quasi delusa, tornò al bancone chiacchierando e probabilmente raccontando di quello strano tipo che da due ore contemplava il suo boccale senza nemmeno aver lasciato le impronte digitali. Se era un killer non avrebbero avuto nessun indizio.

Guardò l’orologio. Un vecchio analogico della Citizen al quarzo. Di quello ‘anni ottanta’ che s’illuminano al buio. Non riusciva a cambiarlo. Allora aveva sostituito già tre cinturini in quindici anni. Si alzò davvero stavolta, pagò con una banconota da venti che non ricordava di avere, pur non avendo consumato nulla e s’immaginò il cassiere e la procace che si guardavano senza capire. Camminò per meno di un chilometro stavolta, non era necessario prendere l’auto e si trovò dinanzi ad un portone. Aveva già posato il dito sul citofono ma prima di suonare immaginò la scena.

“Sono quattro mesi, due settimane e tre giorni che non bevo.”

La birra sul tavolino.

Devo dargli una risposta prima di suonare.

Ritornò indietro sperando che il boccale fosse ancora lì.

Niente.

Allora la cameriera. Una richiesta strana. “posso restare solo con il fusto?”

“Devi sapere che non sono mai stato impavido. Non ho mai fatto a botte perché le avrei prese di santa ragione. Mi sono sempre defilato per la paura del sangue. Non ho mai fatto questione con nessuno, troppe noie. E poi basta poco per incutermi timore. Figurati che la mia ragazza mi ha tradito con un condominio intero e non ho saputo lasciata. Adesso aspetto le ventuno perché se arrivo prima a casa so già che non la trovo da sola. E prima ho un appuntamento.”

Allora una voce senza corpo: e le tentazioni?

“Sono tante ma le combatto.“

“Guardare e non toccare? Chi diceva che l’unico modo per liberarsene è cedervi?”.

“Stronza!”

“Ah così sei scorretto…”

“Sono esattamente tre minuti che non bevo. Però sono qui; ho vinto il timore di entrare. Ero tentato di venire ma ogni volta mi fermavo con il dito sul campanello. Così mi sono detto l’unico modo per liberarsi da una tentazione è cedervi. Non sono mai stato impavido…”

Qualche informazione su inverosimilmente

Mi chiamo Salvatore Improta, (on line con il nickname Inverosimilmente). Sono nato a Napoli nel 1979, vivo a Bologna dal 2001 e lavoro a Rimini dal 2015 come responsabile di Sistemi di Gestione. Sono un accanito lettore, figlio di un litografo - casa dei miei genitori è invasa da carta stampata. Tra i miei autori preferiti... Saviano, Auster, Fante, Ammaniti, Brizzi...mi fermo solo per questioni di spazio.
Mi sono avvicinato giovanissimo alla scrittura, in primo luogo di racconti brevi.
BRUCIA è il mio secondo romanzo (il primo ad essere pubblicato) è disponibile dal 15 novembre tra gli e-book della grande famiglia Geeko!

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