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L’AVVERSARIO

 

In questo momento, lontano più di duecentosettanta chilometri da Roma, vedo due piccioni litigare per quelle ultime molliche che gli ho gettato a terra, li vedo battere le ali con cupidigia contendendosi il misero premio come fosse oro, studio pazientemente la loro particolare aggressività: è la prova che le persone non sono per nulla dissimili dagli animali e che il loro comportamento non riesce a controllarsi se è l’istinto a sopraffarli, soprattutto quando gli viene concesso ciò di cui più hanno bisogno.

Li vedo mangiare con ingordigia quel che può definirsi l’essenziale e sono proprio io a soddisfarne l’appetito, una caratteristica di cui posso andare fiero dopo quasi vent’anni passati a viziare le menti deboli per insinuarmi nei loro pensieri e nelle loro abitudini… Ed ecco che il sole spunta dietro i profili delle abitazioni cogliendo il mio sguardo mentre continuo ad attendere in questa panchina, attendere che tutto si compi allenando le mie capacità soltanto restando a guardare.

Mi accorgo che i due piccioni hanno spazzolato il resto delle briciole, e ora che hanno consumato quel pasto ondeggiano con il becco alla ricerca di altro cibo, sembrano spaesati, perplessi, forse anche un po’ delusi, proprio come accadrà con i miei avversari, mi sorprendo a pensare mentre tossisco a causa dell’enfisema polmonare che mi porto dentro. Che peccato, ha reso la mia voce sempre più flebile e roca, il corpo un cadavere che si trascina, e ora che ho superato i sessant’anni mi trovo costretto ad accettare che la giovinezza e la salute di prima mi hanno lentamente abbandonato.

Per quanto lo scorrere del tempo sia inesorabile, mi ha comunque permesso di esaudire ogni desiderio poiché, ho imparato, la pazienza uccide gli ostacoli e la puntualità, quella sì, è la lama più affilata contro gli invadenti intrusi che possono bloccarti il cammino. Anche ora, nell’immobilità e senza alcuno sforzo a parte questa insopportabile tosse, la preziosa puntualità sta incalzando l’evolversi degli eventi che rotoleranno naturalmente verso l’obbiettivo da conquistare… Ecco, come da prevedersi il cellulare sta squillando, un segnale che ha sempre il suo fascino, un suono che porta ad alzarmi raccogliendo la valigetta che di lì a pochi minuti avrei personalmente consegnato e, nel mentre, portarmi il cellulare davanti agli occhi. Riconosco subito il numero del mio informatore lampeggiare sulla schermata decidendo, quindi, di non farlo attendere: a differenza di me, quell’uomo è tutt’altro che paziente.

«Non credevo avrebbe accettato» gli dico non appena mi porto il telefono all’orecchio senza riuscire a trattenere un sogghigno compiaciuto e attraversando con totale pacatezza il Lungarno.

Un secondo di silenzio. «Detto da te è sorprendente» mi risponde poi con voce profondamente impostata: anche se la sua posizione domina il gioco, non ha dimenticato con chi sta trattando e si sta concentrando nel rispondermi adeguatamente. «Temevi davvero che Antonio fosse così sprovveduto?»

«Semplicemente, ho sempre preferito non dare nulla per scontato» lo seguo velocemente con la voce, anche se mi raspa la gola. «L’incontro è confermato?» gracchio decidendo di tagliare corto.

«Ovviamente. Tra qualche minuto raggiungerà il Ponte Vecchio»

«Lo batterò sul tempo: sono praticamente arrivato»

Chiudo la chiamata bruscamente, come detta il mio stile, e già vedo di sbieco slanciarsi la magistrale bellezza del Ponte Vecchio, uno dei simboli più importanti della città e il primo ponte della sua storia. Lentamente mi insinuo nel corridoio vasariano mescolandomi tra la gente con garbata indifferenza, tutto è movimentato: i passanti, gli artigiani nelle botteghe con le vetrine chiuse da spesse porte di legno, persino i raggi di luce, opacamente filtrati dalle nuvole, ondeggiano irrequieti su quel passaggio simile in tutti gli aspetti a un viottolo qualunque; ma non è così, sotto di me scorre l’ Arno e qui sopra scorrono miriadi di individui troppo distratti per potermi riconoscere. Quindi, proseguendo esco dalla strada per ritrovarmi nelle terrazze panoramiche del ponte, la luce diviene più forte e, arrivando al punto d’incontro, raggiungo il busto monumentale di Benvenuto Cellini.

Esitando, mi guardo intorno per individuare, per prima cosa, gli agenti che hanno messo a disposizione nel caso qualcosa dovesse non andare come previsto. Ne vedo già tre, sono ben piazzati e con le dita fisse sull’auricolare, poi mi adocchiano e fanno un’impercettibile cenno di capo; ma subito dopo rilevo che anche qualcun’altro ha posizionato le sue pedine: un frate barbuto si sta consultando con due suore troppo giovani e belle per esserlo davvero, e il frate è troppo serio, troppo composto… E’ evidente che anche Antonio non ha voluto correre ulteriori rischi. Lo sta già facendo, in realtà, perché ha voluto a tutti i costi essere personalmente presente al luogo della consegna esponendosi così deliberatamente in pubblico, una decisione che davvero non comprendo da una persona così intelligente come lui. Il nostro segretario, di contro, ha affidato quella faccenda a me, o meglio non poteva fare altrimenti, perché di rado sono stato ben incorniciato su uno schermo televisivo. Sono quel tipo di negoziatore che ogni partito vorrebbe avere all’interno del suo organico, questo perché sono entrato in innumerevoli porte e saltellato per anni tra un partito e l’altro, il mio compito era ed è sempre lo stesso: decidere e negoziare, un potere ancor più rilevante di quello di un leader. Antonio, però, sembra non far uso di questa tradizionale gerarchia, perché deve in ogni circostanza essere l’unico vero dio.

Nonostante questi pensieri, sorrido leggermente, poi con sottile distrazione mi soffermo ad osservare il volto marmoreo dell’illustre scultore che ho ancora di fronte, osservo l’espressione traslucida di quegli occhi vuoti quasi che intendano comunque parlarmi, sussurrarmi pensieri intimi e profondi; nel mentre la terrazza è lambita da un leggero brusio multilingue, nessuno sembra interessato a me, nessuno che io possa subdolamente scorgere con la coda delle pupille ancora fissate su quelle del Cellini si avvicina all’area della mia muta contemplazione. Passa un’istante e il volo fulmineo d’un gabbiano distoglie la mia attenzione sull’effige per dirigerla al parapetto della terrazza gremita di persone. Solo in quel momento mi accorgo che c’è una sagoma perfettamente immobile in mezzo a quegli animati individui, la quale dandomi le spalle è anch’essa appoggiata sui gomiti al parapetto per godersi beatamente la vista del panorama illuminato dai riflessi dell’Arno. Indossa una camicia di seta blu, e anche se non vedo il suo viso subito riconosco la nuca brizzolata di Antonio Coletti. Allora, mi vince un gorgoglio di rabbia: com’è possibile, mi chiedo, che sia arrivato prima di me? Mi avvicino a lui, evitando di formulare risposte a quesiti troppo scomodi, a farmi domare dall’impulso, ma rammentarmi invece che è solo la pazienza l’ arma migliore. Sì, la migliore rappresaglia che si possa elaborare. «La luce ambrata comincia a schiarirsi» lo sento mormorare una volta averlo affiancato, fortunatamente non appena alcuni turisti si sono allontanati. Cerco di mantenere un’espressione vacua sulla vastità dell’orizzonte. «Firenze si sveglia del tutto a quest’ora della giornata» conclude.

«Come anche a Roma, suppongo» rispondo con il mio inseparabile e rauco accento del nord. Lo guardo e mi sembra che al suono della mia voce si sia leggermente intirizzito.

«Qualcuno ci sta notando?» chiede sussurrando e ora ha cambiato espressione, sembra più tesa e seria.

Sorrido ancora una volta, la mia è una beffa elaborata per innervosirlo ancor di più, poi poso con delicatezza la valigetta ai suoi piedi. «Nessuno che noi non possiamo controllare, onorevole Coletti» rispondo sarcastico.

Senza nemmeno adocchiare la valigetta, si volta di scatto, il suo sguardo è improvvisamente bieco e finalmente possiamo guardarci in faccia, siamo l’uno di fronte all’altro, due uomini privi di maschere: non possiamo indossarle quando è l’ avversità dettata dal potere a legarci dal profondo. «Ho solo poche parole per lei, dottor Almiranti» mormora infastidito, una reazione che, devo ammetterlo, desideravo avidamente. «Rispetti il nostro patto con meticolosa attenzione, se una sola parola raggiungesse le orecchie dei media non esiterò a rovinare una volta per tutte il vostro presidente e il partito di cui fa parte. Come ben sa, siamo il primo partito, potremmo vincere e rispedirvi in panchina se solo volessimo».

Il mio sorriso non si smuove di una virgola. «Eppure, se ora è qui, sembra che abbiate comunque bisogno di una tregua, le pare?» gli dico con enfasi mentre lui mi guarda a fondo senza riuscire a scorgere il minimo senso di paura. «La smetta con questa pagliacciata» aggiungo poi sbuffando annoiato e preannunciando così l’elenco delle sue imperterrite dichiarazioni: «“Noi siamo il primo partito”, “Noi siamo il popolo”, “Noi manderemo tutti i disonesti a casa”… Cazzate, Coletti, e lei lo sa bene, sa che per mantenere l’equilibrio di questo paese occorre salvare il popolo da se stesso ed accontentarlo con quegli inganni che, in un modo o nell’altro, ha sempre ben accettato. La verità è che siete stati troppo ingenui, nel tempo la gente vi ha analizzato più da vicino e, ora che vi è stato gettato un po’ di fango, state rischiando persino la spaccatura; e non mi convinca che non siete veramente mai scesi a compromessi, il sistema non lo permette a chi è in politica, ecco perché avete accettato la nostra proposta, anzi lo ha fatto lei di persona. Un gesto coraggioso che apprezzo davvero, mi creda».

Mi fermo per un momento, ho il fiato corto per aver parlato così tanto.

«Ho accettato solo perché non avevo altra scelta» incalza impulsivamente lui. Sento che è furioso. «Abbiamo un sindaco indagato e questa notizia in tutti i giornali ci ha profondamente diviso. Non potevo essere così incosciente da non negoziare, anche se non lo avrei mai fatto a camere chiuse: non c’è niente di meglio di un luogo pubblico per essere entrambi sulla stessa barca, le pare?».

Continuo a sentire il fiato appesantito, comunque non voglio mostrare debolezza: cerco di mantenere il respiro regolare e deglutisco appena per abortire un conato di tosse. Riesco, ma solo perché mi sono massaggiato con forza la gola. «E comunque è certo che il sistema non lo permette» riprende a dire dopo un momento di silenzio, sapendo che non avrei risposto, poi espira a fondo, quietando i suoi bollori «almeno per ora, dottor Almiranti. Per ora, manterremo le nostre posizioni. Inoltre, ora è essenziale che il paese venga governato, in un modo o nell’altro, non che rimanga in mano ai commissari tecnici».

«Giusta osservazione, come anche giusto venga governato da noi» incalzo velocemente, la mia gola può consentirlo. Adesso devo essere diretto e tagliente. «Questo è il patto: avremo tutti il nostro posto, senza scavalcare i ruoli già da molto tempo prestabiliti, andare oltre significherebbe il caos; saremo noi a vincere le prossime elezioni e non dubito che riuscirà a riunire il suo partito, lei ha talento». Mi avvicino di più, prendo fiato e continuo sussurrando maliziosamente: «talento e intraprendenza che ha venduto molto bene e più di altri politici nepotisti. Sì, sono sicuro che saprà regolarsi, onorevole Coletti».

Fa per dire qualcosa, ma si trattiene con non poca difficoltà, dopo di che afferra con uno scatto la valigetta sotto di sé e si allontana. Che insolente! Crede davvero di farla così facile? «Ma si ricordi una cosa» continuo improvvisamente, facendolo bloccare e, poi, voltare seccato. «Se il patto non venisse rispettato, popolo o no, sarà nei guai seri, onorevole, e di fango ne abbiamo sempre a disposizione».

A meno di quattro metri, sento un leggero singhiozzo uscire dalla sua bocca e quasi non riesco a credere che si tratti di un sogghigno. «Il solito fango annacquato di corruzione, dottor Almiranti?» chiede con quel fastidioso tono di sufficienza. «Se così fosse, voi affondereste con noi».

Il suo contrattacco è fin troppo ragionevole, ma so comunque rispondere: «No, si tratta del fango del passato, Antonio».

Il suo ghigno scompare in un lampo, perché ha perfettamente capito a che mi riferisco, e chiamarlo bruscamente per nome, come aprendomi confidenzialmente con lui, è stata la mossa perfetta: colpito e affondato. «Sarebbe davvero spiacevole che si riaprisse il caso di Veronica Cossa a seguito di nuove prove…» recito disinvolto. «D’altronde, l’unico fatto certo sulla sua scomparsa è che lei è stata l’ultima persona a vederla. Le consiglio di rifletterci sopra».

Tutto sembra essersi immobilizzato, i turisti, il suono del loro brusio, persino i gabbiani che volteggiano in cielo. «Sono passati quindici anni e non ero nemmeno in politica… Dovrei essere spaventato?» chiede dopo un attimo infinito e il suo labbro inferiore sembra tremare.

«Dovrebbe stringermi la mano» affermo con sicurezza, e non mi sorprendo dell’imprecazione che stringe tra i denti quando alzo leggermente il braccio; ma lui ha già voltato le spalle e sta dileguandosi dal ponte per lanciarsi nel risucchio dei passanti, così velocemente che il frate e le due suore non hanno nemmeno il tempo di stargli dietro.

Così, rimango ad osservarlo in lontananza mentre si fa strada, sembra un’automa inarrestabile programmato per sviare ogni tipo di emozione, per sviare i suoi ammiratori che, riconoscendolo, cercano di parlargli, di stringergli la mano o di acclamarlo. Lui, però, riesce ad oltrepassarli senza degnarli di alcuna attenzione, e quando i suoi agenti lo raggiungono il resto degli insistenti viene definitivamente liquidato.

È inverosimile e allo stesso tempo stimolante per me dover riconoscere quanto quest’uomo riesca a guadagnarsi l’ammirazione anche dal suo peggior nemico, il quale io rappresento in tutto e per tutto: ho potuto constatare, dopo cinque anni da vice-segretario, che Antonio Coletti è stato l’unico avversario capace di smascherare ogni nostra debolezza, capace di toglierci milioni di voti e, nonostante i continui attacchi, capace di obbligare il nostro Segretario a offrirgli una ricca tangente; un avversario vero, diverso da tutti gli altri, la cui pericolosa caparbia è stata erroneamente sottovalutata. Ora non più: la stima non sempre è sinonimo di appropriazione e so per certo che un personaggio come lui, che in pochi mesi è riuscito a dimostrare l’incapacità dei politici negli ultimi vent’anni e screditare il nostro potere, non si può controllare nemmeno con cinquecentomila euro in contanti; per questo l’unico accordo da rispettare è quello tra me e il mio informatore, la persona che ci ha consegnato una perfetta e schiacciante soluzione al problema, un colpo di fortuna che, come sempre, è arrivato nel momento più opportuno. «Consegna avvenuta» gracchio al telefono, dopo aver composto il numero. «E’ ora che tenga fede al tuo impegno».

Dall’altra parte il respiro del mio informatore sembra essersi arrestato. «Stai sereno, Giuliano» dice poi con un tono appagato. «Già da ora, Antonio è fottuto».

Sto tornando indietro, il viottolo è ora ancor più animato ma la luce si è di nuovo attenuata. «Starò sereno solo quando lo vedrò rovinato: quando tornerà a Roma lo voglio su tutti i giornali».

Il mio informatore riprende a respirare. «Saprò accontentarti» mormora cupamente prima di attaccare.

Ovvio che avrebbe saputo come accontentarmi, su questo non ho alcun dubbio: non sono il solo a voler togliere di mezzo un piccione scomodo e, mentre esco furtivamente dal ponte seguito dagli agenti travestiti da turisti, la sensazione dei raggi mattinieri del sole che lambiscono il mio viso è a dir poco estasiante; il calore della luce, così rinvigorente, è per me un premio all’intransigenza e i colori che creano sono per me un plauso alla vittoria.

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Due cose su Ivano Petrucci

Sono un artista poliedrico diplomato presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, mi occupo di pittura e di scrittura.
Sono stato fondatore dell’Associazione Culturale Art & Ground fino a Dicembre 2015.
Ho pubblicato con Montag Edizioni il mio romanzo d'esordio, uno psycothriller dal titolo “Romanticus Dei”, novembre 2016.

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