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Dacché me ne ricordi, io ti conosco dal principio della mia vita. Certo, non ci siamo conosciuti letteralmente all’esordio delle nostre esistenze, ma tu mi abiti nello stesso modo in cui io esisto in me. Tu ed io ci apparteniamo primordialmente. Nei miei respiri avverto l’ossigeno che inspiri nei tuoi polmoni. Quando distrattamente passo una mano tra i miei capelli scompigliati sento la setosa morbidezza della tua capigliatura composta. Posponendo un piede dinnanzi all’altro nel mio cammino vedo i tuoi passi proseguire nella mia stessa direzione. Sento nelle mie vene scorrere il sangue che raggiunge le arterie del tuo cuore. Appariamo indissolubilmente legati da un afflato di esistenza e sogno. Siamo la stessa componente della mancanza inclusa nella presenza. Incarniamo passato e futuro che si legano in eterno all’attimo stesso in cui pronuncio sottovoce il tuo nome per sentirlo vibrare piano tra le labbra, e accorgermi che riaffiorando all’orecchio lo posso ascoltare come inconfutabile certezza. Ed è questo che tu sei per me, la certezza, la presenza evidente, e non ovvia, dei giorni incerti della vita che avanza senza il miraggio di una meta. In questo vagabondare instabile tra ieri e domani, trovo te nel mio oggi, a donarmi concretezza e nostalgia. Ci plasmiamo a vicenda nel modo in cui la realtà ci genera, immancabilmente rinnovati ma pur essendo perpetuamente noi.

Io e te, noi, che oggi viviamo distanti ma d’istinti, in questo tempo in cui i cardini del mondo stridono, nel periodo disperato e indefinibile in cui permaniamo. Tutto sembra essere stato assorbito da un baratro di incertezza e dolore, di delirio e illusione individuale e contemporaneamente collettivo. La costante che accomuna gli esseri umani è l’angosciosa paura del sentore di un domani che non vedremo sorgere con sicurezza poiché siamo prede e succubi dei mutamenti statistici e dei prodigi scientifici, che tanto auspichiamo e che altrettanto inermi osserviamo, nella speranza del loro attuarsi. Ma non esiste risoluzione certa al nostro presente vagheggiante e indefinito, o almeno, non per tutti.

C’è chi prega, c’è chi canta, c’è chi lotta, c’è chi muore, c’è chi sogna, c’è chi resta, c’è chi nasce, c’è chi non resiste, c’è chi imperterrito insiste, c’è chi spera, c’è chi lavora, c’è chi si batte, c’è chi si fa da parte, c’è chi avanza, c’è dell’incostanza, c’è paura, c’è sconforto, c’è desiderio, c’è chi studia, c’è rimpianto, c’è sollievo, c’è calore, c’è chi disegna, c’è spavento, c’è attesa.

Sospensione del momento che diviene futuro, strada che cambia percorso nei pressi di un bivio, rinascita conseguente a una nuova primavera: questo è ciò che viviamo oggi.  Temeraria è la visione di far scaturire, dalla inevitabile frattura che separa ciò che era dal “chissà”, un nuovo abbacinante bagliore.

In questa crepa che spacca il mondo, io ti sento eternamente essere vita in me. Sei il sorriso che appare sulle gote quando al mattino, aprendo gli occhi al nuovo giorno, rammento di averti visto in un sogno. La calma che incute in me lo scroscio del vento tra i rami delle piante, che osservo dalla mia finestra, è il soffio delle tue parole che riecheggiano nella mia mente. La vita di te mi parla, e ciò che per essa alla narrazione è inesplicabile lo aggiungo io, giorno dopo giorno, come note a uno spartito mai compiuto perché incommensurabile come noi, come la storia che siamo e che, io in te e tu in me, viviamo.

Cosa saremo domani? Non lo so.

La convinzione solida che barbica il mio essere è la curiosa attesa del nostro riavvicinarci, per non essere ancora in noi popolati, ma per ritrovarci due e scoprire, nella distanza che ci ha uniti, una rinnovata brama di vita per compiere con te l’attesa del non-ancora…

“A te

che hai preso la mia vita

e ne hai fatto molto di più…”

Qualche informazione su Damo87

Essere, mi pare, particella infinitamente minuta dispersa nell'immenso Universo...perennemente distratta e attratta dalla ricerca fuggevole di senso.

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