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Una volta questo parco pubblico era un velodromo. Io c’ero. Velocità diverse. Ciclisti su pista che sognavano il record dell’ora, cani levrieri dietro una lepre di gommapiuma e pattinatori incalliti, quando le rotelle non erano ancora in linea. E poi i concerti. Incredibile a dirsi ma anche a pensarsi. In quegli anni Peppino di Capri apriva il concerto dei Beatles. Champagne a Penny Lane dal porto di Napoli a quello di Liverpool. Un decennio dopo Pino Daniele invece faceva da apripista a Bob Marley, che spettacolo, che sonorità. Cantanti così non ne ho più sentiti. Ed io c’ero. E poi nello stesso periodo gli Skiantos con le loro storie Pese e gruppi prima punk e poi pop, fino a ieri nessun rap. Anche se questa musica dice pure cose sane, cose vere, cose crude, non solo rime baciate su misura, per follower e youtuber, come si chiamano oggi i fans. E stasera non sarà un concerto, ma un evento naturale a richiamare molte persone ancora sul prato, che non è quello di cinquanta anni fa, ma che forse è almeno tanto verde come allora.

Ci furono le crisi. Economiche, Energetiche, Politiche. A cavallo dei decenni. Ma anche l’urbanismo sfrenato e la corsa verso l’alto dei palazzi. Il boom costruiva e la crisi chiudeva e demoliva. Come in un loop. Costruire e demolire. E così, con meraviglia, a dispetto della decadenza, vennero smontate le tribune e la pista e nacque un verde parco. Dell’anello è rimasto solo parte dei rettilinei e delle curve, non più paraboliche, piastrellati da mattoncini grigi, come enormi pezzi di un puzzle. Il parco è poi stato contorniato da palazzoni e imbottito di bimbi che svuotavano le scatole di cemento per riempire il poligono verde. Io c’ero. Ho visto le loro mamme incinte e sorridenti e i loro papà il venerdì pomeriggio, uscendo prima da fabbriche e uffici, lanciarli il più in alto possibile con le altalene. Li ho visti crescere tutti. Ho visto le loro mille storie, non mi crederete, ma davvero, forse anche più di mille. Storie per tutte le stagioni. Non ci credete? Allora accomodatevi e mentre sole, luna e terra convergeranno vi racconterò. Vola un foglio di un quotidiano. Riesco a leggere la colonna laterale. L’eclissi della luna rossa. L’eclissi del secolo.

Anselmo era un ragazzino timido, oggi penserebbero autistico. Non parlava con nessuno. Chiuso nella sua mente. Progettava di andare nello spazio. Era nato negli anni dei viaggi sulla luna, la sfida tra USA e CCCP. I fallimenti e i pochi, seppur enormi, successi. Sogni oggi dimezzati dai costi elefanteschi delle missioni. Con il suo grembiulino blu e la sua cartella beige, disteso nel verde o con il suo cappotto di panno, seduto in mezzo alla neve, con un sacchetto sotto il culo per non bagnarsi i pantaloni. Testa verso l’alto a sorvegliare il cielo. Sognava di guidare un razzo Apollo o un modulo lunare. Sognare non costava nulla, molto meno che pagare i libri per il liceo e l’università. Anselmo che oggi vende la frutta porta a porta per tutto il quartiere. Ancora oggi che in cielo i satelliti artificiali rubano la scena alle stelle, viene e si siede, non più in terra al centro del parco. Arriva con il suo cannocchiale, costruito nell’ex URSS, capace di scrutare oltre i palazzi. Le luci del quartiere fino a tarda sera coprono le stelle. Ma di notte, tra le due e le tre, restano solo i pochi lampioni della strada, allora il cielo diventa una mappa e lui continua a sognare. Stasera di certo accorrerà con tutta la sua attrezzatura per scrutare la volta celeste. Quante volte avrà sognato il conto alla rovescia?

E Dafne e Cesare che negli anni ottanta vestivano da paninari, ascoltavano i Duran e gli Spandau scontrandosi sul brano migliore e sul cantante più figo. Crescendo hanno preso strade diverse. Lui è andato via, con il padre, ha lasciato l’Italia per un paese di cui non ricordo il nome, dove il lavoro non è problema per governi populisti che non trovano la quadra. Ingegnere meccanico. Dafne la vedo ancora, con la borsa da danza. Balla balla ballerina, dal Teatro del Sole, dove è stata artista della prima fila, alla discoteca sui colli, senza rovinarsi in sballi: ancora oggi illude ragazzi e uomini, contorcendosi magicamente su di un palo. Ero lì, come sempre, osservavo immobile la loro acerbità. Oggi per caso si sono incontrati. Imbarazzo. Cesare, tornato in Italia per riabbracciare i parenti, ha peli bianchi tra la barba nera, Dafne il seno rifatto e forse anche il naso. È bastato un minuto ed eccoli ancora lì a punzecchiarsi sul loro stato di forma. Poi d’improvviso si salutano. La convergenza verso un punto comune è durata meno che il tempo di un caffè. Peccato. Sono già di spalle verso il grigio che oggi copre la città. Credo che non torneranno, nemmeno per un evento epocale.

Ermanno ha consumato le suole. Corre tutte le sere più di quindici chilometri. Ogni giro del parco sono trecentotrenta metri: di sudore d’estate e calore anche d’inverno, quando la neve non arriva ancora ma il freddo e l’umidità entrano fin dentro i muscoli; allora indossa un k-way catarifrangente, che lo scalda come un abbraccio. Il cardiofrequenzimetro e il contapassi satellitare lo tengono aggiornato con costanza. Vuole correre una maratona, è un obiettivo che si è dato da portare a casa prima dei quaranta. E non può fermarsi nemmeno a pensare. Appena può corre e gira. Ogni giro trecentotrenta metri si ripete. E mentre corre vorrebbe pensare ad altro ma tutto ruota intorno alle parole di suo padre, come fossero un mantra: “Hai quasi quarant’anni”; “Dovresti metter su famiglia”; “Sai che orami stiamo diventando vecchi”. Così corre più forte e per non pensare ad ogni giro ripete il conto: trecentotrenta metri per il numero di giri. Una donna c’è. Giulia. La sua luna nel buio.

Daniele si alza presto. L’autobus della linea 13 da ottobre a marzo è riscaldato. La prima corsa è vuota e parte proprio di fianco al parco. Le notti invece sono lunghe e fredde. Nasconde la sua scorta di cartoni dietro la pensilina. Spesso i netturbini li hanno portati via, poco male, i supermercati dei dintorni, dalle 19 mettono fuori gli scatoloni. Daniele è un fedelissimo da anni. Hanno provati in molti a prendere il suo posto. Con modi garbati ha spiegato che lui era qui dai tempi del Velodromo di cui era guardiano, dove viveva da solo nella garitta. L’unico lavoro di una vita, prima di restare senza occupazione, senza casa. Così è rimasto qui con me. Posto in prima fila per lui.

Giulia odia i luoghi comuni. “Possiamo andare a vivere insieme senza sposarci”. “Non c’è nulla di male”. “Cerca l’approvazione della tua mamma”. Guarda Ermanno effettuare un altro giro. Indossa un ḥijāb turchese che risalta anche da lontano. È sempre più convinta della sua scelta. Sorseggia il suo caffè macchiato. Al bar del velodromo non è come in Marocco, ma non è neppure male. Vuole che sia il suo Ermanno, nella loro intimità a scoprirla. Lui e solo lui. Certo anche suo padre non approva, ma è lontano oltre il mare ed avrà tempo per convincerlo o convincere Ermanno a sposarla. Sempre che l’atleta trovi il coraggio di affrontare i suoi genitori e dirgli apertamente che è da oltre due anni fidanzato con una ragazza africana. Che l’adora e che da lei aspetta un figlio. Brilleranno mai come stelle?

Samuele e Luisa hanno cominciato a baciarsi alle feste di compleanno, mentre i loro compagni di scuola si dividono tra quattro calci ad un pallone, bambole da pettinare e girotondi infiniti. Samuele odia correre perché non sa ancora perdere. Luisa invece spezza cuori a bimbi e ragazzetti con i suoi codini biondi e le sue mossette da superstar. Le storie e i miei ricordi si rincorrono e si ripetono pedissequi. Mentre credono di essere invisibili, si scambiano fugaci baci, infantili ed innocenti. Si cercano e si trovano con uno sguardo. Occhi negli occhi senza capire cosa accade nella loro testa. Un amore ancora da scoprire. Sono lì e li osservo con discrezione, in silenzio, mentre affannosi respirano, per la paura di essere scoperti, nascosti dietro una siepe per fortuna non potata. Arrivano i nonni e i bimbi vanno via. Samuele si volta e guarda la sua innamorata, come l’etichetta lui stesso. Trova il suo volto pronto ad accogliere l’invito per l’indomani a scuola. Non sa fare l’occhiolino, strizza il volto in una smorfia e Lulù gli lancia un bacio senza far rumore. Per loro la ninna o le ore piccole a guardare il cielo?

Cesare si volta indietro. Ho l’impressione che conti. Conta. Sta contando quanti passi fa Dafne. “Altri tre passi e se non si volta vado via”. Osservo la sua mano, incrocia le dita. Samuele chiede al nonno come mai ci sono le ruspe. Adora i mezzi d’opera. Ermanno chiude un altro chilometro a 4’45, ottimo dopo diciannove già percorsi. Luisa invece supplica la mamma, stasera prendiamo la pizza non ho voglia della zuppa. Dafne rallenta, spero davvero che stia pensando di voltarsi. “Voltati Dafne” vorrei poter urlare. Giulia paga il caffè, con il cellulare controlla le progressioni del suo fidanzato. “Dovranno sostituire qualche tubo” risponde il nonno di Samu, che nelle ore di scuola sorveglia attento i cantieri del quartiere. Ancora un chilometro, oggi l’allenamento prevedeva una mezza maratona. Un attacchino, affigge su di un cartellone pubblicitario alle mie spalle, il poster della Pausini. I concerti si fanno nei palazzetti e nelle piazze. Ma al bar del parco d’estate suonano gruppetti di musicisti emergenti. Dafne si ferma. Luisa ha convinto la mamma. Penso a Moser e al record dell’ora e al latrato dei cani quando effettuavano il riscaldamento. Oggi vengono qui a pisciare e i padroni non si curano più di tanto. Si volta, evviva, anche se Cesare ha aspettato oltre il limite che si era imposto. Samuele non è convinto della risposta del nonno. Ermanno invece decide di fare un paio di chilometri di defaticamento. Cala la sera. È una processione verso la certezza delle mura domestiche e nell’aria aleggerà solo il ricordo di un vecchio giorno che si prepara a lasciare il passo all’indomani. Arriva Daniele con un cartone nuovo, prima di essere depositato nella differenziata conteneva pannolini taglia 4. Giulia cerca un centimetro di pelle non sudata per un bacio delicato ad Ermanno. I bimbi sono ormai a tavola. Dafne pensa al messaggio da mandare a Cesare. Anselmo sa che stasera Marte sarà visibile ad Est. E che per il fenomeno naturale spegneranno i lampioni già alle 21.

Eccola è arrivata. La ruspa è lì per me. Così come questa magnifica luna. Sapevo che sarebbe venuta. È anche giusto. Dopo oltre cinquanta anni di onorata carriera. Sono stata comoda, “chiedere a Daniele”. Dopo cinque decenni di servizio. Inossidabile. No, non il mio materiale. Quello prima o poi si logorerà sotto i jeans o le scarpe degli incivili che mi sovrastano sullo schienale. Ma ho sempre fatto il mio dovere senza lode ne infamia. Per oltre dieci lustri sono stata testimone di tutto quello che è accaduto qui e nei dintorni. E sarò testimone di questa ultima eclissi, la grande luna rossa, la più bella da quando sono qui. Domani cambieranno tutte le panchine di legno del parco, le sostituiranno con nuove e stilose panche in materiale riciclato. Direi che finalmente hanno capito che non deve essere sprecato nulla. C’hanno messo tempo. Auguro a tutte loro di accumulare tutti i miei stessi ricordi, perché sarò anche restata immobile per oltre mezzo secolo, ma la mia memoria ha visto mille storie. Non mi credete? Davvero, forse anche più di mille. Storie per tutte le stagioni. Per tutte le età, per tutte le tasche. Allora accomodatevi e mentre sole, luna e terra convergeranno vi racconterò.

Qualche informazione su inverosimilmente

Mi chiamo Salvatore Improta, (on line con il nickname Inverosimilmente). Sono nato a Napoli nel 1979, vivo a Bologna dal 2001 e lavoro a Rimini dal 2015 come responsabile di Sistemi di Gestione. Sono un accanito lettore, figlio di un litografo - casa dei miei genitori è invasa da carta stampata. Tra i miei autori preferiti... Saviano, Auster, Fante, Ammaniti, Brizzi...mi fermo solo per questioni di spazio.
Mi sono avvicinato giovanissimo alla scrittura, in primo luogo di racconti brevi.
BRUCIA è il mio secondo romanzo (il primo ad essere pubblicato) è disponibile dal 15 novembre tra gli e-book della grande famiglia Geeko!

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