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Ian aveva preteso ancora una volta che Miri lo accompagnasse a scavare in giro. Gli sembrava, ancora una volta, una prepotenza bella e buona, dato che Ian mandava tutti gli altri, compresi ragazzini della sua stessa età, da soli per la città o in piccoli gruppi a completare le liste di necessità. E invece a lui toccava sempre portarsi la vecchia appresso, quasi non fosse capace di badare a se stesso.
Si accorse di aver parlato ad alta voce quando Miri ribatté, inacidita: “Guarda che io ho vent’anni, mica cinquanta.”
Rob alzò le spalle, a mo’ di scusa, ma con cipiglio insofferente: per lui una ventenne era un’adulta, né più né meno che Ian stesso, anche se lui aveva capelli e barba bianca e Miri no.
“Lo fa per te, lo sai” disse Miri in tono conciliante, mentre caricava i proiettili nella pistola e ne controllava la sicura. Una goccia di umidità cadde dalla volta del tunnel sul suo viso e se la asciugò con una passata di manica, distrattamente. “L’ha promesso a tuo padre, quando è morto.”
“Cosa gli ha promesso? Che sarei rimasto un poppante a vita?”
Stava controllando di avere tutto nello zaino: una torcia funzionante, le barrette energetiche e la bottiglietta d’acqua (nel caso gli fosse capitato di doversi a nascondersi per un po’), il coltello affilato, il pennarello per segnare i portoni delle case già esplorate, il fischietto al collo. Lo sapeva fare bene, era metodico e sapeva anticipare i pericoli, ne era consapevole: non capiva proprio perché non gli fosse permesso di andare da solo.
“Che saresti stato al sicuro. Che non ti sarebbe accaduto niente.”
“Sì, ma chi è che ha dato l’allarme, il mese scorso, quando quell’Impiantato si è avvicinato così tanto al Fortino? Sono stato io a tenervi al sicuro, senza di me saremmo già tutti morti stecchiti.”
Miri dovette riconoscere che aveva ragione. Gli si avvicinò e lo abbracciò con un sorriso. Rob si divincolò scocciato, ma dentro di sé era contento.
“Andiamo” brontolò.
Miri prese un sasso dalla tasca, si affacciò all’imbocco del tunnel e lo scagliò lontano. Il sasso rimbalzò contro un cartello stradale producendo un forte gong. Aspettarono qualche minuti, ma nessun Impiantato si fece vivo – del resto, era una zona pulita da mesi, ma la prudenza non era mai troppa. A volte, quelli comparivano all’improvviso in gruppetti da quattro o cinque e, con le loro capacità, riuscivano ad abbattere interi insediamenti umani, soprattutto quando erano delle ultime generazioni. Un Impiantato di vent’anni aveva dalla sua la forza fisica, oltre alle sue migliorie e un cervello fottuto, mentre i più anziani erano ormai talmente confusi e poco focalizzati da sembrare vecchietti delle case di riposo in gita domenicale ed erano facili da abbattere.
Uscirono e si incamminarono lungo il vialetto; si trovavano in periferia di una cittadella che, quando Rob era bambino, ospitava un grande cinema multisala e là aveva visto, assieme alla mamma e a Michi, un bellissimo film con i dinosauri che distruggevano una città intera – non ne ricordava il titolo, era sempre più difficile ricordare le cose di prima. Secondo alcuni, era una fortuna che Rob avesse trovato rifugio in un accampamento vicino alla sua zona natale, perché conosceva la regione e poteva sempre, se ne aveva voglia, tornare a casa sua a fare un sopralluogo e portarsi via magari una foto, o un altro souvenir. Alcuni degli altri non erano riusciti a portar via neanche uno scatto delle loro famiglie e i bambini piccoli non ricordavano neanche più i volti dei loro genitori. Ma Rob si sentiva male ogni volta che si avvicinava al suo quartiere, tutto ciò che gli veniva in mente era sua madre che urlava mentre un Impiantato la caricava e la portava via: “Vai da Michi! Metti in salvo Michi!”
Solo che poi lui non aveva trovato Michi, a casa, e da nessun’altra parte, per quanto l’avesse cercata. E infine, suo padre era riapparso e l’aveva portato al Fortino ed erano rimasti lì insieme per mesi, prima che anche lui scomparisse. Rob non aveva più messo piede a casa e non aveva alcuna intenzione di farlo.
La strada era breve e invasa dal sole: quel giorno non c’era neanche una nuvola. Le villette erano graziose bifamiliari con giardini in cui ormai le piante avevano preso il sopravvento. Miri sperava di trovare qualche orto domestico da cui fare scorte di roba decente. Era stufa di riso e scatolette. Arrivarono davanti la prima e Rob riuscì ad aprire il cancelletto con il cacciavite. Si aprì con un cigolio ferroso.
“Senti, questa zona è grande, ci saranno almeno cinque o sei villette vergini” disse all’improvviso. “Se le facciamo in due, ci mettiamo tutta la giornata. Perché non ci dividiamo?”
L’idea gli era venuta in quel momento ma gli sembrava ottima.
“Facciamo  queste due attaccate e poi passiamo insieme alle prossime due. È quasi come essere insieme nella stessa casa no? Tecnicamente, non mi stai lasciando da solo.” Aveva aggiunto l’ultima frase a beneficio di Ian, come se fosse lì ad ascoltarli.
“Se succede qualcosa, potrai sentirlo.”
“L’idea sarebbe che non accadesse nulla, sai” ribatté lei, poco convinta.
“Oh, dai! Faremo più in fretta e torneremo a casa prima del tramonto. Non è meglio così?”
“D’accordo” disse lei dopo un momento di riflessione. “Ma ricorda le regole.”
“Le so, le so! Dare l’allarme se vedo un Impiantato e cercare di abbatterlo subito, prima che lui possa scappare e chiamare i compari.”
“E non fare cose stupide. Ci vediamo qui fuori tra un’ora, hai un orologio?”
Le mostrò il polso fiero: ovvio che ne aveva uno, era un regalo di suo padre. Non l’avrebbe perso per nulla al mondo.
“Perfetto. E se vedi qualcosa di strano, fischia subito.”
Miri gli scompigliò i capelli con una strana carezza, poi si avviò sul marciapiede diretta all’altro cancello. Rob aspettò di vederla scomparire, poi entrò nel giardino.

*

La porta d’entrata dava direttamente sul soggiorno. C’erano dei quaderni  e dei libri impilati sul tavolo, uno era aperto con una penna rossa senza cappuccio appoggiata accanto. Due pantofole da donna erano sotto al tavolo, una era rigirata. A parte quel dettaglio, era abbastanza in ordine e senza dubbio la villa non era stata ancora setacciata.
Gli piaceva curiosare tra le cose degli altri. Capire che tipo di persone fossero stati, prima di prendere. C’erano dei ragazzini che per sbeffeggio rompevano i vetri delle foto appese, scrivevano oscenità sui muri, o facevano pipì negli angoli. “Metti che in questa famiglia si siano fatti impiantare qualcosa?” era la scusa di quei teppistelli, quasi che, imbrattando e insudiciando le loro case, potessero in qualche modo sconfiggerli meglio o vendicarsi di ciò che era stato tolto loro.
Ma Rob non la vedeva così: gli sembrava di entrare in un luogo sacro, ogni volta. Impiantati o no, un tempo là avevano vissuto famiglie normali con una vita normale. Nessuno avrebbe potuto prevedere quello che sarebbe accaduto con gli impianti e, prima ancora che i medici si mettessero d’accordo sullo smettere quella pratica, era già successo tutto. Se qualcuno gli avesse proposto di infilarsi un chip nel cervello per poter essere molto più bravo a scuola, farsi crescere una mano in più, diventare velocissimo e fortissimo o qualcun’altra di quelle magiche promesse, senza alcun effetto collaterale, probabilmente anche lui avrebbe accettato. Negli ultimi anni era diventato di moda regalare un impianto al primo anno di vita di un bambino, con una colletta di tutta la famiglia, e chi aveva abbastanza soldi, si era fatto impiantare senza indugi.
Ian diceva che proprio per questo i provvedimenti erano stati tardivi: nessuno era pronto ad accettare che dei bambini facessero quelle cose. Persino lui, inizialmente, era restio ad abbatterli. Ma, del resto, non c’era altra soluzione, il loro cervello era in pappa completa, senza alcuna possibilità di recupero, e le cose erano andate troppo oltre.
Per questo, secondo Rob, era stupido imbrattare le villette: la possibilità che fosse veramente la casa di un bambino Impiantato era decisamente remota e, nel caso, sicuramente la sua famiglia aveva pagato per prima il prezzo. Era cominciata così: notizie, apparentemente slegate tra loro, di intere famiglie fatte a pezzi e un solo, innocente bambino superstite e testimone dell’accaduto. Salvo poi capire che ne era stato anche l’esecutore…
Per questo era comunque contento di essere da solo, quel giorno, per evitare lo scempio di quella casa.
Non vi erano segni di lotta, non vi era sangue rappreso sulle pareti. Probabilmente, gli abitanti avevano cercato rifugio in uno dei tanti campi sorti nelle campagne ed erano partiti di fretta, senza aver troppo tempo di fare le valigie.
Questo avrebbe giovato alla sua lista di necessità. La tirò fuori per una letta veloce: c’era da prendere qualsiasi cosa andasse bene per neonati perché ne erano nati due, negli ultimi mesi, al Fortino, dai pannolini agli abiti al latte in polvere; poi ovviamente qualsiasi tipologia di cibo, scaduto o meno, che fosse ancora commestibile; e armi, compresi i coltelli da cucina affilati, che erano comunque sempre utili; e, soprattutto, svuotare l’armadietto dei medicinali. Se la ricerca fosse stata infruttuosa e lo zaino vuoto, avrebbe preso dei libri per rifornire la biblioteca del Fortino, di cui era assiduo frequentatore lui stesso – non voleva diventare un teppista illetterato che non sapeva neanche leggere, come la metà dei ragazzini del Fortino. Leggere lo teneva aggrappato alla vita di prima.
Guardò una foto incorniciata appoggiata su una mensola: una donna bionda con una coda di cavallo, il marito bruno e con la barba, due figlioletti tra di loro che erano un misto dei due. Strizzò gli occhi e la prese fra le mani: aveva riconosciuto la donna!
“Porcapaletta, la maestra Corinne!” disse fra sé e sé. Non ricordava di aver mai saputo dove abitasse, ma sembrava proprio lei. Cercò di portare a galla dalla memoria particolari su di lei, ad esempio se venisse a lavoro in macchina (e quindi era lei, senza dubbio, visto che erano parecchio lontani dalla scuola) o a piedi (e quindi era solo una sua sosia). Appoggiò la foto al suo posto e andò a controllare i quaderni sul tavolo.
Dopo una rapida ispezione concluse che sì, era sicuramente l’insegnante. In quei quaderni era pieno di temini del tipo “Dove hai passato le vacanze estive” o riassunti di storia, tutti ben pieni di segni rossi. Ne prese uno a caso e lo infilò in tasca.
Fece un rapido giro del pian terreno, accumulando davanti la porta tutto ciò che sarebbe stato utile da portar via, per una cernita più precisa dopo. A volte erano costretti a lasciar delle cose e tornavano poi, magari con una macchina, a recuperare il tutto. Comunque, in cucina non c’era granché tranne pacchi di farina e riso (“Ancora!” avrebbe sbuffato Miri) e qualche scatola di cereali. Il frigo emanava un terribile odore di marcio e lo lasciò stare. La porta finestra dietro al divano dava su cortiletto posteriore e sbirciando tra le tende Rob vide un recinto metallico sul fondo. Memore delle parole di Miri sull’orto, decise di dare un’occhiata.
Ma, quando fu fuori, gli venne voglia di fermarsi un attimo e godersi la luce del sole. Si sedette sui gradini che scendevano al prato e tirò fuori il quaderno. Un merlo cantava lontano e c’era una leggera brezza.
“La Germania” lesse aprendo una pagina a caso, “è una repubblica federale e si trova nel centro dell’Europa.” Lui probabilmente non avrebbe mai più avuto la possibilità di viaggiare e non avrebbe mai visitato paesi come la Germania. Inoltre, laggiù, moltissima gente si era fatta impiantare e, secondo Ian, ormai non c’era più alcun sopravvissuto normale. L’Europa era un continente bello che morto, concludeva.
Mentre continuava la lettura di geografia, un tonfo improvviso in fondo al giardino lo fece sobbalzare. Una mano gli andò di riflesso al coltello appeso alla cintura e con l’altra si infilò il fischietto tra le labbra.
“Non fischiare!” disse una voce.
Le foglie di una siepe ormai cresciuta a dismisura frusciarono e ne uscì una ragazzina. Doveva avere la sue età, più o meno. Era spettinata e sporca, magrissima. La maglietta che portava un tempo era stata bianca, era lisa in più punti e troppo piccola, tirata su due piccoli seni appuntiti.
Rob non si mosse e la ragazzina venne avanti tenendo le mani protese.
“Sono da sola, e sono disarmata. Non posso farti del male.”
Lasciò cadere il fischietto dalle labbra senza distogliere lo sguardo.
“Stavo solo cercando da mangiare. Ci sono delle patate, laggiù nella terra, ma puoi prenderle, io non saprei come cucinarle” disse.
“Non hai un rifugio?”
Lei scosse la testa e si fermò a qualche metro di distanza.
“Tutti hanno un rifugio.”
“Sono andata via dal mio” spiegò lei. “Succedevano cose… non stavo bene, là.”
Oh, quelle storie Rob le aveva già sentite. Per alcune persone, tutto questo casino con gli Impiantati non era stato altro che un’ottima scusa per diventare dei mostri e tirar fuori il peggio da sé. Era decisamente meglio girar al largo da certi accampamenti. Pensò a Ian, a Miri e gli altri e si sentì molto fortunato, per la prima volta da tempo immemore.
“Il mio rifugio non è male. Noi lo chiamiamo il Fortino, perché abbiamo una vecchia villa che sembra un castello.”
Alla ragazzina brillarono gli occhi. “Sei uscito a cercare provviste?”
Rob annuì. Cominciò a rilassarsi.
“Sei solo?”
Si irrigidì di nuovo. Non si sentiva del tutto a suo agio.
“Ci sono dei compagni nelle ville accanto” mentì. Non voleva sembrare completamente esposto ma neanche fornire troppi particolari alla ragazzina, non prima che un adulto avesse deciso se era a posto e poteva, magari, venire al Fortino con loro.
“Ma ti stavi prendendo una pausa, eh? Oggi è una bella giornata.”
Si mise a sedere a gambe incrociate in mezzo al prato. Strappò una margherita che cresceva nel prato e se la infilò dietro un orecchio con un sorriso. “Potremmo quasi far finta che sia un giorno normale, no? Che questa sia casa tua e io sia venuta a trovarti per fare i compiti.”
Aveva uno sguardo triste. Rob sospirò e scosse la testa.
“Puoi far finta di ciò che vuoi. Io ora me ne torno dentro e finisco la ricerca.”
“Cosa stavi leggendo?”
“La Germania.”
“Mmm?”
“Qui ci abitava una maestra. Dentro è pieno di quaderni dei suoi alunni. Anche io ero un suo studente, ma non ho trovato un mio quaderno.”
Si chiese perché mai avesse rivelato quel dettaglio; quando era stato dentro aveva deciso, immediatamente, che non avrebbe parlato neanche a Miri.
“Oh, sei della zona! Dev’essere bello. Io invece vengo da lontano. Sei mai stato in Germania?”
Negò.
“Io una volta sono stata in Francia coi miei. Abbiamo mangiato delle cose buonissime, sai. E fatto tanto shopping con la mamma. Mi aveva comprato un bellissimo vestito rosso…”
“Oh, ma quanto parli! Sei proprio una femmina” la interruppe lui. Si sentiva a disagio e non capiva perché.
Lei rise. “È tanto che non parlo con qualcuno, per questo ho voglia di farlo adesso. Puoi stare a sentirmi ancora un po’? Te ne prego.”
Si abbracciò le ginocchia e sorrise. Era seduta in pieno sole e i capelli, per quanto arruffati, risplendevano ramati alla luce.
“Parla pure, ma io finisco di leggere sulla Germania e me ne torno dentro” borbottò.
“Io vivevo in un appartamento, non in una bella casa come questa. C’era sempre un gran disordine e mia madre era sempre arrabbiata. Ma era anche contenta, perché eravamo tanti, a cena. Non sono abituata a non parlare con nessuno per giorni, capisci? Persino in  camera da letto ero con le mie sorelle. Tu avevi fratelli?”
Rob non rispose, testardamente a testa china nel quaderno.
“Poi al rifugio dove sono andata all’inizio stavo bene, dormivamo in una palestra, tutti in fila su delle brandine, a me piaceva, perché ero con molte persone. Avevo davvero paura di rimanere sola ed è buffo, no? Perché poi, quando hanno cominciato a fare quelle cose strane, mi è sembrato che essere sola fosse l’unica possibilità di salvezza. Ma non avevo messo in conto la noia.”
“Puoi sempre trovare un altro rifugio, no? Uno senza gentaccia.”
Gli era decisamente scappato. Ma no, non le aveva suggerito di chiedere di venire al Fortino con loro. Ne avrebbe parlato a Ian e magari sarebbero tornati domani e, se lei non si fosse troppo allontanata, l’avrebbero valutata insieme. Sembrava una rompiscatole femmina chiacchierona ma, a parte quello, era a posto.
Si stava infilando ancora margherite fra i capelli, canterellando tra sé e sé. “Ne vuoi una?” chiese con un sorriso.
“Assolutamente no!” rispose lui. Decise che ne aveva abbastanza e si alzò in piedi. Sarebbe tornato dentro, avrebbe finito il suo giro e le avrebbe lanciato dalla finestra una scatola dei cereali, affinché potesse mangiare. Era davvero magrissima.
Si alzò in piedi ma a quel punto lei lanciò un grido di dolore e si portò una mano alla schiena. La vide osservarsi il palmo imbrattato di sangue.
“Ehi, che ti succede?” esclamò e, suo malgrado, saltò sul prato e la raggiunse in due falcate.
“Non è niente!” strillò lei. “Stammi lontano!”
Fece per allontanarsi ma lui la acchiappò per il braccio. Controllò: era davvero sangue, rosso vivo.
“Stai sanguinando!”
“Non è niente, davvero! È solo una ferita…”
Non riuscì a trattenersi, la voltò tenendole ancora il braccio con forza e alzò la maglietta lisa, bianco sporco, che aveva due grosse macchie rosse.
Strabuzzò gli occhi quando mise a fuoco due piccole alette piumose, di un beige scuro, che le uscivano tra le scapole, avvolte in bende sporche di sangue. Stavano letteralmente gocciolando.
La lasciò andare con uno strattone come se fosse stato punto.
“Sei… sei un’Impiantata!” sibilò tra i denti.
“Ti prego, io non… non sono come…” piagnucolò lei, abbracciandosi da sola.
“Sei una schifosa Impiantata!”
“Non è vero!” urlò la ragazzina. “Non sono come loro! Non faccio nulla di male! Mi hanno impiantata da bambina, io non volevo!”
Si accucciò piagnucolando. “Ho cercato di tagliarle via, io non le voglio! Non servono a nulla ma tutti vogliono uccidermi solo perché se ne stanno lì, attaccate a me!”
“Perché molto presto impazzirai come gli altri, ecco perché! Farai a pezzi un po’ di gente…”
Rob tremava dalla testa ai piedi. Non era mai stato così vicino a un Impiantato vivo. Di solito erano ben diversi: sbavavano, straparlavano, ringhiavano e distruggevano ogni cosa – ed essere vivente – in cui incappavano. Di certo non si mettevano a far ghirlande di margherite.
“Ma non è vero!” pianse lei. Singhiozzava e le spalle sussultavano a ogni singhiozzo. “Le mie sorelle, loro hanno fatto un macello, ma io ho cercato di salvare la mamma…”
Rob fece un passo verso di lei. Teneva un mano sul coltello e con l’altra le sollevò i capelli sopra l’orecchio sinistro: la cicatrice era lì, sottile e bianca.
Scattò ancora all’indietro.
“Stavi cercando di ingannarmi” sussurrò. “Tutte quelle stupide storie sul rifugio. Vai ad unirti a quelli come te!”
“Sono davvero stata in quel rifugio! Nessuno ha mai visto le ali.”
Tirò su con il naso e alzò lo sguardo a fissarlo; il muco le colava sul labbro superiore e le lacrime avevano scavato dei solchi nello sporco delle guance. Rob notò la pelle chiara, le lentiggini, per la prima volta.
“Volevo solo chiacchierare con qualcuno. So che non potrò mai più andare in accampamento e che dovrò starmene qui fuori da sola per sempre, a meno che non riuscirò a tagliarle via per sempre. Ci ho provato, ma fa troppo male. Non avresti dovuto scoprirle.”
Per un momento regnò il silenzio. Rob si disse che avrebbe dovuto fischiare per far arrivare Miri e poi, una parte della sua mente, pensò anche che la ragazzina era a posto e al Fortino c’era un medico, che era stato chirurgo nella vita di prima, che forse poteva davvero tagliargliele via e risolvere il problema. Udì anche la voce di Ian ribattere, nella sua testa: “Non è che asportandole le ali risolveresti il problema, sai che c’è il chip nel cervello e, presto o tardi, anche lei impazzirà.”
Però sembrava davvero inoffensiva, lì accucciata ai suoi piedi, le lacrime che le cadevano dagli occhi, le margherite tra i capelli rossi e il sangue che gocciolava lungo la schiena.
Ad un tratto uno sparo risuonò nell’aria. La ragazzina spalancò gli occhi, poi cadde di lato. Sotto la sua testa si allargò una pozza rosso scuro.

*

“Rob, porca puttana! Che cazzo stavi facendo?” esclamò Miri correndo verso di lui. Lanciò una sola occhiata al corpo a terra, per assicurarsi che fosse abbattuta. “Aspettavi che ti saltasse al collo?!”
“Lei non stava…”
“Avresti dovuto fischiare subito. Lo sapevo che non avrei dovuto lasciarti solo.”
Rob riuscì solo a scuotere la testa. Aveva la bocca completamente asciutta.
“Ha ragione Ian, a non mandarti da solo. Sei solo un bambino.”
Poi sospirò, girò attorno al cadavere e si infilò tra le piante. Rob rimase fermo in piedi, una mano ancora sul coltello legato al fianco, gli occhi fissi sul sangue che imbrattava i fili d’erba.
Miri tornò quasi subito con le braccia piene di patate terrose. Ne cadde un po’ su un polpaccio della ragazzina.
“Forza, andiamo via. Non possiamo essere sicuri che fosse da sola, potrebbero arrivare i rinforzi. Torneremo nei prossimi giorni con qualcuno degli uomini.”
Il ragazzino fece fatica a girarsi e seguirla sui gradini verso la porta-finestra. Ebbe l’impulso di girarsi e prendere una delle margherite dai capelli dell’Impiantata, ma Miri l’avrebbe strozzato – oltre a non capire, ovviamente.
“Hai trovato qualcosa di interessante? Medicine? Cibo?”
“Aveva le ali. Sulla schiena” rispose. Non aveva affatto ascoltato la domanda.
“Oh, sì, c’era quel progetto chiamato Angels. Non decollò mai, non riuscirono a farle crescere abbastanza da mantenere un corpo umano in volo. Ce ne sono altri, così.”
“Sembrava normale” sussurrò lui. Dovette inghiottire, e ancora il nodo in gola non passò.
“Su, andiamo. Prendiamo queste cose e filiamocela. Che giornata sprecata, mannaggia.”
Miri era di cattivo umore. Rob infilò i pochi viveri accumulati nello zaino, meccanicamente. Gettò via il quaderno con i riassunti di geografia.
Uscirono dalla porta principale e poi dal cancelletto, sul quale Miri, con il pennarello rosso, fece i soliti segni convenzionali – villa non completamente setacciata, cibo finito, Impiantato abbattuto.
Poi, dopo una rapida occhiata nelle due direzioni, si incamminarono di buon passo verso il Fortino.

[Voti: 3    Media Voto: 3.7/5]

Qualche informazione su MargheritaPace

Margherita Pace nasce alla fine degli anni ‘80 e cresce nei dintorni di Roma. Scrittrice da quando ha imparato a scrivere, da una decina d’anni è anche medico ed espatriata. Sogna, un giorno, di riuscire a narrare le storie dell’emigrazione moderna, dei cervelli in fuga, dell’Africa che ha conosciuto e dei giovani che sopravvivono come possono (magari tutto nello stesso romanzo!). Nel frattempo si accontenta di sperimentare e affinarsi con brevi racconti.
Cronache da un anno italiano è il suo primo romanzo pubblicato.

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