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Sono seduto sulla stessa panchina dove un anno fa mi hai detto ti amo. Il panorama è lo stesso, stesso tramonto, stesso mare, stesse cabine, stesso suono dei gabbiani, forse c’è solo più vento.
Quello che non è più lo stesso sono io. Oggi al posto del mio cuore c’è un livido, al posto dei miei occhi, altri due lividi, delle mie mani, altri due e della mia bocca un altro.
Me ne vado in giro come un automa.
Non mi accorgo che l’anziana della casa accanto alla mia ha traslocato, che al suo posto è arrivata un ingegnere “niente male”, a detta di Gianfranco, che nel mio giardino non crescono più i fiori, che la mia cagna è incinta e che mia sorella soffre di depressione.
Per fortuna il sabato mia mamma continua a venirmi a trovare.
Insieme alle castagne, alla zucca e alla zuppa ai funghi che cucina per me, mi aggiorna su ciò che accade intorno ed io mi sento meno miserabile.
– “I capezzoli di Magoo crescono a vista d’occhio e hai visto come si è allargato il suo addome? Cosa aspetti a portarla da un veterinario? È chiaro che è incinta. Te l’avevo detto di sterilizzarla! Ora non ti arrabbiare con noi se tra qualche mese Magoo ti riempie la casa di cuccioli. Papà ed io volevamo solo che non ti sentissi solo in questa casa così grande, ma quante volte ti abbiamo detto di sterilizzare Magoo? Comunque, l’ingegnere che vive nella casa affianco è molto gentile, oltre che carina. Mi ha visto uscire dalla macchina con tutte queste buste e si è offerta di darmi una mano. Mi sono fatta accompagnare ma non le ho chiesto di entrare, anche se avrei tanto voluto offrirle un caffè, perché so che ti saresti arrabbiato. Comunque, dovresti fare qualcosa in giardino, non vedi che tutti i fiori sono morti? Lele ma mi stai ascoltando?”

Io no, non la stava ascoltando. La sua presenza è preziosa ma il malumore torna presto e vorrei mi trovasse solo.
Non provo tenerezza nemmeno per Magoo, che poverina ci prova a tenermi compagnia, nemmeno per i fiori del mio giardino, che poverini ci provano a non morire.
Io non ho il pollice verde e i fiori li hai piantati tu. Ora da quando sei andata via vorrei che morisse tutto quanto, che il sole si spegnesse, che tacessero i gabbiani e vorrei sparire anch’io.

– “Il dottore che ha in cura tua sorella è stato chiaro. Ha detto che la causa della sua insoddisfazione, dei disturbi del sonno e della memoria e questo suo non voler mai uscire di casa hanno una sola causa.”
Mi sono girato, piano. Mi sono ridestato dai pensieri, è ricomparsa la nausea.

– “Dice che è depressione.”
Depressione. Mia sorella? La persona più solare che io abbia mai conosciuto?
– “Da quanto tempo non la chiami Lele? Non pensi che sentirti possa aiutarla? Lo sai quanto è legata a te. Lo sai quanta pazienza abbiamo io e tuo padre. È un anno che non ti chiediamo nulla, non ti invitiamo a pranzo perché non verresti. Siamo stati comprensivi. Io, nonostante i tuoi silenzi e le chiamate perse, vengo ogni sabato, da dodici mesi, a portarti da mangiare. Ho un lavoro e il sabato, come sai bene, è il mio unico giorno libero. Tuo padre mi chiede di approfittare delle giornate ancora calde per andare al mare, passeggiare per i boschi che lui ama tanto, andare al mercatino dell’usato o a trovare suo fratello a Como ma io gli dico sempre di no perché il sabato, almeno il sesto giorno della settimana, desidero passarlo con te. Con te che non mi parli, che non mi guardi, che non ti accorgi che sono stanca e che ho perso dieci chili, che ho le mani che mi fanno male perché l’artrite avanza, che non mi chiedi di tuo padre o di tua sorella.”

I conati di vomito avanzano, frequenti, ed io sto per vomitare, resisto.

– “Anche noi soffriamo perché tu soffri, cosa credi? Pensi che non ci importi niente di come stai? Le storie d’amore finiscono. È finita quella di tua sorella dopo 18 anni, è finita la tua dopo 4 e sapessi quante volte stava finendo la mia con tuo padre ma la vita va avanti Lele. Non possiamo permetterle di vincerci, non puoi permettere a Sonia di distruggerti.”

Vomito, e non smetto. Mia mamma mi guarda, paralizzata.
– “Mamma lasciami per favore, vai via.”
Lei ha preso la sua borsa, senza dire una parola ed è corsa via, via dalla paura di scoprire che anch’io sono malato.
Mi sono tirato su, sono andato in bagno per buttarmi acqua nella bocca e sulla faccia. Mi sono guardato allo specchio e ho pianto. Ho pianto per i 365 giorni di quest’anno che avremmo dovuto trascorrere insieme e invece no. Per te che non hai voluto darmi una seconda possibilità, per me, che come uno stupido, non ho immaginato potessi lasciarmi il giorno in cui ti ho detto che avevo baciato un’altra, per mia sorella che soffre di depressione e si fa carico anche del mio dolore.
Mi sono spogliato in fretta, e ho aperto il rubinetto della doccia. Ho aspettato che l’acqua venisse fuori caldissima, che il bagno diventasse una bolla di vapore e mi sono buttato sotto l’acqua. L’ho lasciata scorrere tra i capelli, lungo il corpo, poi giù nello scarico.
Ho preso ad insaponarmi con una foga che non immaginavo di avere, come se volessi staccarmi la pelle e scoprire di averne una nuova, incontaminata.
Ho preso l’accappatoio e sono andato in cucina. Ho riscaldato la zuppa che ha portato mia madre e ho dato da mangiare a Magoo. L’ho accarezzata e lei si è abbandonata, incredula e attenta, sotto la mia mano.
Dopo mangiato mi sono vestito e sono tornato in questo luogo dove non ero più tornato.
Sai Sonia, la vita non è come la immaginiamo noi. La vita è stronza. La vita ci mette continuamente alla prova e se non siamo abbastanza coraggiosi ci annienta.
Quando ho baciato Federica, non ho provato nulla, l’ho fatto solo per gioco.
I miei amici mi hanno sempre preso in giro per non essere come loro. Io ho avuto due storie importanti e lunghe. Antonio pensa che io sia un fesso e ho voluto dimostrargli che si sbagliava.
Tu lo sai che quando amo lo faccio davvero. Amo col cuore e con la pancia.

Quando Antonio mi ha presentato Federica e lei ha iniziato a provarci dopo quattro bicchieri di vino, io non potevo immaginare quello che sarebbe successo. Antonio e gli altri si scambiavano sorrisi d’intesa. Ricordo il suo corpo caldo che mi voleva e la sua bocca in un attimo appiccicata alla mia.
Sono tornato a casa quella sera e tu dormivi. Ti ho svegliata per raccontarti tutto e tu la mattina successiva avevi già svuotato l’armadio.
L’ultima volta che ti ho stretto eravamo seduti su questa panchina a guardare il mare insieme. L’autunno aveva gli stessi colori che ha oggi e l’aria era ancora calda, caldissima.
Nei giorni successivi ti ho cercato, ti ho scritto, ma tu non hai risposto.
Mi sono chiuso in casa, ho allontanato la mia famiglia, e ho smesso di vedere i miei amici.
Dopo un paio di mesi, ho trovato un invito nella mia buca delle lettere. Antonio e Federica si sarebbero sposati.
Ma che importanza ha, ormai. Ti auguro di essere felice ovunque tu sia. Il mio ricordo d’autunno sei tu e il suono della tua risata che rimbomba nella casa che avevamo scelto con tanta cura, ma oggi è tardi ed io voglio andare a trovare mia sorella.

Qualche informazione su Vale

Sono una lettrice compulsiva e book blogger che ha finalmente deciso di cimentarsi con la scrittura. Amo i libri, i tramonti, il mare, le sere d'estate e sono appassionata di cucina e fotografia.
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