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Ottobre 2104,

 

borgo di Moréa, regno di Bari, sotto il dominio di Amìn il forte.

 

 “Abel Guitierrez che ti viene a trovare a casa quando meno te lo aspetti, con tanto di mogliettina e figlia…”.

L’africano, accogliendo i tre, aveva mantenuto per tutto il tempo il sorriso tipico di chi è veramente contento, di quelli strani da incontrare nelle campagne dopo l’Orrore e tutta la follia che ne era conseguita. Era una sensazione da sogno, nel vero senso della parola. Di solito, quando arrivavano in uno di quei villaggi, prima venivano guardati storti da tutti gli abitanti, poi, nel caso fossero venuti per un incarico, c’era il momento nel quale dovevano farsi riconoscere, passando almeno cinque minuti a mostrare i documenti lasciapassare e licenze da mercenari rilasciati dal Regno, prima di poter finalmente avere un alloggio caldo e potersi finalmente rilassare dopo il viaggio. Per buona parte della gente delle campagne, del resto, i cacciatori di bestie erano letame. In caso in cui fossero stati lì per una tappa imprevista, invece, la questione era semplice: la sosta sarebbe dovuta durare il meno possibile, per evitare veri guai, o anche solo di sentirne l’odore a distanza. Non era quello il caso, di certo.

“Ci fai il caffè?” fece Abel, spostando lo sguardo sulla casa alle spalle dell’africano. “Cazzo, un caffè è il minimo che puoi offrirci dopo esserci arrampicati in cima a quest’affare sperduto per venire a vedere la tua faccia da scimmia, no?!”.

Malek trasformò il sorriso amichevole in una risata ricca di spasmi, mentre sua moglie e i bambini, rimasti sulla porta, sorridevano incuriositi e bonari.

“Sei veramente stronzo, Guit. Veramente tanto…”

“Bravo, diglielo!” prese la parola Anna, affianco ad Abel. “Fagliele scontare tutte! Sta sempre con la battutaccia pronta, ma appena trova qualcuno più grosso di lui sta zitto e abbassa la testolina!”.

Malek rise ancora di più, e finalmente finì di avvicinarsi agli amici.

“Oh, da quando avete messo su famiglia questa ti ha fatto abbassare la cresta per bene, eh!”

“Nah” ribatté Abel, lanciando uno sguardo ad Anna. “La faccio giocare un po’, poi appena si rilassa riprendo il potere e le faccio capire chi comanda”

“Ti piacerebbe!” intervenne allora Isabel, tirando al padre una botta sulla spalla. “Meglio che me ne stia zitta su come ti fa mangiare la polvere, papy!”.

Mentre Malek rideva ancora e Anna lanciava un’occhiata complice alla figliastra (nonché sua migliore amica), Abel Guitierrez stringeva finalmente quello che era stato uno dei suoi più fidati amici durante la guerra, quando era agente infiltrato in Sicilia contro gli islamici, e l’algerino suo contatto e informatore per molto tempo. E quell’abbraccio era davvero molto stretto.

“Tu non sai quanto siamo contenti di vedervi, maledizione!” fece Anna, mentre stringeva forte Yamila. Isabel, invece, era andata dai piccoli degli Amrouche; neanche il tempo di avvicinarsi che già i giochi erano cominciati. “Dio, è davvero tanto…”

“Troppo, cara” le rispose l’amica, afferrandole entrambe le mani e accarezzandole lenta. Sorridevano entrambe. “Siamo felici della vostra visita. Davvero”

“Siete in missione?” chiese Malek. “Un incarico?”

“Sì, e  ne avremo ancora per due giorni, almeno, ho paura…” rispose Abel, annuendo. “Una… una lunga storia, mettiamola così. Non un incarico troppo rognoso, tant’è vero che siamo solo noi tre, però ci siamo attardati sulla pista e rischiavamo di passare la notte fuori. Abbiamo puntato verso qui, e ci siamo venuti a prendere il caffè…”

“Siete ospiti a cena, altro che caffè” rispose Malek, serio. “E rimarrete a dormire qui. Comunque, per venire quassù voi tre soltanto e non portarvi dietro Vendàsi e gli altri direi proprio di sì… comunque spero niente di grave…”

“No, semplicemente due lavori in contemporanea”

“Malek, basta fargli perdere tempo, però!” esclamò allora Yamila. “Che diavolo, saranno stanchi, forza, tutti dentro, preparo subito la cena e un buon bagno caldo, se volete! Tutto per voi tre, davvero”.

“Sei troppo buona” rispose Anna, seguendola verso l’interno mentre inviava un messaggio alla governante per confermarle che non sarebbero rientrati per la notte. Sia lei che Yamila sorridevano. “Insomma, avrai tanto da fare, non vorremmo farvi perdere tempo…”

“Non dire cretinate, per favore” ribatté l’altra, ridacchiando. “Per favore, per favore, per favore! Adesso voi vi mettete comodi, vi fate un bel bagno, vi riposate e domattina, con calma, ripartite”

“In realtà dovremo andare presto” fece Isabel, andando con loro. Abel e Malek erano un po’ più indietro; parlavano di questioni politiche: l’insediamento di due nuove guarnigioni fra i colli, il razionamento dei villaggi lì attorno,  la caccia delle squadre d’assalto ai ribelli cattolici. “Purtroppo abbiamo davvero i tempi stretti, Yamila. Ci dispiace tanto, veramente…”.

La donna le fece una carezza sulla spalla, per poi prenderla per mano. “Sei meravigliosa, piccola, scommetto che giù a Bari stai facendo perdere la testa a tutti quanti!”

“Sei troppo buona, e… e… Anna, tutto bene?”.

 

La donna, i cui poteri da veggente, utili per la caccia, non smettevano di lavorare in nessun momento, era ferma.

Proprio di fronte alla porta di casa. Lo sguardo era dritto sulla finestra lì affianco, dove un rozzo stendino di plastica metteva in mostra ai nuovi arrivati il bucato del giorno: pantaloni da lavoro di Malek, vesti da casa di Yamila, un paio di scarpe da ginnastica del piccolo Jamàl, l’abito per la scuola di Francoise.

“Tutto bene, mà?” chiese ancora Isabel. “Ancora mal di stomaco?”

“Ah, sei stata poco bene, tesoro?” rispose Yamila. “Uh, allora faccio qualcosa di leggero. Non so, un po’ di verdura, conosco certe… ah, no! Ho capito cos’ha, Isy…”. Sorrise, alzando il dito sullo stendino. Isabel seguì l’indicazione, e vide. “Eheh, sorpresa!”.

 

Adesso anche Isabel era ammutolita. Meno rispetto alla matrigna, ma era comunque sconcertata. Non per la cosa in sé, quanto per ciò che comportava. Anche se lei, a certe storie, non ci credeva.

 

“Si chiama Mohammed ed è nato un mesetto fa!” esclamò Yamila, sorridente. “Ed è davvero scatenato, sì! Piange che è una bellezza! Avevamo mandato qualche foto, ma ho paura che abbiate cambiato indirizzo mail, maledizione! Oh, venite, venite, su! Ve lo facciamo conoscere!”.

 

Anna Guitierrez non ascoltò. Rimase ferma dov’era, lì, a fissare i calzini e il bavaglino stesi ad asciugare con la bocca aperta, il labbro tremante, e persino gli occhi lucidi. Quasi non respirava. Rimaneva ferma e ringraziava del fatto che si fossero fermati lì, perché altrimenti… perché altrimenti sarebbe potuto accadere qualcosa di brutto.

“Tutto bene?” sussurrò Abel, mettendole la mano sulla spalla.

Lei si voltò verso di lui.

 

“Sta calma” si ripeteva, mentre sentiva gli occhi di tutti addosso. “Maledizione, sta calma, sta calma, sta calma…”.

 

Quando lo guardò negli occhi e fece uno di quei suoi sguardi che Abel detestava vedere perché sinonimo di guai in arrivo, l’uomo tremò.

E non ci fu bisogno che gli rispondesse.

 

***

 

La casa degli Amrouche era tanto piccola e umile da far intuire quanto le cose potessero esser andate male a Malek dopo la guerra; forse ancor più dei segni delle torture che aveva ricevuto dagli islamici quando era stato catturato e incolpato di tradimento. I Guitierrez si aspettavano un appartamentino povero, ma Abel era abbastanza certo che i loro amici, ai tempi nei quali erano andati a vivere in campagna dopo il licenziamento di Malek, avessero almeno un vecchio computer olografico ben funzonante e un telefono. E lì non c’era ne l’uno né l’altro; senza contare quanto tutto fosse spartano e sporco. Lo notò anche Anna mentre non smetteva di pensare ai vestitini del piccolo Mohammed, e lo capiva Isabel notando quanto fossero sporchi e mal tenuti i vestiti dei piccoli. Non era da Yamila, per niente. Lo pensava anche Abel, che era rimasto verso il fondo della stanza a degustare il vino di Malek.

Il suo sguardo, però, era fisso sul neonato in braccio a Yamila, che stava seduta una povera sedia di vimini. E su Anna, seduta  davanti a lei; li guardava.

Era inorridita, e cercava con scarso successo di mascherare quell’impressione. Inorridita, come non le accadeva mai quando vedeva un bimbo; anzi, in quei casi era sempre felice.

“Amore, puoi venire un attimo?” fece allora Abel, alzandosi. Anna trasalì. “Mi è venuto un dubbio… si tratta del lavoro, Malek, perdonami capirai che si tratta di questioni riservate…”.

 

Yamila capì che c’era qualcosa sotto, e diavolo se anche Malek non se ne rendeva conto. Isabel sospirò, già stanca di quella situazione.

Anna si scoprì tesa. E sapeva che era giusto esserlo.

 

***

 

“Ma che diavolo stai dicendo?!” esclamò suo marito, guardandola negli occhi dopo aver ascoltato in silenzio, con gli occhi spalancati e iniettati di angoscia. “Tu… tu…”

“Abel, dobbiamo farglieli togliere da fuori. Ora. In ogni modo” rispose Anna, andandogli subito a prendere la mano. “Quei vestitini non possono stare là fuori con uno stregone in giro”

“Tu mi stai chiedendo di svelare a Malek e Yamila l’obiettivo di una missione segreta per conto del Tribunale perché credi in una leggenda sulle streghe!”

“È provata” rispose lei.

Adesso le loro mani si stringevano.

“Provata?” fece lui, dubbioso. “Sicura?”.

Silenzio.

“Sicura? Anna?”

“È una documentato…” rispose lei, subito, ma sospirando. “In parte, almeno”

“Amore, fermati. Tu non stai parlando di una possessione. Non stai parlando di un maleficio. Non stai parlando di qualcosa che abbiamo già visto”. Tremò al pensiero, e tremò al ricordo di quello che avevano appena visto. “Stai dicendo che secondo una leggenda popolare lasciare ad asciugare i vestiti di un neonato di notte attirerebbe una strega o uno stregone. Senza nessuna conferma sostanziale. Ora… mi dici che diavolo ti prende?! Insomma… non… non stiamo parlando di una sensazione, non stiamo parlando di una tua visione… stai parlando di una storia per spaventare i bambini prima di andare a dormire, che era in giro ben prima dell’Orrore e di tutto questo gran casino. Noi siamo qui per catturare Filippo. Il resto non conta. E comunque passeremo qui la notte. Non accadrà nulla”

“Filippo è molto potente. Il bambino e tutti noi potremmo essere in pericolo, se non facciamo qualcosa ora!”

“Quindi mi stai dicendo “va di là, chiedi a Malek e Yamila di ritirare i panni, torna qui e fai finta di niente”. E ti aspetti che loro non chiedano nulla…”

“Sono nostri amici, non ci tradirebbero mai!”

“Non possiamo rischiare. L’inquisitore è già fuori di sé. Se scoprisse che abbiamo messo in giro la voce della fuga di Filippo dalle prigioni potrebbe tanto non pagarci quanto decidere di riaprire il fascicolo su di voi” spiegò, nervoso. “Non metto in pericolo te e Isabel. Non in questo modo!”

“Siamo già in pericolo, Abel”   

“Non ne puoi essere sicura!”

“Ma neanche del contrario!”.

Ora aveva alzato la voce, e lui, esausto per la giornata di caccia, aveva tirato su le mani e si era voltato, levando gli occhi al cielo e sospirando. Lei si appoggiò alla parete, sospirando a sua volta, e abbassò il capo.

“Ehi, tutto bene?” fece Isabel, entrando. Tutti e due la guardarono, non sapendo proprio che risponderle. “Vi abbiamo sentito da di là…”.

Il suo papà e la matrigna si scambiarono un altro sguardo, e la ragazza capì che stava succedendo qualcosa di talmente oscuro e incomprensibile, di talmente complesso, da farle odiare definitivamente quella giornata di lavoro. E, quando udì la storia, capì di avere ragione. E rimase in silenzio finché non ebbe il coraggio di esporre l’idea definitiva. Quando la sentirono, padre e madre rimasero a guardarsi per alcuni secondi, e improvvisamente la montagna da scalare apparve, se possibile, ancora più alta.

“Se arriverà, bene” concluse alla fine. “Se non arriverà, ci saremo fatti una notte in bianco per nulla, ma bene uguale, perché la leggenda sarebbe falsa e nessuno in paese correrebbe rischi. Mi sembra abbastanza tranquilla come cosa, no?”.

“Non è saggio affrontarlo a piedi” ribatté suo padre, scuotendo il capo. “Sulla navetta d’assalto hai un vantaggio, qui a terra no. Che succede se poi ci ritroviamo di fronte qualcosa che non riusciamo a contrastare? È… difficile…”.

 

Il fucile.

Il pensiero gli attraversò la mente, veloce, mentre già cercava di capire in quale posizione avrebbe potuto piazzarsi per avere una buona linea di tiro sulle vie attorno a casa Amrouche.

Il fucile. Da lontano.

La ragazza fissava suo padre guardare lontano, gli occhi persi nel vuoto, e capiva che era scattato qualcosa in lui. Qualcosa di non ancora completamente formato nella sua testa, ma c’era quasi. Stava per chiedere, per essere certa di quel che sarebbe successo di lì a poco, quando lo spagnolo guardò Anna e parlò.

“Perché i panni dei bambini?”

“Neonati, amore. Solo quelli dei neonati” ribatté lei, scuotendo il capo. “Forse, non so, l’odore…”

“Un negromante è un essere umano come gli altri, è…”

“Potrebbe non esserlo, papà” ribatté Isabel, scuotendo il capo. “Insomma, niente di quello che è stato mai generato dall’Orrore e da ciò che è ruotato attorno all’Orrore lo è”.

“Ma non ha senso…”.

“E che senso ha il fatto che se sacrifichi un uomo colpevole di un omicidio allo spettro della vittima e poi ne spargi il sangue attorno al luogo dell’esecuzione, lo spettro se ne va? Non ce l’ha. Ma è successo, davanti ai nostri occhi”.

“Stavolta è diverso”.

“E perché?” ribatté Anna. “Direi che la quantità di follia nella cosa è la stessa. Facciamo un tentativo, almeno”.

Solo in quel momento lo spagnolo si voltò verso la finestra, in tempo per vedere il sole ormai del tutto calato dietro la collina. No, non aveva senso, era vero. Ma in fondo non lo aveva neanche il fatto che sua moglie e sua figlia potessero sentire la presenza dei morti in un determinato posto, né che potessero avere visioni di ciò che era o sarebbe successo, o che l’inquisizione del califfato le tenesse sotto controllo per questo. E neanche che da due giorni stessero seguendo un uomo accusato di stregoneria e in grado di far seccare i raccolti.

Eppure quelle non erano leggende.

“Si può sapere che diavolo succede qui?” chiese Malek Amrouche, entrando in quel momento. “Abel, vorrei…”

“Malek, il campanile della chiesa” lo interruppe allora l’amico. “Mi serve. Stanotte.”. 

 

***

 

La notte è buia, e anche se sono nel mezzo del sud fa freddo.

Lo spagnolo, la moglie e la figlia si stringono nei teli mimetici, e l’uno all’altro, e tutti e tre addosso al parapetto della finestrella in cima al campanile della vecchia chiesa, e guardano verso il basso, ognuno in una direzione diversa.

Il paese sembra morto.

Durante il coprifuoco nessuno osa uscire di casa. E sono già passate ore, ore e ore ancora.

“Oddio, che nottata…” sussurra la ragazza, battendo i denti. Guarda giù, passa lo sguardo sulle viuzze dietro casa Amrouche, ma pur avendo il binocolo termico non vede niente di interessante. “E pensare che da piccola il campeggio alla diaccio mi piaceva…”

“Ma non stavi su un campanile durante una battuta di caccia” sussurra il padre, che tiene il dito sul grilletto del Geller da tiro da davvero troppo, ormai. “Che palle, eh, bambina? Vuoi andare di sotto a riposare, nella canonica?”

“No, tranquillo…”

“Sicura? Non c’è bisogno che tu rimanga…”

“Sei occhi sono meglio di quattro, papy…” risponde lei, scuotendo la testa. “E poi siamo una squadra, no?”.

Suo padre sorride, scostando di poco lo sguardo. Lancia un’occhiata appena accennata dietro di sé, e la trova tutta presa nel suo compito. Ha sedici anni, la ragazza. Dovrebbe pensare al bel ragazzo greco che abita a Bari e che le piace; dovrebbe pensare a procurarsi gli smalti più belli al mercato nero e a farsi bella. Non a seguire il padre e la donna con il quale si è risposato a caccia di mostri.

Ora non sorride più.

Ora pensa ancora, per l’ennesima volta, a quanto la loro vita sia folle. E pensa a quanto sua figlia meriterebbe di meglio. Anzi, tutte e tre le sue figlie. Più lo fa, più si carica di amarezza; poi trasale.

Anna si è accorta dello sguardo, e gli ha preso la mano. Ora la tiene stretta forte, ma la presa è dolce, la pelle morbida, e ha il calore che soltanto l’amore gli può donare. Alza lo sguardo e la trova lì, di fronte a lui, con un sorriso mesto e comprensivo.

Non stancherà mai di stupirsi di quanto Anna sia bella, forse la più dolce e bella delle persone delle quali potrebbe mai essersi innamorato. È gentile, è buona, è comprensiva. Forte, a suo modo, pur essendo spaventata dalla Maledizione che ha colpito lei e Isabel anni prima, e li ha portati ad affrontare quella e altre sfide.

Una lunga storia.

Lunga e brutta. Ma Abel non vuole ripensarci. Non questa notte. Vuole solo che il buio passi in fretta, che si concluda tutto per il meglio, e vuole pensare a quanto sia bello affrontare quelle prove affianco a loro due.

Le ama.

Maledizione, si farebbe ammazzare per loro due. E non è una frase fatta. Non se pensa alla condanna al rogo sulle loro teste.

Lei gli sorride, e lui si sente bene. 

“Pà!” sibila allora sua figlia.

Si voltano di scatto. La ragazza guarda verso il basso.

“Guardate!”.

 

Lo vedono.

Sì, lo vedono; è coperto da un cappotto lungo e da un grande cappello.

Il negromante.

 “È lui, Abel!” ringhia Anna, massaggiandosi le tempie. “È lui, lo sento!”.

Lo sente anche Isabel; a entrambe fa male la testa.

Tutto normale. Gli succedeva sempre.

Il negromante scivola lungo il vicolo dietro casa dei loro amici, dove c’è l’entrata posteriore. Dove c’è il cancelletto.

“Cazzo…” sussurra Abel Guitierrez, mentre impugna il fucile. “Sicure che sia lui?!”

“Pà, chi diavolo potrebbe essere che va in giro a quest’ora?!” fa sua figlia.

Adrenalina dentro di lei.

Tanta straordinaria adrenalina, che la eccita.

“Abel, ti giuro che è lui!” dice Anna. “Te lo giuro! È lui! è lui!”.

Abel liscia il grilletto dell’arma, mentre stringe forte il manico.

L’ombra nera va verso il cancelletto sul retro. C’è il cancello, già, e il cancello è chiuso e bloccato. L’ha fatto lui, prima che salissero in cima alla torre campanaria, per evitare che qualcuno vi entrasse.

“È lui, te l’ho detto!” sibila Isabel, quando il negromante alza la mano, e

 

il cancelletto si spalanca.

“Abel, spara…” sussurra Anna. “Ora, amore, ora!”.

L’ombra alza il braccio; non possono vedere se stia già toccando il cancello o meno. Può anche non averne bisogno. Fatto sta che il cancello si à aperto.

“Spara… ora!”.

 

Il fucile ha il silenziatore, ed è già pronto a correre laggiù, per finire il negromante

 

sì, è certo che sia lui

 

per finirlo o catturarlo.

Può vederlo, attraverso l’ottica di precisione. Il mirino è dritto sulla fronte. Il dito liscia il grilletto.

È ora di sparare, gente.

Un colpo solo ed è fatta.

 

Il negromante entra nel cortile sul retro.

 

“Papà, vai… feriscilo e vallo a prendere…” sussurra Isabel, sospirando. “Vai, vai, ti copro io col fucile, se serve…”.

 

Deve farlo. Deve farlo adesso, in questo preciso istante.

Un colpo solo, preciso, e tutto finisce. Ce la deve fare.

Ora.

E ce la può fare, se lo sente dentro, però…

 

Il negromante aveva alzato improvvisamente lo sguardo su di lui, e si era fermato.

Si guardavano. L’un l’altro. Poteva scrutarlo, poteva esplorare i dettagli del suo viso, perché aveva alzato lo sguardo dritto su di lui.

 

Ora.

 

Fuoco.

 

***

 

La navetta si era rimessa in volo alle sei del mattino, e ora si muoveva, non troppo veloce, verso Bari. Col loro trofeo, al quale ora Isabel lanciava qualche occhiata. Un trofeo ormai freddo, come il ghiaccio, un cadavere.

Non era andata bene.

 

“Perché lo hai colpito in fronte?”. Fu Anna a destarlo dai suoi pensieri, all’improvviso. Lui continuò a guardare fuori dall’abitacolo, sognante, mentre la Diogene volava col pilota automatico.

“Perché, dici?”

“Sì. Bastava ferirlo, catturarlo e riportarlo in prigione. Cioè, io… non vorrei che ti fossi innervosito per le mie parole, io…”

“Andava fatto” ribatté lui, sospirando. Ora si guardava le mani, strette l’una nell’altra, appoggiate sullo stomaco. “Tutto qui. Era il male, ragazze. Nessuno lo piangerà”

“Non è da te uccidere qualcuno a sangue freddo, per quanto sia pericoloso o malvagio. È stato… sbagliato…”

“Era pericoloso. Aveva ingannato, ucciso e rubato, e stava per entrare in casa di Malek…”.

I vestitini del piccolo Mohammed. Stranamente ci ripensò solo allora, sospirando.

“Avevi ragione riguardo alle leggende”

“Non è quello il punto…”. Anna aveva alzato una mano, andando ad accarezzarlo sulla guancia. “Mi preoccupi tu, adesso. Hai… sei stato anche troppo freddo…”

“Anna, Filippo doveva essere a miglia di distanza da dove eravamo; invece ce lo siamo ritrovati di fronte, lì, forse a causa di una cosa talmente strana da far andare fuori di testa… vestitini di neonato bagnati. Ma ti rendi conto…”.

 

Silenzio, mentre la navetta sorvolava le pianure prima della costa, e il Capocaccia pensava, stringendo la mano della moglie.

“Hai avuto paura di lui, vero?” chiese allora Isabel, con gli occhi fissi sulla cassa con dentro il corpo. “Vero, papà?”.

 

Prima che lui si voltasse a guardare la sua piccola ci pensò Anna. Abel rimase con lo sguardo fisso sull’orizzonte, pensando e ripensando, al volto del negromante. Filippo diceva di chiamarsi. E dicevano che fosse imprendibile, e andasse a caccia di bambini, e che li rapisse. Aveva sperato di prenderlo, perché si era reso conto, da subito, della sua minaccia. Ma poi era successo qualcos’altro.

 

“Sì, Isy…” sussurrò lui, alla fine. “Sì…”.

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Due cose su Fabio Antinucci

SMM e copywriter @Geeko Editor di giorno, scrittore e supereroe di notte. Scrivo roba horror, fantasy e di fantascienza, leggo e guardo un po' di tutto.

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