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NEL VICOLO

D’un tratto il cellulare squilla e il motivetto della suoneria sembra così assordante, poi quando lo sfila dalla giacca per visualizzare la schermata si rende conto che la mano gli trema. La dicitura “Numero Privato” che si vede lampeggiare davanti lo agita ancora di più. «Coletti» risponde con impazienza attivando la chiamata e serrandosi l’ I-Phone sull’orecchio.

L’istante silenzioso che consegue sembra amplificare anche il caldo fastidioso che si sente addosso. «Ti sei perso, Antonio?» chiede poi con eccitazione una voce cavernosa, innaturale, sicuramente alterata per non essere riconosciuta, e istantaneamente l’uomo raggela.

«Chi sei?» incalza con impeto, mentre allunga lo sguardo in lontananza in quel vicolo di cemento su cui è incappato, osservando l’orizzonte stretto e la sua inverosimile prospettiva senza fine, ma non c’è più traccia del ragazzino che gli ha sottratto la valigetta, e mentre attende la risposta continua ad avanzare, deve continuare a camminare e controllare le fessure dei muri, quelle strette feritoie che si creano tra uno stabile e un’ altro. Sono state perfette come nascondiglio per quel piccolo ladro.

«La strada che hai intrapreso, Antonio, e non ha vie d’uscita» si sente rispondere mentre non riesce a distogliere lo sguardo davanti a sé e le pareti sembrano stritolarlo fino a fargli salire il sangue in testa. «Sei in trappola» aggiunge.

«Chi parla?» grida autoritario Antonio, senza timore nel farlo «Rispondimi!»

«Qui non puoi permetterti di dare ordini» lo segue la voce con le parole, che scivolano con sarcastica naturalezza «Per cui, spero che troverai il coraggio di giocare secondo le mie regole.»

Coraggio? Antonio Coletti vorrebbe spaccare il cemento che ha intorno se solo potesse e una volta fuori dimostrare a quello svitato di quanto coraggio può essere capace.

Nonostante avesse cominciato ad occuparsi attivamente di politica solo dopo l’università, in età prevalentemente tarda per quel campo, Antonio aveva da pochi anni raggiunto la popolarità come portavoce del movimento Cultural-democratico, che nel tempo è stato chiamato spregiativamente partito “Cultico” per l’ossessiva segretezza con cui gli associati organizzavano le loro agitazioni, lotte popolari di carattere al limite del rituale e che fin dagli arbori avevano provocato controversie d’ogni sorta ma che alla fine, grazie all’appoggio di molti nomi importanti, era arrivato a pieni voti dentro il Parlamento Italiano. Da leader che si rispetti, non era la prima volta che veniva minacciato o preso di mira da pericolosi squilibrati, inoltre sin da subito, quando il fondatore del partito, l’artista Michel Bontempi, gli aveva passato il comando, era stato sempre colpito da numerosi avversari, ma da allora aveva anche ben difeso il suo rango arrivando a una privilegiata posizione e sfruttando tutti i metodi del Sistema a lui concessi per mostrarsi come predicatore della verità, aveva acquisito il potere di fare ciò che meglio gli aggradava usando il dono dell’orazione, la fedeltà dei suoi collaboratori, le giuste conoscenze e, soprattutto, il sistema “virale” dei nuovi mezzi di comunicazione. Sin d’ora non se n’è mai pentito, non è stato mai fermato, ha lavorato sodo, i cittadini hanno poi alimentato il suo lavoro elogiandolo ma, come spesso accade, anche celando in cuor proprio un forte senso di qualunquismo per paura che il partito “Cultico”, ormai, facesse anch’esso parte di un altro infido gioco di potere e di controllo. Era un comportamento tipico, quasi comico, ma allo stesso tempo era risultato grandioso: la sua intelligenza e la stupidità altrui, in fin dei conti, avevano selezionato naturalmente l’evolversi delle cose, avevano mosso ancor più velocemente la ruota viziata dettata dalla meschina debolezza elevandolo fino alla cerchia più alta, assolto e condannato allo stesso tempo da tutte le pedine del gioco, anche se nessuno, persino chi desiderava vederlo sconfitto, aveva mai messo in dubbio il suo coraggio.

Ora sta vivendo una situazione completamente diversa dalle altre perché è stato preso alla sprovvista, la sua ruota è stata in qualche modo rallentata e, deve ammetterlo, la voce all’altro capo dell’apparecchio, seppure storpiata, ha l’aria di appartenere a un individuo tutt’altro che stupido.

È già mezz’ora che si trova in quel vicolo, condotto a tradimento da un esule moccioso mentre usciva da una cena di pochi eletti, lì nel quartiere Pietralata, in una zona che in passato era stata una borgata incolta e che ora, bonificandola, si stava man mano trasformando in un reticolo urbano ben strutturato, un progetto chiamato “porta di Casal Quintiliani”, dove tutta la vecchia zona era stata rivalutata, come anche il traffico urbano e le nuove residenze che si stavano costruendo, o meglio che bisognava ancora completare. Lui e i suoi consiglieri si erano letteralmente sbarazzati dei poliziotti che li stavano attendendo alla stazione quando erano arrivati a Termini, sgattaiolando in un’altra uscita senza essere visti: probabilmente in sede avevano ritenuto che la prudenza non doveva essere sottovalutata, specialmente per il fatto che da diverse ore le linee dei cellulari erano state isolate, forse per via di un guasto, ma si erano comunque stupiti di cotanta cautela dato che avevano con loro già una scorta; e saturi di essere continuamente controllati avevano deciso riprendersi un po’ di sana spensieratezza e di andare in via di porta sanguigna, a pochi passi dal Casal Quintiliani, a mangiare in santa pace dal loro vecchio amico Ettore Ginnasio, un rinomato giudice di pace. Di fatto, dopo un pressante Tour de Force a Firenze, Antonio aveva convinto gli altri a ritirarsi senza occhi indiscreti, congedando la scorta e liberandosi così dalle preoccupazioni; liberi, sì, ma completamente indifesi, lui era indifeso, ignaro che, forse, quel ragazzino lo stava aspettando all’angolo sapendo che sarebbe uscito dall’abitazione del giudice da solo, senza interessarsi di alcun pericolo, d’altronde doveva camminare solo qualche metro per raggiungere la macchina. Aveva quindi salutato i suoi compari, a piedi erano cinque minuti per arrivare al parcheggio ed erano stati sufficienti: poco prima di raggiungere l’auto, quel piccolo sgorbio con il capo storto e gli abiti simili a stracci era sbucato dal nulla ululando istericamente e Antonio, preso dalla paura, gli aveva lanciato addosso la valigetta, un oggetto che poteva considerare l’arma più importante che avesse mai ottenuto da quando l’aveva ritirata.

È buffo e allo stesso tempo brutale quanto la paura possa portare l’uomo a riconsiderare in un millesimo di secondo ciò che gli è di più prezioso gettandolo senza scrupoli in pasto al pericolo, e in quella circostanza era risultato un gesto spregevole, vigliacco e soprattutto da sprovveduto, perché il ragazzo, nonostante fosse caduto a terra, si era subito rialzato e aveva arraffato la valigetta correndo come un pazzo verso il vicolo. Antonio non ci aveva pensato due volte a rincorrerlo, e preso com’era a maledire sé stesso non aveva per nulla considerato che fosse una trappola ben architettata anziché un misero furto di strada. Avrebbe, però, di gran lunga desiderato essere vittima di un agguato, di un pestaggio o di incontrare il suo nemico faccia a faccia piuttosto che infilarsi in un passaggio che non aveva via d’uscita, anche adesso che aveva il telefono ancora incollato all’orecchio e si guardava da parte a parte non riusciva a capire come gli orizzonti si fossero persi d’improvviso e così inverosimilmente. Non se ne era accorto prima, era in preda all’agitazione e aveva rincorso il piccolo ladro per centinaia di metri fin quando non si era dileguato infilandosi in una feritoia; ed era stato in quel momento che, sudato e affannato, aveva realizzato quell’assurdità. Quindi, si era fermato, aveva fatto dietro front pensando che il ragazzo potesse sbucargli alle spalle da un’altra feritoia, ma subito era rimasto folgorato dal fatto che anche in quella direzione non c’era più l’ombra di un’uscita, come se fosse lontana chilometri. E non poteva essere possibile.

«Hai preparato proprio un bello scherzo» riprende a dire dopo un momento di esitazione, cercando di celare la sua collera come beffa all’ultima sottile intimidazione del misterioso interlocutore «impressionante, ma sarà ancor più impressionante per te quando uscirò. Non sai con chi hai a che fare».

«Ora lo so bene, Antonio» risponde la voce, in un tono pacato e quasi amareggiato. «Conosco bene l’uomo che sei diventato, la tua vita segnata dalle bugie, la tua anima che hai venduto ai mecenati e che si è inaridita ancor più di quanto tu stesso non sappia, e conosco le tue paure, segreti che ora, grazie a me, avrai l’opportunità di riscattare. Dipende solo da quanto sarai disposto a sacrificare».

Antonio vacilla nuovamente nel silenzio, poi il suo respiro e la sua risposta tornano ad essere impeccabili. «Questo scherzo non è poi così divertente come mi aspettavo» dice ironico. «Perché non mi dici il tuo nome? Sarò indulgente: se la smetti di vaneggiare potrei anche aiutarti, conosco un’analista molto bravo che ti rimetterà in sesto il cervello».

Stavolta è la voce a vacillare. «Comprendo che sia al momento inutile parlare con te» dice poi con una punta di nervosismo. «Ti accorgerai della gravità del tuo errore molto presto, e vedrai quanto sarà divertente. Vedrai quanto avrai bisogno di me».

Di colpo la chiamata viene interrotta e Antonio si trova nuovamente solo. L’aria è inspiegabilmente pesante o forse sono i suoi sensi che stanno appesantendosi, stancandosi di quell’ambiente stretto e perfettamente allineato che scorre e scorre… Lui non riesce a rimanere impassibile e cercare il ragazzino, a quel punto, non ha più importanza: deve esserci una spiegazione a tutto, il suo presunto aguzzino è un frustrato, uno di quelli che deve trovare un senso alla sua vita, comportamenti e profili psicologici già visti, eppure in quella voce irriconoscibile ha avvertito una personalità singolare, dietro l’alterazione vocale ha colto una persona capace di batterlo sul tempo perché in grado di conoscerlo abbastanza bene, quel tanto che basta per non essere uno qualunque. No, non è uno di quei maniaci incollati alla TV e ossessionati dal suo personaggio, ma qualcuno che aveva conosciuto di persona. Ad ogni modo, non ha paura di lui e deve uscire di lì, c’è sicuramente un trucco e deve solo armarsi di pazienza percorrendo il vicolo fin quando non lo avrebbe scovato. Così decide di continuare a camminare, la sua intelligenza lo avrebbe aiutato, non lo aveva mai deluso e nessuno era riuscito a competere con lui, nessuno lo aveva mai battuto a scacchi durante i tornei autogestiti del liceo, nessuno lo aveva mai sufficientemente marcato stretto per impedirgli di segnare gol durante gli anni universitari, nessuno lo aveva mai messo K.O. negli anni di pugilato, tre volte campione provinciale, e nessuno lo aveva mai battuto in politica; ciò non era stato per merito dei muscoli o della fortuna, era stata la sua intelligenza.

Antonio sfida il cemento e se lo fa scivolare lentamente alle spalle, anche se raspa il tempo e lo spazio allo stesso modo in cui la troppa solitudine trascina negli anni ogni ora, minuto o secondo che passa, e cerca di isolare quell’affilata suggestione indagando sul surreale silenzio che si è creato. Ogni tanto riesce a sentire giusto dei rumori distanti e attutiti, non riesce a riconoscerli ma li avverte come fossero paranoici mormorii cospiratori, come se il nemico fosse al di là di quel cemento, il suo cemento.

Si toglie la cravatta che sembra stringersi sempre più intorno al collo e il sudore comincia a colargli nella fronte, poiché più si addentra e più sente caldo, l’aria diventa sempre più pesante, più insopportabile… e le feritoie si susseguono a decine ma l’orizzonte è ancora lontano, non ci sono indizi tangibili a cui può aggrapparsi, tutto è pulito, il pavimento e le pareti laterali sono lisce, senza finestre, senza alcun essere umano, e niente sembra cambiare al suo passaggio, nemmeno le rare smussature agli angoli delle pareti. Continua a camminare e nel mentre i pensieri rimbombano sempre più numerosi nella sua testa, barlumi di istintive considerazioni si mischiano con matematiche conclusioni che solo una mente come la sua può mantenere, anche se metro dopo metro le fredde e ostinate equazioni cominciano a rallentare dando spazio a calde e confuse sensazioni che gli fanno girare la testa; poi lo stomaco si chiude e i colori che vede, chiari e nitidi, cominciano a offuscarsi. Imprevedibilmente, la pesantezza si fa sentire non solo nell’aria ma anche nella sua anima, accentuandosi al punto da schiacciarlo, il suo passo comincia a rallentare e, quasi distrattamente, a rallentare sembra il tempo stesso. Continua a camminare trascinandosi i piedi, sentendo le gambe tremare, le emozioni concentrasi in quel momento su una sola possibilità, una sola persona: Jenna D’alba, la sua compagna, e d’un tratto immagina il suo viso sereno, senza mai l’ombra di un cruccio. In quel momento desidererebbe vedere veramente il suo viso, sì proprio in quel momento in cui la pesantezza è troppo forte per permettergli di resistere. Antonio non sopporta quell’improvvisa mancanza, per questo si ferma e ondeggiando si accuccia a terra con un pesante senso di vertigine. Quando infiacchito si appoggia alla fredda parete a diventare forte è solo il bisogno incontrollato di chiamarla, il suo telefono è l’unico modo che ha per farlo; spera con tutto il cuore che la linea sia tornata, ma mentre lo sfila dalla giacca armeggiando e componendo il numero, dalla feritoia di fronte spuntano pigramente due occhi spalancati, neri e lucidi come quelli di un vitello spaventato; poi il volto pingue del ragazzino esce allo scoperto mettendo in risalto le umide ciocche bionde, la pelle pallida e le labbra aride che tremolano per un flebile e inquietante lamento.

Antonio si blocca impietrito dalla figura malconcia che ha davanti, è impressionato dai suoi abiti stracciati, dal busto che dondola morbosamente e dagli avambracci sporchi stretti nel petto; ma il ragazzino non osa avvicinarsi e rimane fermo a dovuta distanza. L’uomo lo osserva mentre d’un tratto si copre il volto con la valigetta, ed ora che dietro lo scudo lo scorge tremare e lamentarsi nel pianto, gli sembra immaginarlo solo come un pietoso e piagnucolante inferme. «Non chiamare!» balbetta il ragazzino con una voce ovattata. «Non chiamare i signori bianchi».

Quel lento lamento costante, simile a una macabra nenia e che il ragazzo non riesce a calmare disturba i suoi sensi sconquassati ma al contempo lo rende cosciente del fatto che lui è malato; i signori bianchi, i dottori, pensa Antonio, si riferisce ai medici… È senz’altro malato e questo aspetto lo fa sentire in netto vantaggio nonostante sia anche poco comprensibile: perché usare un ragazzino malato per rubargli la valigetta e condurlo in quel vicolo? La domanda, così come gli arriva, distrattamente viene incalzata da un gesto sottile e ricattatorio, ossia quello di alzare il telefono di modo che il ragazzino, sbirciando dietro lo scudo, lo possa vedere. «Vuoi che non chiamo i dottori?» chiede Antonio indicandogli l’I-Phone e strizzando gli occhi per una piacevole sensazione di potere. «No che non li chiamo» continua sorridendo. «Devi solo ridarmi la mia valigia».

Il ragazzino si agita ancora di più. «La valigia…» biascica piangente. «Dove vuoi andare?».

Antonio comincia a innervosirsi. «È la domanda che vorrei fare a te!» esclama esasperato. «Non chiamerò nessuno, lo giuro» recita, cambiando subito atteggiamento per insinuarsi nelle sue sicurezze e tentare così di conquistare la sua fiducia « e non ti farò niente di male».

Il ragazzino smette d’un tratto di lamentarsi, anche se il busto panciuto non la smette ancora d’oscillare. «Trappola» dice poi boccheggiando, ma comunque con un tono squillante, chiaro e ferreo come le pareti che hanno attorno. «Usciamo dalla trappola. Le prendo io le valigie. Scusami, scusami…».

E il lamento ricomincia assieme a singhiozzi strozzati, un pianto titubante ma straripante al medesimo tempo, e le lacrime cominciano a bagnargli le guance rosee gocciolando velocemente, troppo velocemente. Antonio non si smuove e i suoi occhi diventano penetranti, intento com’è a comprendere le ultime parole del ragazzo e a cercare un barlume di spiegazione, di senso logico su quel che stava succedendo o che era successo, ma più di ogni altra cosa quale fosse il ruolo di quel inferme; poi più lo guarda piangere, contorcersi nel suo ambiguo ritardo mentale e balbettando frasi senza senso, più riconosce quanto l’incapacità di intendere e di volere è davvero preziosa per chi non vuole lasciare testimonianze o comunicazioni comprensibili. Ecco qual’ è la risposta: il ragazzino è stata l’esca perfetta, immacolata, priva di informazioni e, ancor peggio, difficile da ammaliare. Antonio, però, non vuole darsi per vinto e non sarebbe rimasto lì ad ascoltare in eterno quel pianto rovinoso, così si avvicina con prudenza, e una volta arrivato accanto a lui con sua grande sorpresa il ragazzino non si scosta, né si impaurisce, bensì fa scivolare la valigetta e lo afferra per l’elegante giacca scura piangendogli addosso. Per un attimo, mentre le sue lacrime gli bagnano il fianco, Antonio non sa cosa fare per l’ imbarazzo, poi con delicatezza gli cinge la spalla per cercare di rassicurarlo. «Sì, usciamo dalla trappola» dice con un tono quasi materno. Poi aggiunge: «Tu sai come uscire?».

Il ragazzo, da sotto la giacca, scuote il capo mugugnando. «Però sapevi come entrare, giusto?» chiede ancora Antonio, cercando di guardarlo negli occhi chini e gonfi per il pianto. «Qualcuno te lo ha detto, vero?» continua quasi sussurrando. «E qualcuno ti ha detto di prendere la mia valigetta, se mi dici chi…».

«Voglio prendere io le valigie!» lo interrompe bruscamente il ragazzo. «Una, due, tre… Le prendo tutte io!».

E il busto riprende a dondolare, il lamento torna sonoro, e Antonio può avvertire anche il tremolio nervoso delle sue braccia grassocce, un’ umida vibrazione che lo fa rabbrividire.

Per quanto cerchi di calmarlo non riesce a distrarre quelle sue maniacali esigenze e quasi con impertinenza non gli permette di dominarle, nemmeno con le migliori promesse del mondo; poi tenta più volte di persuaderlo, prima dandogli ogni tipo di comprensione e poi, esausto e spazientito, minacciandolo ancora di chiamare i dottori per farlo rinchiudere in ospedale; ma quell’atteggiamento peggiora le cose e il ragazzino comincia a strillare a squarciagola. D’un tratto, mentre impotente l’uomo lo implora di smetterla, il cellulare squilla ancora, un getto sonoro così inaspettato che zittisce entrambi. È di nuovo lui, è quel “Numero Privato”, Antonio esita un istante mentre gli occhiali cerchiati si appannano per il caldo e gli occhi lividi per la stanchezza continuano a fissare lo schermo con un’espressione allarmata, dopo di che attiva la chiamata e ringhiando sussurra: «Che diavolo vuoi da me, si può sapere?».

Dall’altra parte, sente un respiro crepitante. «È una strana sensazione quella di sentirti così messo alla prova, Antonio» risponde lascivamente la bassa voce artefatta. «È incredibile quanto ci si costringa a scendere a compromessi in un ambiente avverso e popolato da chi non riesce a comprenderti, vero? Immagino che hai già conosciuto Kevin» continua mentre Antonio lo osserva ora sedersi di peso a gambe incrociate e battere la parete che ha di fronte mormorando una straziante canzoncina infantile «una creatura a dir poco inflessibile anche se esule, quella piccola percentuale di umanità che non può dare credito alle promesse di chicchessia, né alla consapevolezza del proprio male o alla smisurata intelligenza che vi è nascosta. Per un autistico l’importante è mantenere il proprio abituale status di serenità, ma tu questo non puoi capirlo».

«Quello che veramente capisco è che ti stai servendo della sua infermità mentale» incalza Antonio alzandosi e combattendo con determinazione l’anomala fiacchezza che ancora gli appesantisce il corpo «inoltre, hai abbandonato anche lui in questa trappola diabolica. Non sei così lontano dall’essere un mostro come quanto sostieni che lo sia anch’io».

«Oh, ma Kevin non è di certo abbandonato, ci sei tu a badare a lui» risponde la voce, senza cambiare nemmeno di un po’ il suo cheto tono d’indifferenza «o forse sarà l’esatto opposto. Non sostengo che tu sia un mostro, se così fosse non ti avrei mai permesso di toccarlo. Quello che penso che tu sia è il nulla, il vuoto assoluto, ed è per questo che sei qui adesso, per riempire questo vuoto. Ora ti è chiaro cosa voglio?»

Dopo quelle parole, paradossalmente, Antonio si sente sereno. «Sì, chiarissimo» risponde con una tranquillità tale da farlo addirittura sorridere. «Ora so che tu non sai proprio un bel niente di me! Credevo che mi conoscessi, che forse ci eravamo incontrati di persona, ma in realtà sei solo un pazzo maniaco!».

La voce scoppia a ridere con tale forza da tappargli l’orecchio, persino Kevin sente quel riso e a pochi passi da lui ne segue anche la cadenza con un curioso mormorio. «Il tempo ti ha reso sempre più frivolo, Antonio!» tuona euforica una volta aver ripreso fiato. «Il ragazzo sognante e profondo che conoscevo è davvero scomparso, allora… Forse è scomparso assieme a me quella stessa sera in cui ci siamo visti per l’ultima volta».

Antonio si fa cogliere da un inaspettato tremolio nervoso. «Quando?» chiede esitante.

«Quella di quindici anni fa» è la risposta, docile e penetrante. «Al molo di Fiumicino. È passato tanto, ma sicuramente non l’hai ancora dimenticata».

Istantaneamente il sangue gli si gela nelle vene e per un millesimo di secondo un folle pensiero gli trafigge l’ anima, così incisivo e paralizzante da farlo disperare, affondandolo nell’oscurità più atroce del suo passato; ma è solo uno scintillio, così veloce che riesce a far divampare solamente la fredda fiamma del rifiuto: “No, non può essere davvero lei” pensa, tornando in sé. “Ma mi hanno fregato. Mi hanno fregato alla grande!”

«Che cosa vuoi fare?» chiede poi affannato, senza rispondere.

«Pareggiare i conti» risponde la voce, poi aggiunge distrattamente: «di proposito, ancora non sai che mentre sfoggiavi le tue solite parole ai bravi cittadini di Firenze Jenna ha avuto giorni veramente difficoltosi ed è stata una donna veramente tenace, dedita a difendere il suo compagno con tutta sé stessa; e lo ha fatto, Antonio. Lo ha fatto davvero».

L’anima di quell’uomo così inflessibile comincia ad agonizzare e il suo controllo venire ancora meno: è peggio di quel che avrebbe mai potuto immaginare. «Lei non c’entra niente!» grida disperato e in un rantolo piangente, «se le hai fatto del male giuro che…».

«….Che mi uccidi?» incalza decisa la voce terminando la frase. «No, sono già morta tempo fa. Non è mia intenzione fare del male, bensì fare giustizia e lo farò semplicemente usando la verità». La voce ammutolisce e in quell’istante Kevin, che durante la conversazione si è alzato anche lui e ha preso in mano la valigetta, gli si avvicina tirandogli la giacca. Antonio capisce guardandolo in quei piccoli occhi azzurrini che per lui è il momento di partire, di iniziare il viaggio e di uscire da quella trappola; ma allo stesso tempo immagina tra il madido riflesso delle pupille il volto della sua Jenna, desiderando con tutto il cuore scorgere anche le sue ultime gesta, quelle che il ragazzo ha probabilmente condiviso assieme a lei nei giorni scorsi. Respirando a fondo quella grave aria ancora calda, Antonio sente con stupore riprendere energia. «Ecco, ora concedi spazio alla tua immaginazione» riprende a dire la voce, mentre muto Antonio afferra delicatamente la mano del ragazzino e insieme, lentamente, cominciano ad incamminarsi. «La tua anima ne ha terribilmente bisogno» prosegue «perché è spoglia esattamente come questo vicolo, è fredda come me, è il continuo riflesso di noi, imperterrito si riproduce e si consuma. Immagina, Antonio. Immagina…».

Due cose su Ivano Petrucci

Sono un artista poliedrico diplomato presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, mi occupo di pittura e di scrittura.
Sono stato fondatore dell’Associazione Culturale Art & Ground fino a Dicembre 2015.
Ho pubblicato con Montag Edizioni il mio romanzo d'esordio, uno psycothriller dal titolo “Romanticus Dei”, novembre 2016.

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