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LO SPETTRO

Immagina la verde prateria al centro di quel bosco dove la stai incontrando ancora una volta, la calda brezza di un pomeriggio di giugno lambirle i lunghi capelli castani che in lontananza li vedi svolazzare sbirciando da dietro un albero, e ti accorgi clamorosamente che è sdraiata ad osservare il cielo chiazzato da rade nubi tinte di bianco. Anche lei si accorge di te, forse avvertendo ancora una volta il tuo disagio, tutte quelle emozioni che tieni dentro, tutte quelle parole che ancora non le hai detto, ma non può di certo sapere che la tua sola preoccupazione sono gli abiti troppo puliti che hai indossato per l’appuntamento e che forse avresti potuto presentarti con vesti più sportive.

Comunque, Jenna ti aspetta e mentre calpesti l’ erba umida del terreno man mano ti appare così bella con i suoi occhi azzurri strizzati in un frizzante sorriso come se fossero abbagliati, con il suo volto ovale e il suo corpo sottile che sereni si immobilizzano al tuo arrivo. Indossa una maglia bianca e la lunga gonna di seta arancione che le hai regalato l’anno scorso, non ha trucco nel volto, lei sa di non averne mai bisogno, non in tua compagnia, e quando la raggiungi dopo pochi gesti e molti sorrisi già vi stringete in un abbraccio, leggero e fragile come le sue membra, un aspetto che non si confà al suo carattere colmo di forza e testardaggine. Lei, emozionata, comincia poi ad osservarti negli occhi, ma non riesce a leggere molto nel tuo sguardo così imparziale, non affonda nei tuoi pensieri, eppure sa che ti ama, che sei l’uomo giusto, devi esserlo ora che è arrivata a quell’età non proprio più fiorente: sa bene che superata la soglia dei quarant’anni non si dispone di tanto tempo per scegliere il compagno ideale con cui passare il resto della vita. Jenna la pensa così, ma di questo non proferisci parola tralasciando negli occhi solo e sempre un affascinante mistero, quello che l’aveva da subito attirata.

Lei ricorda quel primo bacio al primo appuntamento nella vostra magica Roma, dopo che eri andata a trovarla nello studio di Giacomo, dove tutt’ora prende posto come segretaria, per invitarla a cenare a lume di candela in un delizioso ristorante trasteverino e infine per passeggiare sul Lungo Tevere sotto lo scroscio della pioggia; ricorda che era stato un vero colpo di fulmine nonostante di te non sapesse assolutamente nulla.

Ora, ciò che di te sa con certezza è che, a tuo modo, stai arrivando a una svolta decisiva, la più importante tra tutte: stai diventando un popolare portavoce politico, i media già cominciano a tartassarti, la nazione ti elogia e speranzosa ti considera una scintilla di legalità e ricchezza per questo paese culturalmente degradato, e per molti onesti cittadini da anni in preda a un senso di tradimento nei confronti dei loro capi, l’ opportunità per ripulire un governo corrotto e incapace. Sa con certezza che non ti ama per i tuoi privilegi, ma per la tua onestà, crede in te e ora che hai davvero la possibilità di cambiare le cose ci crede più che mai. È vero, non è da molto che hai intrapreso questa strada e sono solo due anni che state insieme, ma si può dire che per tutto il periodo le hai dimostrato molta importanza, hai fatto di tutto per renderla serena e hai sempre fatto in modo, come adesso, di donargli il tuo tempo scappando dal mondo e rifugiarti in quel prato di un bosco di provincia popolato solo da voi.

D’un tratto, mentre muti osservate il blu dell’estate lei confessa anche che è orgogliosa dei tuoi risultati e ammiccando gli rispondi che quello è solo l’inizio, che devi ancora lavorare molto per arrivare dove vuoi, ossia alla direzione del governo. Incominci, per cui, a incantarla con parole cariche di giustizia, di lotta e di valori così artisticamente da non far trapelare la minima traccia di retorica, così bene che lei risponde parlando con la tua stessa lingua, profondamente influenzata dal tuo spirito inflessibile, da quelle convinzioni indiscutibili, finché non si propone di aiutarti a raggiungere quei bellissimi obbiettivi pur sapendo che lo rifiuterai: tu non vuoi che si immischi in quell’avventura, è estremamente stressante, le dici, e potrebbe anche essere pericolosa. A te basta il suo amore, ma è una retorica anche questa. La verità è che hai paura, tanta paura, ma non lo dici né mai sarai in grado di confessarglielo. Così, cambi discorso parlandogli del comizio a Firenze, che dovrai allontanarti per un paio di giorni e che quella sarà una tappa importante per iniziare il grande viaggio verso i giorni d’oro che li attendono. Jenna tenta di persuaderti a farla venire con te, ma con dolcezza le rispondi che almeno per quella volta, almeno per quella traversata così incisiva, forse non è il caso: essendo ora stato eletto segretario del partito “Cultico”, devi unificare i membri di Firenze, che ancora nutrono sfiducia sulla tua guida, quindi dovrai essere concentrato e non puoi permetterti ora, magari per qualche piccola svista, di non sanare la spaccatura e rischiare così di perdere le prossime elezioni. Jenna non ha nulla da controbattere perché il miele nella tua voce è troppo dolce per essere inasprito dai rimproveri, e accondiscendendo riprende ad abbracciarti. Rimanete lì fino a tarda sera, poi quando è buio e le cicale cominciano a cantare fate l’amore su quel prato, senza timori, senza limiti divorate lentamente quella passione praticando ciò che per migliaia di anni è sempre stata la vera unione di tutti i popoli.

Sarebbe stato tutto più semplice, però, se ti avesse accompagnato, se la mattina dopo foste partiti insieme coinvolgendola nelle tue false esibizioni e rivelarle, in realtà, che eri ormai entrato nel gioco dei potenti dove i fili d’oro dei burattinai, una volta averti agganciato, sono troppo forti e luccicanti per riuscire ad evitarli. Anche scoprendo quello stato di cose avresti potuto comunque convincerla che era la strada migliore, usando la giusta dose di zucchero nelle labbra lei ti avrebbe seguito e ti avrebbe sostenuto non solo come compagna ma anche come consigliera. Invece, braccato dalla paura e dall’amore, l’hai lasciata qui ad occupare la tua stanza da letto, quella dove va a rifugiarsi ogni volta che non sei con lei, dove per ammazzare il tempo ti mette in ordine le carte e ti stira le camicie proprio come una vera moglie. L’ hai lasciata qui di modo che non sappia mai nulla della verità, sei convinto che sia al sicuro, ed è questa convinzione la svista più grave che ti ha tradito.

Non puoi immaginare che mentre ti addormenti sereno sul treno diretto a Firenze, il trillo del telefono di casa si insinua nella contemplazione di Jenna sulla solita fotografia nel suo tablet, quella che ti ritrae così galante, imbattibile e puro, che vividamente ti incornicia l’espressione degli occhi marroni, quegli occhi così magnetizzanti anche se ingigantiti dalle spesse lenti degli occhiali cerchiati. Su quella foto hai la bocca pronunciata e increspata da un sorriso soddisfatto, da una letizia stoica e dall’aria così vincente che non le permette di far troppo caso alla leggera calvizia già accentuata nel capo brizzolato, perché d’altronde non sono gli aspetti estetici che l’hanno fatta innamorare di te…

Il telefono squilla e la malinconia di Jenna non sembra esserne soggiogata, preferisce continuare a guardarti chiedendosi con tristezza e forse anche con un po’ di rabbia per quale motivo non le concedi di condividere il tuo sogno insieme a lei, perché non la fai combattere al tuo fianco, anche da semplice segretaria quale è e pur accontentandosi di un discreto stipendio vuole essere parte di un sistema migliore, lo acclama e lo desidera con caparbia, esattamente come te.

Dove ti trovi adesso, si chiede, cosa pensi, cosa stai nascondendo ai miei occhi che non riesco ancora a scorgere… Jenna chiede a sé stessa quello che a te è difficile domandare, o che forse non riesce a domandare, e si tormenta per qualcosa che probabilmente nemmeno ha ragione d’esistere…

Il telefono continua a squillare e stavolta Jenna viene colta da un senso di fastidio, la porta a sbuffare e con impazienza ad alzarsi per rispondere.

Mentre raggiunge il telefono portandosi il tablet sottobraccio guarda l’ora, si accorge che sono le sette del mattino e si chiede chi accidenti può essere. Alza la cornetta sperando che non sia un altro straziante tentativo di vendere qualche offerta telefonica, ma con sua sorpresa a rispondere è una voce bassa che, in un batter di ciglio, la fa rabbrividire. Immagino che hai già capito: è la mia voce a chiamarla, e senza permetterle di aggiungere altro oltre a un “pronto” insofferente le dico: «osservare quella foto ancora più a lungo non ti salverà, né ti aiuterà a capire quello che ti sta nascondendo Antonio. Io so, Jenna, io so chi è l’uomo con cui convivi da due anni, conosco tutte le sue debolezze e adesso conosco bene anche le tue. Presto la verità vi sarà addosso e non mancherà molto prima che il sogno in cui vi state battendo svanisca per sempre; ma non è una accusa, cara Jenna, il motivo è estremamente semplice: non sarà possibile».

A differenza di te, al suono di quelle parole minacciose Jenna perde subito la pazienza e il solo pensiero che qualcuno possa vaneggiare in quel modo oltretutto screditandoti la fa andare su tutte le furie. «Vai al diavolo, lurido spione!» sbraita sbattendo il tablet sul piccolo tavolo addossato al muro dell’ingresso. «Ti avverto, questo telefono è sotto controllo e se provi di nuovo a chiamare ti faccio arrestare, chiaro?» e attacca il telefono con forza, anche se non può non notare il tremore che le ha invaso la mano.

Puoi immaginare come si senta dopo quella grottesca telefonata: il carattere di Jenna sarebbe perfetto se non fosse per quella forte sensibilità che quando meno se l’aspetta le travolge l’anima e la fa reagire d’istinto, come per sopravvivere a un pericolo imminente. Sono questi i veri punti deboli di un essere umano, la loro paura, il loro sangue che riscaldandosi li spinge nel baratro pur volendosene tenere lontani, bastano le giuste parole taglienti, per le persone come Jenna, a far scattare un senso di panico silente e represso, che è ancor peggiore di ciò che può spingere a fare la rabbia.

Quindi, il punto debole di Jenna l’ha spinta, poco dopo venti minuti, a chiamarti a tutti i costi, ma quando lo fa hai il telefono isolato, lei si agita ancor di più e lestamente chiama come alternativa l’unica altra persona di cui può fidarsi: il suo capo, l’architetto Giacomo Menichetti.

«Ti disturbo?» domanda con mansuetudine dopo aver ricevuto risposta, perché essendo il suo giorno libero sa bene che l’architetto lo avrebbe speso a bordo della sua bella barca a motore insieme alla sua ragazza e senza che nessuno lo infastidisse. «Perdona l’orario, ma è successo qualcosa di insolito e sono molto preoccupata».

Dall’altra parte, il respiro sottile di Giacomo è troppo lungo per non fare intendere che già sappia. «Se ti riferisci alla chiamata che hai ricevuto, ne sono già al corrente perché mi ha appena chiamato Timothy» dice velocemente. «Penso comunque che sia soltanto un provocatore, questo genere di cose le fanno ogni giorno per non parlare dei gentili feedback che riceviamo nei social».

«Ma sapeva che stavo guardando la foto di Antonio!» esclama con impeto Jenna, senza rendersi conto che la paranoia già sta facendo breccia dentro di lei. «Sapeva il mio nome!» aggiunge.

«E chi non lo sa, ormai?» incalza Giacomo sbuffando una risata spensierata. «Ascolta, la polizia già se ne sta occupando e ho scomodato Dario Binelli in persona per farti mandare una pattuglia».

Il meglio è privilegio solo di pochi e sappiamo entrambi che non appena il popolo ti ha dato credito e la fama del tuo partito è andata in tutti i TG l’ispettore è stato tra i primi ad appoggiarti con devozione, ma questo aspetto non ha avuto di certo effetto sulle decisioni che di lì a poco avrebbe preso Jenna, perché lei non vive nel tuo mondo di regole prestabilite, non si dispone nei quadrati d’una scacchiera e nemmeno gioca la stessa partita dei falsi combattenti sociali che la politica è sempre stata efficientemente in grado di riciclare negli anni. No, lei si ritiene una donna libera ed è liberamente che trae conclusioni sul valore delle persone, non certo dai patetici gradi gerarchici dei commissari di polizia o dello stesso Dario Binelli, un freddo mercenario sempre in sella al carro dei vincenti e convinto di essere un generale in guerra, un’autorità tutta d’un pezzo con uno sguardo fisso da far quasi paura. Non è questione di fiducia, quello che a lei importa, ora, è sapere chi è l’individuo che l’ha chiamata e che cosa intendano davvero le sue parole. Segretamente, e questo puoi comprenderlo, oltre alla paranoia ad insinuarsi nella sua anima è anche il dubbio, così chiede al suo capo se i membri rimasti del partito sono ancora in sede e Giacomo, balbettando, le dice che stanno recandosi al comando più vicino nella tua zona dove ad attenderli c’è l’ispettore Binelli. Da donna libera che si ritiene e prendendo la palla al balzo, saluta e ringrazia calorosamente l’architetto per poi mettersi addosso la prima cosa che trova nel guardaroba e raggiungere prima possibile i tuoi uomini.

Non riesco a trattenere l’ironia nel ripensare alla loro totale inettitudine, mi riferisco a quelli che Jenna definisce i tuoi uomini, a quelli che hai sempre considerato tuoi sostenitori, e che sono stati corrotti dal puzzo dell’omertà. Ripensare al momento in cui Jenna, raggiungendo il comando a pochi passi da piazza Buenos Aires del quartiere Parioli di Roma, trova solo due persone, entrambi in piedi attorno a un ragazzotto intento a gesticolare davanti a un computer, il neolaureato Luca Toresi che nonostante la giovane età è il miglior informatico di tutto il distretto.

Jenna si accorge all’istante della giacca di pelle marrone e della statura torreggiante dell’ispettore Binelli nonostante sia solo di spalle, e subito dopo riconosce il profilo appuntito del tuo più fidato compagno, Timothy Valente. Lui, da anni insegnante del corso di Estetica all’Accademia di Belle Arti di Roma, celeberrimo e amato quanto te e ora secondo in carica allo scettro del partito, è l’ombra del tuo successo e cammina sempre un passo indietro valutando costantemente cosa accada alle tue spalle. Solitamente il suo viso magro è sempre molto vitale, eppure nel momento in cui si accorge di Jenna la sua espressione è quanto meno insofferente, priva di calore e d’entusiasmo.

Nonostante avverta preoccupazione nello sguardo del tuo amico, Jenna lo saluta abbracciandolo e gli chiede per quale motivo gli altri non si sono presentati; ma con deludente sorpresa Timothy non risponde, abbassa il capo e preferisce passare quell’onere all’ispettore. «Abbiamo convenuto che non era il caso di informare il resto del partito di una banale sceneggiata telefonica» dice con voce profonda e autoritaria mentre si avvicina a lei e gli porge la mano. «È un piacere conoscerla di persona, signorina D’ Alba» aggiunge cercando di sviare l’argomento e tentando di sorridere per quanto la sua piega arcigna gli può consentire di fare. Anche se vistosamente contrariata, Jenna gli stringe la mano. «Ero curioso di incontrarla, dato che Antonio non ce ne ha dato mai l’onore» conclude.

Proprio così: questa protezione nei confronti della tua donna non è passata inosservata, né a Dario e né tanto meno a Timothy, che nel mentre si allontana da loro con un’espressione apatica e spenta che Jenna, riuscendo a mala pena a scrutare, non riconosce, non in quell’uomo così fulgido. Inoltre, le parole sottili dell’ispettore sono evidentemente malcelate e questo non può che far straripare l’unica sensazione che lei può in quel momento ardire: il sospetto. «Che sta succedendo, Timothy!» è un tuono duro e allo stesso tempo soave quello che Jenna sfodera rivolgendosi alla figura immobile del professore dopo aver ritratto la mano da quella dell’ispettore. «Secondo me, c’è qualcosa che è tutt’altro che banale» continua lei «e ho il diritto di conoscerla».

Timothy accende i suoi occhi grandi e luccicanti, poi, come ripresosi, esala un lungo sospiro. «Scusami, Jenna, ho passato una nottata in bianco e sono un po’ frastornato» dice velocemente giustificandosi e strofinandosi le palpebre. «Il nostro Luca, qui, ha rintracciato la chiamata la quale proveniva da un cellulare mobile il quale, al momento, non sappiamo ancora a chi sia intestato, ma lo sapremo a breve. Stai tranquilla, Dario dice il vero e non è nulla d’allarmante: è stata solo l’ennesima patetica provocazione, ne siamo stati continuamente sommersi da quando il nostro sindaco è finito sotto inchiesta».

Anche se la voce leggera di Timothy riesce a tranquillizzare il suo furore, Jenna non è ancora convinta. «Lo credi davvero?» domanda raggiungendo sinuosamente i suoi occhi. «Pensa quello che vuoi, ma dubito che qualcuno, solo per provocarmi, possa sapere esattamente cosa sto facendo nel momento!».

«E di questo ha certamente ragione» interviene Dario Binelli dietro di loro alzando il tono in maniera incomoda. «Per questo ho mandato una pattuglia a casa sua sotto l’insistenza di Menichetti, inoltre ho dato disposizioni immediate per far partire una piccola indagine».

Il silenzio che sussegue sembra funereo, Jenna e Dario si osservano per un istante senza che il loro sguardo possa far trasparire nulla oltre un vibrante luccichio nelle pupille; ma per Luca Toresi è troppo elettrizzante. «Se posso permettermi, ispettore» dice, rompendo quella muta contemplazione e guadagnandosi in un istante l’attenzione dei tre «credo giusto informarvi che il cellulare ha chiamato in una zona dove è difficile accedere» conclude balbettando.

Dario si ricompone. «Si spieghi meglio, Toresi» gracchia.

Luca esita per un istante. «Grazie a un paio di trucchetti ho rilevato il GPS del cellulare e localizzato la sua posizione: il vostro uomo di trovava al Casal Quintiliani, ma in un punto isolato del nuovo reticolo urbano già costruito e dove, come mi sta mostrando il grafico, ci sono due fabbricati ancora sfitti che insieme misurano trenta metri quadrati e alti più di sette» spiega poi, cercando di essere il più consuntivo possibile.

«Ebbene?» chiede perplesso l’ispettore, non riuscendo a cogliere la sua tesi.

«Mi chiedevo in che modo abbia potuto farlo, dato che al momento i fabbricati rimangono sigillati… C’è giusto un viottolo tra un fabbricato e l’altro in cui poter passare, ma qui il punto indica che si trovava sul edificio di destra; quindi, o si trovava dentro oppure sulla terrazza… Forse il grafico sbaglia ed è più probabile che si trovasse nel viottolo, ma anche se fosse perché chiamare proprio da lì e per cosa, poi?»

«Per nascondersi meglio, caro il mio Toresi» risponde teatralmente l’ispettore «per confondere le idee, probabilmente aveva già messo in conto che lo avremmo localizzato, così si è rifugiato dentro il vicolo o, perché no, è riuscito in qualche modo ad entrare nel fabbricato. Pensa quanto tempo ed energie spese solo per una simile coglionata! Comunque, sarà bene controllare se siano state forzate le entrate, e non appena saranno date le dovute autorizzazioni e l’operatore telefonico saprà darci le informazioni sull’intestatario la pista da seguire sarà più semplice e potremo controllare cosa esce fuori dai nostri database» poi, rivolgendosi a Jenna mormora: «questo sempre se concorda nello sporgere denuncia, signorina D’Alba, anche se a mio modesto parere si potrebbe anche evitare: ho l’impressione che l’idiota non si farà più sentire».

Per Jenna l’impulso di controbattere è forte, ma ancor prima di poterlo fare Timothy la interrompe poggiandogli una mano sulla spalla e sussurrandole: «mi occuperò io di seguire le pratiche giudiziarie, ora torna a casa, Jenna. La situazione è sotto controllo».

Immaginati il suo tono, duro e tremolante per uno sconosciuto terrore, potresti cogliere in un lampo quanto non voglia che Jenna sappia altro di quella storia, sentire persino l’intralcio che emana come fosse un ordine forzato, mosso da qualcosa che in quel momento non ha la possibilità di rivelare e che lo costringe a mentire senza avere la capacità di nasconderlo bene.

Ed è in quel momento che il cellulare di lei squilla, proprio durante quel losco dialogo fatto di soli sguardi e dove sembra non esserci risposta alle domande di Jenna se non una triste incurvatura nelle sopracciglia. Così, la tua donna aspetta prima di rispondere, indietreggia lentamente senza staccare gli occhi dal volto pallido di Timothy mentre Dario riprende indisturbato a discutere con il giovane Luca, dopo di che volta le spalle, esce dall’ufficio della questura e attiva subito la chiamata. Non sa per quale motivo non abbia bisogno di guardare la schermata per capire chi la sta chiamando o perché stia cominciando a correre per uscire di lì il prima possibile, in quel momento è solo il suo istinto a guidarla e a farle presumere che non solo le stanno nascondendo qualcosa ma anche che il misterioso individuo al telefono non è un provocatore qualunque. «Chi sei, un maniaco del cazzo, forse?» singhiozza arrivando in strada mentre i suoi occhi azzurri già lacrimano. «Farai bene a nasconderti meglio: sappiamo da dove hai chiamato e quando la polizia ti prenderà sarò lì a godermi la scena!»

«Al momento, mi duole dover ammettere che sono io a godere della vostra» incalzo interrompendola, facendomi scappare un sogghigno sinistro «come quella da cui sei appena fuggita, veramente patetica, e te ne sei accorta a quanto pare: tutta questa solerzia solo per una chiamata anonima è un po’ troppo strana, considerando anche che si sono parecchio sforzati per far apparire la faccenda del tutto ordinaria. È come ti dicevo, Jenna: ben presto la verità vi sarà addosso».

«Quale verità?» urla fuori di sé Jenna mentre cammina verso la fermata del bus ignorando le occhiate preoccupate dei passanti.

«La verità!» ripeto con il medesimo tono. «E tale verità deve essere guadagnata. Se vuoi comprenderla, devi fare una scelta, Jenna, quella di continuare ad essere ingannata fino alla fine dei tuoi giorni oppure di seguire la traccia che ho lasciato, seguire le mie impronte, fino alle porte del nuovo Casal Quintiliani. Solo dopo che avrai preso questa decisione, potremo risentirci, ma dovrai essere convinta… e non dovrai scomodarti a chiamarmi: saprò riconoscere ogni impulso delle tue emozioni».

Il bus sta passando ma lei sembra non riuscire più a muoversi, intrappolata in una miriade di sensazioni e da una confusione incombente che non le permette di parlare. Può solo ascoltare il mio respiro, calmo e leggero, che dopo un po’ si interrompe bruscamente e lascia spazio a una serie di bip elettronici.

Ora, nell’immobilità che l’ha invasa predominano pensieri e immagini tutte sue, non sono fantasie ma tormentate deduzioni, confuse e allo stesso tempo potenti come l’amore che vi ha incatenati. Premonizioni, le sue, che muovono la visuale della sua mente in immaginari altalenanti che trafiggono il tempo presente e raggiungono il luogo dove in quel momento ti trovi o, che sarebbe più corretto dire, qualcun’altro ha altresì raggiunto.

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Due cose su Ivano Petrucci

Sono un artista poliedrico diplomato presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, mi occupo di pittura e di scrittura.
Sono stato fondatore dell’Associazione Culturale Art & Ground fino a Dicembre 2015.
Ho pubblicato con Montag Edizioni il mio romanzo d'esordio, uno psycothriller dal titolo “Romanticus Dei”, novembre 2016.

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